Un fantasma si aggira per la Bassa: lo spettro dei casì. Una volta ce n’erano a bizzeffe, oggi sono spariti. In dialetto «casì» ha una doppia accezione: caos, confusione, ma anche piccola casa. Buona la seconda.
Nel passato
I casi sono quelle baracche in prismi o mattoni che un tempo erano messe a presidio dei campi: piccoli ripari (tre metri per tre, spesso anche meno) con una porta, una piccola finestra e una brandina, utilizzati come rifugio da chi, in estate e autunno, si trasferiva lì. Non in vacanza, tipo «Le smanie per la villeggiatura» di Goldoni, ma per fare la guardia.
Oggi i campi sono enormi, senza piante e siepi, che per i mezzi agricoli sono un impiccio. Una volta, invece, quando si lavorava con buoi e cavalli, erano piccoli, divisi gli uni dagli altri da lunghi filari di gelsi (che fornivano le foglie per i caàler), viti (il vino si faceva in casa) e piante da frutto. Spesso questi poderi appartenevano a chi, abitando in paese, usava i «casì» come punto di appoggio per fare la guardia.
La fame
A quei tempi la fame c’era davvero e quando i frutti maturavano era sconsigliabile lasciarli incustoditi, perché qualcuno li avrebbe sgraffignati. Così, uno della famiglia (di solito il nonno, che aveva più tempo) utilizzava i casotti come garitte per montare la guardia a uva, pesche, fichi, pere e brugnì. Nella mezza stagione arrivava al mattino e tornava la sera, ma nel periodo del raccolto si fermava anche la notte.
Di solito erano i nipoti che portavano da mangiare al nonno. Il quale, già che era lì, profittava per fare altro: capitava che al mattino si portasse la chioccia con i pulcini, che lasciava razzolare in campagna, badando bene, la sera, di riportarli a casa, se no facevano la fine della frutta.
La rovina
Oggi i casì sono spariti: qualcuno ha provato a sistemarli, utilizzandoli come punto di appoggio per il barbecue della domenica. Ma, forse perché nel frattempo è arrivata l’Imu, l’esperimento è fallito e sono stati tutti demoliti. Scovarne uno è impresa ardua. Pochi, pochissimi saggi proprietari hanno scelto di lasciarli dove erano: decrepiti e traballanti, un impiccio per i trattori che devono girarci intorno. Ma ancora lì, come spettri che ci ricordano la nostra storia.



