Storie

Il pilates spiegato da due delle pioniere che lo hanno portato a Brescia

Storia ed evoluzione della disciplina che negli ultimi anni, in tutte le sue forme, è diventata sempre più di moda: ne abbiamo parlato con le insegnanti Irene Guatta Caldini e Simona Romano
Giulia Camilla Bassi
Il pilates con il reformer
Il pilates con il reformer

C’è quello a corpo libero (il Matwork), quello sulle macchine (con il Reformer, ma non solo), quello che sembra più una lezione di fitness (che alcuni chiamano Cardiolates), quello ibridato con lo Yoga (Yogalates) e quello posturale (ma la lista non sarebbe finita qui). Sotto il termine cappello pilates, convivono, ormai, proposte molto diverse, tanto che non è sempre semplice capire che cosa appartenga davvero al metodo e che cosa sia, invece, il risultato della sua evoluzione più recente.

Ma che cos’è esattamente il pilates? La pratica prende il nome da Joseph Hubertus Pilates, ginnasta e allenatore tedesco che, nei primi decenni del Novecento, mise a punto un metodo inizialmente chiamato «Contrology». I primi elementi presero forma durante la Prima guerra mondiale, quando pilates, che si trovava in Inghilterra, fu internato insieme ad altri cittadini tedeschi sull’Isola di Man. Qui organizzò esercizi per mantenere in attività i compagni di prigionia e cominciò a sperimentare sistemi basati sulle molle e le resistenze fornite dai letti, destinati a ispirare, poi, i successivi macchinari del metodo.

Joseph Hubertus Pilates
Joseph Hubertus Pilates

Alla base del pensiero di pilates c’era l’idea che il movimento non dovesse essere eseguito in modo automatico, ma controllato in ogni sua fase, coordinando respirazione, concentrazione, precisione e consapevolezza del corpo. Nel 1926 pilates si trasferì a New York e aprì con la moglie uno studio frequentato in particolare da ballerini e danzatori, che nel metodo trovarono sia una forma di allenamento sia uno strumento per recuperare dagli infortuni.

Anche a Brescia il pilates si presenta oggi in molte forme. Lo si pratica negli studi dedicati, ma anche nelle palestre, spesso attraverso corsi collettivi a corpo libero, ma soprattutto negli studi specializzati che hanno moltiplicato il numero dei Reformer e altri macchinari (come la Cadillac, la Wunda Chair e il Barrel) e reso possibili lezioni con gruppi più numerosi. Un’offerta ormai rivolta non soltanto a chi cerca sollievo da problemi alla schiena o alla postura, ma anche a chi vuole tonificarsi, integrare un’altra attività sportiva o semplicemente seguire uno degli allenamenti più popolari del momento.

Quindici anni fa

Eppure, quindici anni fa il panorama anche in città era molto diverso. Gli studi dotati di macchinari erano pochi, così come le persone che conoscevano il metodo. Le lezioni si svolgevano soprattutto individualmente, in coppia o in gruppi ristretti e al pilates si arrivava spesso su consiglio di un fisioterapista o di un osteopata. Prima del boom dei Reformer e dei video sui social, alcune insegnanti avevano già cominciato a diffondere la disciplina tra la città e il Sebino.

Tra queste ci sono Irene Guatta Caldini, che ha incontrato il pilates nel 2011 e ha iniziato a insegnarlo prima a Provaglio d’Iseo e poi nel proprio omonimo studio a Iseo, in via Roma, e Simona Romano, ballerina e insegnante di danza, fondatrice di uno tra primi studi bresciani dedicati al lavoro sui macchinari: Area 20 Pilates in Viale Venezia. Due percorsi differenti, attraverso i quali ricostruire come il pilates sia arrivato a Brescia, come sia cambiato prima e dopo la moda e come mai tutti ne vanno pazzi.

Irene Guatta Caldini

Giulia Guatta © www.giornaledibrescia.it
Giulia Guatta © www.giornaledibrescia.it

Irene, come è cominciato il suo percorso?
Ho incontrato il pilates nel 2011, fondamentalmente un po’ per caso. In seguito a un incidente avevo avuto un doppio colpo di frusta e non riuscivo a risolvere un problema di sciatalgia. Insegnavo già in palestra e mi si è presentato un corso di formazione e un, po’ d’istinto, ho detto: «Lo voglio fare!». Ho cominciato ad allenarmi su me stessa, ne ho visto i benefici e ho continuato gli studi e il percorso formativo. Le prime lezioni le tenevo a Provaglio d’Iseo: avevo un Reformer, una Chair e una Cadillac e lavoravo principalmente con lezioni private, oppure in piccoli gruppi di matwork. Poi mi sono spostata a Iseo e, pian piano, sono aumentati i macchinari. Adesso ho nove Reformer con struttura verticale».

Chi praticava pilates quando lei ha cominciato?
L’utenza era un po’ diversa, anche perché c’erano meno studi e quindi meno possibilità di praticarlo. Quando ho iniziato, nella zona c’eravamo io e un’altra insegnante, non molto vicina e anche lei con pochi macchinari. Si avvicinava soprattutto una classe sociale medio-alta, perché le lezioni erano principalmente private o semi private, comunque in gruppi molto piccoli. Oggi, con gruppi più numerosi, può accedere al pilates anche una fascia di pubblico più ampia.

Anche le motivazioni erano diverse?
Sì, erano diverse anche le motivazioni: venivano soprattutto persone con problematiche alla schiena, al collo o alle spalle, spesso indirizzate da fisioterapisti e osteopati. Adesso il lavoro è molto più vario: ci si avvicina anche per curiosità, per tonificarsi o semplicemente per allenarsi. Non si viene necessariamente perché si ha già un problema, ma anche per migliorare la postura e fare prevenzione. C’è molta più consapevolezza.

Guatta Caldini al lavoro
Guatta Caldini al lavoro

Il pilates di oggi è ancora quello delle origini?
È cambiato moltissimo e, da una parte, è anche un bene. Le conoscenze di fisiologia e biomeccanica possedute da Joseph Pilates erano diverse da quelle di oggi. Per certi aspetti il metodo può essere diventato un po’ più fitness, ma non è detto che sia una cosa negativa. Anche molte scuole non propongono più esattamente quello che insegnavano vent’anni fa e non seguono metodi così rigidi, ma accolgono anche altro. I principi rimangono gli stessi, però il lavoro viene adattato a più esigenze. Se prima era utilizzato soprattutto in relazione alla fisioterapia, oggi può essere anche preparazione fisica e allenamento generale.

Pensa che applicazioni e lezioni online possano sostituire l’insegnante in presenza?
Una persona in salute, che sa muovere il proprio corpo, può anche utilizzare le applicazioni. Ma lo ripeto: una persona in salute e che sappia muoversi. A una persona che non ha consapevolezza del proprio corpo, che non sa come muoversi nella vita quotidiana oppure che si trova nella fase acuta di una problematica consiglio sicuramente una lezione in presenza. Non deve essere per forza privata, ma ci deve essere un insegnante capace di adattare l’esercizio quando è necessario.

Dopo quindici anni di insegnamento, che cosa continua a sorprenderla di questa disciplina e delle persone che si avvicinano al pilates?
Insegno da quindici anni e ancora oggi non sono assolutamente annoiata, perché è un continuo scoprire. Quello che amo molto di questa disciplina è la sua versatilità. Posso aiutare una persona che arriva dopo un problema di ernia del disco ed è rimasta ferma per qualche mese, ma anche una runner che vuole utilizzare il pilates come base per la propria preparazione fisica. Sono due esempi estremi, ma spiegano quanto sia versatile. Spesso si avvicinano al pilates persone che non amano la palestra o che pensano di non amare l’attività fisica. Vedere che poi si appassionano e che la lezione diventa una routine è una bellissima cosa. Si passa dall’idea «Io in palestra non ci voglio andare» a «Adesso non perderei più la mia lezione di pilates a settimana». Grazie alla sua versatilità e gradualità, il metodo permette di avvicinare le persone a uno stile di vita migliore.

Simona Romano

Simona, lei è arrivata al pilates attraverso la danza. Come è cominciato il suo percorso?
Sono ballerina e insegnante e ho iniziato a praticare danza a dodici anni. Mi sono avvicinata al pilates circa vent’anni fa, durante uno stage nel quale ho incontrato Antonella Stroppa, insegnante del Teatro alla Scala che mi ha fatto conoscere il metodo. L’ho trovato straordinario, perché si basa su principi molto simili a quelli della danza classica. Per me è stato quindi semplice avvicinarmi e comprenderlo.

Ha quindi deciso di aprire il suo studio a Brescia…

Dodici anni fa ho aperto a Brescia uno dei primi studi dedicati al pilates sui macchinari. Il matwork probabilmente era già arrivato prima, mentre con le macchine si è diffuso successivamente. Venendo dalla danza, ho poi sviluppato una lezione molto simile a una legazione di danza, quindi un allenamento diverso da quelli proposti abitualmente negli altri studi. È piaciuta molto.

Romano sulla Cadillac
Romano sulla Cadillac

Quando è arrivato il vero boom del pilates?
Pensavo che fosse arrivato cinque, sei o sette anni fa. Invece il vero boom è adesso: stanno nascendo tantissimi studi e moltissime persone si avvicinano al pilates, perché i benefici sono notevoli. Inizialmente le lezioni sui macchinari si svolgevano principalmente in coppia o con un massimo di quattro persone, quindi il costo era piuttosto impegnativo. Oggi alcuni studi dispongono di sei, sette o otto macchine nella stessa sala. Di conseguenza il prezzo della lezione si è abbassato e molte più persone hanno la possibilità di partecipare anche ai corsi sui macchinari.

La maggiore diffusione ha cambiato anche il modo di praticare il pilates?
Ultimamente il pilates sui macchinari viene proposto un po’ come se fosse una lezione di fitness in palestra. Non amo questo approccio, perché la lezione deve essere funzionale al benessere del corpo e non può ridursi al fitness: gli obiettivi sono differenti. Il lavoro dovrebbe essere svolto utilizzando tutte le diverse macchine del pilates: il Reformer, che è il più dinamico; la Cadillac, che permette di stabilizzare; e la Chair, che mette maggiormente in sfida.

Quindi il pilates non è solo Reformer…
Non si può lavorare esclusivamente sul Reformer, come invece accade spesso negli studi che hanno molte macchine. Per il benessere del corpo bisogna lavorare a 360 gradi, altrimenti il lavoro diventa limitato. Ci sono anche tanti esercizi che alcuni insegnanti propongono sulle macchine, ma che sarebbe meglio eseguire a corpo libero. Naturalmente la clientela giovane che si è avvicinata recentemente al pilates può preferire una lezione molto dinamica, magari meno funzionale, ma più divertente».

Per lei è sbagliato considerarlo necessariamente una «ginnastica dolce», come in molti fanno?
Assolutamente sì. La lezione viene creata dall’insegnante in base alla persona, alle sue caratteristiche e alle sue esigenze. Può essere una lezione leggera quando ci si trova davanti a una persona alle prime esperienze, con una muscolatura debole oppure con problematiche come l’osteoporosi o disturbi alle articolazioni. Se invece la persona è sana ed è in grado di lavorare, può diventare una lezione assolutamente intensa. L’obiettivo è partire con un’intensità graduale e arrivare progressivamente a un allenamento più impegnativo.

Pilates con la Cadillac
Pilates con la Cadillac

Il pilates permette di tonificare la muscolatura e di creare una sorta di corsetto muscolare intorno alla colonna vertebrale, principalmente a sostegno della schiena. Inoltre, poiché molti esercizi prevedono un lavoro eccentrico, il muscolo si allunga e il corpo assume una forma più armoniosa. Non si crea una muscolatura grossa come può accadere in palestra utilizzando pesi e carichi elevati: il corpo mantiene un aspetto più elegante.

A chi può essere rivolto un percorso di pilates?
I corsi sono indicati praticamente per tutti, purché il lavoro venga adattato alla persona. Ci sono percorsi per le donne in gravidanza, per il post partum e per la riabilitazione del pavimento pelvico. Nel mio studio lavoriamo anche con persone che hanno problematiche alla colonna vertebrale. Mi è capitato di seguire clienti che, attraverso le lezioni di pilates insieme alle terapie manuali, sono riusciti a contenere il disturbo e a posticipare un intervento chirurgico. Il pilates viene ormai consigliato spesso anche da chirurghi e ortopedici alle persone che soffrono di disturbi alla schiena, soprattutto quello sui macchinari. Le macchine permettono infatti di allungare maggiormente la muscolatura e di eseguire alcuni esercizi in scarico».

Dopo tanti anni, che cosa continua a stupirla di questa disciplina?
Non mi stanco mai, perché ogni lezione è un po’ inventata. Venendo dalla danza classica, per me è molto semplice cambiare la lezione e quindi non mi annoio. I clienti sono sempre diversi e hanno problematiche differenti. Bisogna riflettere su quali esercizi proporre e quali evitare per fare stare bene la persona. Molti arrivano con delle patologie, quindi occorre formarsi su cosa fare per migliorare la loro situazione.

Ci sono tante cose da sapere, tanti nervi da conoscere e tanti disturbi che possono provocare fastidio. Bisogna studiare continuamente: è un continuo informarsi e quindi non ci si annoia mai. Mi è inoltre capitato spesso di incontrare persone convinte di non amare l’attività fisica. Si avvicinavano al pilates soltanto per cercare di stare un po’ meglio e poi si sono dovute ricredere. Penso sia una delle poche discipline che piace quasi a tutti, anche a chi non ama fare sport.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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