Parlare con Silvia Affò è semplice. C’è una tranquillità e una dolcezza nell’incedere e nel timbro della voce che mette chi l’ascolta a suo agio. Anche se parla di ricerca scientifica. Una tranquillità che si riflette - o forse deriva proprio da lì - nel suo modo di prendere la vita: «Abbiate un sogno, cercate di raggiungerlo - dice quando le si chiede a fine intervista di dare un consiglio ai giovani - e non badate a quel che vi dicono. Perseguitelo. La passione conta, far quello che piace rende le giornate migliori».
La bresciana, 43 anni, è una cosiddetta «expat»: in Spagna guida un gruppo di ricerca, è una Group leader, che studia il microambiente tumorale. Ma la sua storia non si può riassumere con un solo biglietto di andata per Barcellona.
La sua storia
«Ero una studentessa normale - spiega la ricercatrice quando le si chiede di raccontarsi - con voti discreti. Alle medie ho cominciato a sviluppare la passione per la biologia e gli esperimenti, per scoprire cose nuove. E così, dopo il liceo al Copernico, ho deciso di studiare biologia a Parma».
Dopo la triennale parte per un Erasmus ad Alicante, ma immaginava il suo futuro a Parma dove frequenta anche la specialistica in Applicazioni biomediche. È la vita, a volte, a decidere per noi e così, fallita l’azienda con la quale avrebbe dovuto fare il master, dopo «la disillusione per il sistema italiano» e grazie allo spagnolo imparato in Erasmus, approda a Barcellona dove comincia a studiare la fibrosi epatica e l’epatite alcolica. E consegue il Predoctoral.
Lì resta dal 2010 al 2014 quando parte per gli Stati Uniti per un Post-doc alla Columbia University. Con lei c’è sempre il compagno che ora è suo marito.
Negli States passa dai modelli sperimentali al paziente.
L’esperienza americana
«Sono stati tre anni di vita dura - racconta -. Se ci penso abbiamo fatto una follia»: neanche il tempo di finire il post dottorato che, nel 2016, nasce il primo figlio e nel 2018 il secondo e «con sei settimane di maternità - sottolinea ridendo - ma sono contenta, è andata bene».
Diventa ricercatrice associata alla Columbia, ma qualcosa, col covid, comincia a scricchiolare: «Abbiamo iniziato a pensare di tornare in Europa: abbiamo realizzato che il sogno americano è degli americani». La sanità, l’istruzione, l’urbanistica, lo stile di vita portano lei e il marito di nuovo verso il «vecchio continente»: «Era il sogno di una bambina che era diventata donna».
La ricerca
Quindi torna in Italia con un progetto in testa, lo scrive e chiede dei fondi europei. Nel 2021 riparte dal luogo nel quale lo studio era iniziato, Barcellona: «Era il momento di capire se ero capace o no».
Viene premiata con un finanziamento del Marie Skłodowska-Curie Actions (MSCA) il principale programma di riferimento dell’Unione europea per la formazione dottorale e post-dottorato e di una banca spagnola. Nel frattempo viene pubblicata anche la ricerca svolta in Usa che ha una grande risonanza.
«Ho chiesto di avere un mio gruppo - racconta -, forse per provocarmi, mi rispondono che avrei dovuto chiedere un European Research Council Starting Grant. Nessuno prima di me aveva osato tanto». Ma arrivano 1,8 milioni.
«Un percorso - aggiunge - che comprendeva anche la formazione con un coach ed è stato molto bello: ho capito quel che valevo, a volte ci ferma la sindrome dell’impostore, la paura di non essere in grado, di non essere abbastanza». Basti dire che riesce solo il 12-16% dei partecipanti.
Per capire cosa fa bisogna premettere che il tumore è supportato da cellule che ne promuovono la crescita, Affò le chiama «followers»: i fibroblasti, cellule principali del tessuto connettivo, in alcuni tumori solidi rappresentano il 70-90% della massa. La ricerca del team della bresciana, 6 persone oltre a lei più alcuni studenti universitari, cerca, a livello farmaceutico o genetico, di spezzare questo rapporto facendo sì che i fibroblasti non supportino più il tumore.
Per far questo «ci siamo concentrati sullo studio del colangiocarcinoma, il secondo tumore al fegato, un tumore molto duro che è una caratteristica comune a molti tumori, come quello al pancreas o al polmone che metastatizzano nel fegato. Si parte da qui per poi, si vedrà quando e come, espandere la ricerca». Qui trovate i dettagli della ricerca.
Se in Italia sentiamo ricercatore pensiamo alla precarietà. In Spagna è differente: «In Italia non esiste una figura come la mia, sono capogruppo in un istituto di ricerca, Fundació de Recerca Clínic Barcelona – Institut d’Investigacions Biomèdiques August Pi i Sunyer, e non sono vincolata all’insegnamento o all’Università».
La vita oggi
«Siamo contentissimi, sono felice di dove sono e dove sono arrivata». E aggiunge: «Mio marito mi ha dato tanta sicurezza, è un grande uomo, il mio primo - e ritorna una parola centrale nella ricerca - follower. Siamo una squadra, senza di lui non sarebbe stato possibile». Originario di Desenzano, con ascendenze portoghesi, si è laureato in biologia ecologica a Parma e a New York era un dog trainer di successo. Essendo «molto bravo con le lingue», ora lavora per Booking e fa quadrare tutto.
«Abbiamo fatto un salto incosciente - dice riferendosi al trasferimento dagli Usa all’Europa -. Dicevo sempre che se non fosse andata bene avrei fatto un corso di gelateria e avrei aperto a Brescia un negozio ma, dati i miei studi, sarebbe stata una gelateria molecolare».
E aggiunge: «I giovani hanno paura, vogliono la stabilità, io, invece, dico loro di buttarsi. Bisogna avere dei sogni per raggiungerli. E rischiare, non si ha nulla da perdere. E vale anche per la maternità».
Ma com’è tornare a Brescia? «È sempre bello: a Barcellona non guido, a Brescia sì. Qui mi sento a casa, ci sono cose che sono casa come il gelato dal "Biondo". Prima non era un granché ora, tornando, apprezzo la natura e la cultura. Ed è bello mostrare ai bambini la mia scuola. Non vedo Brescia con gli occhi della turista, ma della malinconia, ma positiva, quella di chi ci vive fuori, ma la sente come casa. Torno e ripenso alle cose belle del passato. La stessa cosa l’abbiamo provata quando siamo tornati a vivere a Barcellona».




