Lo stalag, i russi e il ballerino: l’epopea d’amore di Elda e Pietro

Ci sono vicende che riemergono dalle pieghe del tempo, sbucano fra gli aneddoti che si riferiscono a tavola e sopravvivono alla polvere che si deposita sulle foto seppiate e sui documenti gelosamente conservati nei portagioie di casa. È così per la storia della Elda e del Piero, due giovani coraggiosi, cresciuti a un passo l’uno dall’altra nelle campagne di Castenedolo. Separati dalla guerra, ne hanno patito le tragedie, sono scampati a morti atroci e, alla fine, i loro sguardi si sono incrociati in un cortile alla Bodea, per scambiarsi una promessa d’amore mantenuta per tutta la vita.
Nel cuore nero della Sassonia
Pietro Cossetti ha solo 19 anni l’8 settembre del 1943. Quando viene annunciato l’Armistizio lui, alpino del «Vestone», finisce catturato. E col rifiuto categorico di aderire alla Rsi firma la sua condanna ai campi di lavoro del Reich. Viaggiando su un carro bestiame transita dallo Stalag di Neubrandenburg, dove gli viene assegnata la matricola 100838. Quel numero, Pietro, impara a recitarlo in tedesco e così continuerà a fare per tutta la vita. Passa poi a Rostock, fino al definitivo trasferimento nel cuore nero della Sassonia, a Zeitz, sede di un campo di lavoro al servizio della fabbrica Brabag, dove si ricavano dalla lignite i carburanti e i lubrificanti necessari per sfamare la vorace sete dei Panzer.
Sepolto vivo nel Tagebau
Qui il giovane prigioniero patisce il freddo e la fame. Sta in piedi a bucce di patate e, quando va bene, topi catturati e abbrustoliti su fuochi di fortuna. Fino a che un giorno il Tagebau, la miniera in cui lavora, lo inghiotte all’improvviso, seppellendolo sotto tonnellate di lignite. Ne uscirà malconcio, ma vivo, dopo quasi 40 ore, scavando con le unghie e con le mani fino a scorticarsi la pelle e riportando una frattura lombare alla colonna vertebrale.

Non è la parte peggiore. Coi suoi compagni di prigionia, Pietro è assegnato ai dormitori che confinano col campo di concentramento di Rehmsdorf, un sottocampo di Buchenwald. Qui, attraverso i reticoli di filo spinato, assiste ai sadici giochi delle guardie tedesche, che strappano i neonati alle madri. Poi li lanciano in aria e sparano, sfidandosi a centrarli ridendo.
Un fuggiasco nel tabacco
Alla «Qàera». Nel frattempo a Castenedolo la famiglia Faustinelli fa i conti con l’occupazione della loro cascina «Qàera», requisita dai tedeschi che hanno deciso di piazzarci al primo piano un centro radio con le macchine cifranti. La Bodea è il luogo ideale per la Wehrmacht: a un passo dall’aeroporto di Ghedi, ma al sicuro dai raid strategici. Il padre di Elda, Domenico, è un mezzadro che coltiva tabacco Kentucky; mentre la madre Giulia cucina gatti randagi ai soldati spacciandoli per lepre in salmì. Spadella e intanto prega per il figlio disertore Bruno, nascosto sopra le teste dei tedeschi, in soffitta, dietro un muro di foglie poste a essiccare.
Scampati al peggio
Quando la primavera del ’45 arriva, non sono gli americani a liberare l’Arbeitskommando di Zeitz, ma i carri armati russi che sfondano i cancelli e radunano i tedeschi nel piazzale. Li identificano dal tatuaggio sotto l’ascella e poi li fucilano al muro, senza nessuna pietà. Così comincia l’odissea a ritroso di Pietro, che ormai ridotto a uno scheletro s’incammina verso casa insieme al compaesano Bepi.

In quegli stessi giorni, a Brescia, Elda lavora come assistente nello studio del dentista Antonio Jori. Conserva quello spirito ribelle che la porta a snobbare gli allarmi antiaereo, rifiutandosi di scendere nei bunker. Quando le sirene suonano lei siede nello studio vuoto in via Moretto e si legge un romanzo. Ma non il 2 marzo del 1945, quel giorno no. L’istinto le dice di scappare e cercare riparo nella Galleria Tito Speri. Scampa così al bombardamento che distrugge la città, radendo al suolo anche lo studio dove lei lavorava.
Un fantasma alla porta di casa
Nel frattempo Pietro, col Bepi, cammina: coi piedi rotti e la pancia vuota, i vestiti stracci e il sonno interrotto. Finché in Boemia la sopravvivenza gli chiede in pegno un altro doloroso sacrificio: il suo cappello alpino in cambio di un pezzo di pane. Quello che gli consentirà di sopravvivere fino al Garda. Scendendo dal Baldo perderà un compagno di viaggio, ma troverà il treno che lo porterà a Rezzato, a un passo da casa. Quando, ridotto a un cencio di 38 chili, la sorella Angela si crede d’essere al cospetto di un morto. D’altronde è il 2 novembre, ma di fronte ha il suo Piero, ritrovato alla vita ma ancora un fantasma.

Ed è così che lo vede Elda all’inizio. Un uomo piegato, nella sua testa ancora prigioniero del lager. Decide così di accettare la corte del Ballerino, il bello dal paese che la porta a trascorrere una serata danzante in città. È un gentiluomo, ma fatto di sola apparenza. Mentre a richiamarla è la sostanza del Piero, che la guarda sornione dal cortile della cascina. Si sposeranno il 14 ottobre del 1956 e arriveranno a festeggiare oltre sessant’anni di matrimonio. Moriranno nel 2020 e nel 2022, a due anni di distanza, lasciando manciata di medaglie e una collezione di storie, ma soprattutto una famiglia decisa a portare avanti la memoria di due vite straordinarie.
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