Storie

Dai trick in strada ai corsi per bambini, come è cambiata la scena skate

A parlare dell’evoluzione di quello che è diventato uno sport olimpico Sebastiano Rossi, skater bresciano che negli anni ‘90 ha girato il mondo e che oggi gestisce lo skatepark di Palazzolo, uno dei più attrezzati della provincia e non solo
Simone Bracchi

Simone Bracchi

Giornalista

Spettacolo nelle vasche - Foto Guillermo Fleitas
Spettacolo nelle vasche - Foto Guillermo Fleitas

Per chi era adolescente alla fine degli anni ’90, a farla da padrone erano le panchine e i muretti fuori dalla Camera di Commercio, piazza Vittoria e Fossa Bagni. Ma anche il Cab a Brescia Due, in via Cefalonia. Ma per chi viveva e studiava in provincia non tutti i giorni era possibile prendere il treno e andare in città a skateare o a fare acquisti in due negozi simbolo della scena: prima Minoia, poi dal 2001 anche Frisco.

Allora si prendeva la bicicletta o il motorino e si andava fuori dai centri commerciali di paese: le fontane erano perfette per chiudere un grind, ma c’era chi storceva il naso e a quel punto per evitare guai si prendeva la tavola e si andava da un’altra parte. Quindi ci si ingegnava con rampe in legno costruite alla buona, ovviamente con schegge e chiodi in bella vista, coperti parzialmente dalle firme dei writer.

I punti di riferimento

I modelli erano soprattutto skater americani: le fotografie dei loro trick si guardavano su magazine come Thrasher e Transworld: Chad Muska, l’attore Jason Lee, Andrew Reynolds, Steve Caballero e ovviamente quello più famoso di tutti, anche perché il suo nome a partire dal 1999, con l’uscita dello storico videogioco, è diventato qualcosa di più, un simbolo per intere generazioni. Tony Hawk.

Le attività nelle vasche all'interno dello skatepark di Palazzolo - Elena Pagnoni photography
Le attività nelle vasche all'interno dello skatepark di Palazzolo - Elena Pagnoni photography

La scena punk

Pomeriggi trascorsi sulla tavola, tra musica e murales. Lo skate e la scena punk hanno radici comuni già a partire dalla fine degli anni ’70, ma è proprio negli anni ’90 che quel legame si rafforza, dando vita al movimento skate punk.

Skate e biciclette davanti alla casa della Musica, intorno al 1998
Skate e biciclette davanti alla casa della Musica, intorno al 1998

Cultura underground che alla fine del millennio si è diffusa anche in Italia, caratterizzata da un’estetica ben definita (pantaloni oversize, t-shirt di marchi skate, felpe con cappuccio) e da una colonna sonora ben riconoscibile, che accompagnava i ragazzi nei loro pomeriggi: dai Nofx ai Pennywise, passando per Lagwagon, No Use for a Name e Millencolin. Ma anche band hardcore della «vecchia scuola» come Suicidal Tendencies, Beastie Boys, Adolescents e Minor Threat.

Uno skater nei primi anni 2000 mentre esegue un trick su una fontana
Uno skater nei primi anni 2000 mentre esegue un trick su una fontana

Il cambiamento

Oggi, a distanza di 25 anni, la scena è profondamente cambiata, e lo si nota nitidamente anche in città e in provincia. In modo particolare nelle strutture a disposizione di chi vuole praticare quello che ormai è diventato uno sport olimpico.

E chi meglio di Sebastiano Rossi, 46 anni di Palazzolo – per tutti «Seba» – può raccontare questa evoluzione nel profondo. Da skater che con la tavola ha girato il mondo – diventando una sorta di icona per i ragazzi più giovani – a gestore di uno degli skatepark più importanti della provincia, insieme al Flyzone di via della Palazzina, in città. Anche se ormai di spazi attrezzati se ne trovano in tutto il territorio Bresciano: dalle Valli alla Bassa.

La particolarità del parco comunale di Palazzolo è che è stato realizzato all’interno delle vecchie piscine. Da qui il nome «Wave» (Onda), a richiamare anche un po’ le origini californiane dello skate, come raccontato nel documentario «Dogtown and Z-Boys» diretto dal surfista e skater Stacy Peralta.

Seba, qual è stato il tuo percorso, come ti sei avvicinato allo skate?

Oggi sembra assurdo, ma nei primi anni '90 l’unico modo per entrare in contatto con la scena, scoprire nuovi park e vedere cosa facevano i professionisti era muoversi, spostarsi fisicamente dal paese, nel mio caso da Palazzolo. Non c’era internet. I trick dei pro americani li vedevamo attraverso videocassette che venivano duplicate e triplicate all’infinito. Per recuperarle dovevi andare a cercare i ragazzi più grandi, quelli con più esperienza. I primi contatti fuori dal paese nascevano così: ci si trovava a Brescia al Cab (vicino a Brescia Due), a Milano Centrale, a Bergamo o a Romano di Lombardia. Erano i posti più vicini dove c’erano gli spot di strada migliori o dove i ragazzi avevano costruito delle strutture autogestite e autofinanziate. Ci muovevamo solo per pura curiosità e passione. Ricordo che andai in Liguria perché ero entrato in contatto con un gruppo di skater più grandi che avevano costruito un park completamente autonomo e autogestito in mezzo a un bosco. C’era un romanticismo incredibile.

Sebastiano Rossi mentre chiude un grind - Foto Beatrice Sugliani
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Sebastiano Rossi mentre esegue alcuni trick - Un grind - Foto Beatrice Sugliani

Passione che poi ti ha portato in giro per il mondo.

Sì, la curiosità era troppa. Il primo contatto all’estero è stato nel 1997 in Inghilterra, dove viveva mia cugina: lì vidi per la prima volta lo spot di South Bank, famosissimo a Londra. Nel 1998, con qualche amico, comprammo i biglietti dell’Euro Travel (il pullman) e partimmo per Münster, nel nord della Germania, dove fin dalla fine degli anni '80 si teneva un contest internazionale gigantesco. Poi girammo l'Olanda, che era ricchissima di park al coperto: ricordo il mitico Third floor ad Amsterdam o l’Empire State Building a Utrecht. Da lì, il passo successivo sono stati gli Stati Uniti. Guardavamo i video e vedevamo questi americani che in qualche modo vivevano di skateboard: non che facessero i soldi, ma ci campavano. Volevo vedere quel mondo e stringere contatti. Partii per New York con un visto turistico: la mattina lavoravo e il pomeriggio andavo a skateare, questo era nel 2000.

E nei primi anni 2000 è arrivata l’era di Barcellona, la «Mecca europea». A fine anni '90 negli Stati Uniti filmare per strada stava diventando complicato e sempre più illegale. A Barcellona, invece, nei primi anni 2000 lo skate era assolutamente accettato dalla città. Per questo la Spagna ha avuto un’importanza enorme nel mio percorso. Facevo tutto per passione. Non c’erano sponsor che ti pagavano le trasferte; al massimo avevi il «flow sponsor» che ti passava le scarpe, qualche video o foto incentivo. Di aiuti economici non ne esistevano. Funzionava così: si lavorava per un periodo, si mettevano da parte i soldi e poi si viaggiava per skateare.

Le vecchie piscine comunali, ora al loro posto ci sono le vasche dello skatepark
Le vecchie piscine comunali, ora al loro posto ci sono le vasche dello skatepark

Sono passati più di 25 anni dal tuo Grand Tour, come è cambiata oggi la scena?

Il livello tecnico in Italia è cresciuto tantissimo, ed è innegabile che l’inclusione dello skateboard alle Olimpiadi di Tokyo abbia sdoganato e fatto accettare questa disciplina a livello istituzionale. Nei primi anni 2000 fare skate era una sottocultura sotterranea, spesso vista con diffidenza e associata al vandalismo. Venivamo costantemente cacciati dalle piazze, dai monumenti e dai parcheggi dei supermercati. Le poche strutture erano rampe in legno artigianali e muretti pericolosi nati dall’autogestione.

Oggi lo scenario è capovolto: la struttura pubblica ha normalizzato lo sport. I genitori, che spesso sono miei coetanei, oggi portano i figli di 5 o 6 anni ai nostri corsi, muniti di casco e protezioni, riconoscendo il valore atletico e coordinativo dello skate.

Le lezioni allo skatepark - Foto Artem Ivanov @von_artem
Le lezioni allo skatepark - Foto Artem Ivanov @von_artem

Dunque c’è stato un forte cambiamento generazionale nel vivere lo skate, giusto?

Sì, ed è un’analisi che faccio spesso. Un tempo ci si conosceva davvero tutti. Di recente sono stato al nuovo skatepark di Corte Franca, inaugurato circa due mesi fa, per fare dei corsi. Ho visto dei ragazzini che però non ho mai visto a Palazzolo, nonostante siamo a soli 20 minuti di distanza e il nostro park esista da 10 anni. Le nuove generazioni spesso non vivono lo skateboard come lo vivevamo noi. Per noi girare significava muoversi per il piacere di viaggiare, conoscere nuova gente e testare nuove strutture. Oggi molti ragazzi rimangono più isolati: si guardano i tutorial al computer, imparano il trick da soli e finisce lì. Non tutti sono così, ovviamente, ma a grandi linee noto questa tendenza all’isolamento.

Da skater sei passato a gestire un’area importante come il Wave skatepark di Palazzolo. Come ti trovi in questo ruolo?

Lo skatepark di Palazzolo sorge sull’area delle vecchie piscine comunali, in via Gavazzino. Parliamo di una superficie enorme: circa 10.000 metri quadrati di parco e area verde con 2.000 metri quadri di skatepark.

Gestire una struttura del genere è una sfida imponente ed estremamente impegnativa, soprattutto perché il park è completamente gratuito per il pubblico ma la gestione è totalmente in capo alla nostra associazione: l’Asd Poison Wave. Significa curare la manutenzione, la sicurezza, la pulizia del verde e contemporaneamente far quadrare i conti dei corsi e dei camp estivi. È un lavoro enorme, ma lo facciamo con la stessa identica passione che ci faceva prendere quel pullman per la Germania nel '98.

Lo skatepark è attrezzato anche per gli sport inclusivi come la Wcmx - Foto Artem Ivanov
Lo skatepark è attrezzato anche per gli sport inclusivi come la Wcmx - Foto Artem Ivanov

Non solo gestore, ma anche insegnante. C’è parecchia domanda?

Assolutamente sì. Strutture come la nostra (uno dei park gratuiti all’aperto più grandi e attrezzati d’Italia) intercettano un bisogno reale del territorio. I camp estivi (rivolti alla fascia 5-14 anni) non sono visti solo come un corso di skate, ma come una vera offerta di welfare per le famiglie durante la chiusura delle scuole.

Uniscono lo skate a laboratori, compiti, attività all’aria aperta e piscina, coprendo l’intera giornata. I corsi (come la Vans Skate Academy) attirano, invece, un pubblico trasversale. C’è il bambino di 5 anni che sale sulla tavola per la prima volta, l'adolescente che vuole perfezionare i tricks, ma anche l’adulto che vuole rimettersi in gioco.

Infine, la domanda arriva anche da un pubblico che cerca sport inclusivi e accessibili, essendo un park strutturato per essere WCMX friendly.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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