Una risata ci seppellirà tutti. Con questa arma gentile Simone Cannizzaro, da ragazzo, combatteva chi gli faceva pesare la sua diversità. Eppure l’albinismo ha ispirato la letteratura. Indimenticabile la definizione che ne dà in «Moby Dick» lo scrittore Herman Melville. «La bianchezza aumenta e raffina la bellezza, come se le impartisse qualche sua speciale virtù, come nei marmi, nelle camelie e nelle perle». I veri problemi – tipici di questa condizione –, semmai, sono quelli agli occhi. Simone è ipovedente dalla nascita. «I genitori, però, fin da piccolino mi hanno fatto sentire uguale agli altri – ricorda –, e per questo li consideravo i miei supereroi. Così se partiva qualche presa in giro dagli altri bambini non ne soffrivo, anzi ci scherzavo. Di certo tutto ciò mi ha aiutato a crescere in fretta, perché gli adulti a cinque anni mi hanno spiegato cose che agli altri bambini dicono quando ne hanno dieci».
Lo sport
Ogni barriera è stata abbattuta dalla pratica dello sport, ed è stato il caso ad avviare il ragazzo alla disciplina di cui oggi è tra i massimi interpreti al mondo a livello paralimpico. «Mio padre, ex giocatore di rugby, un giorno si recò in palestra, mia mamma era a lavorare, avevo 4 anni, non potevo restare solo e così andai con lui. La segretaria del circolo mi invitò a iniziare un corso di judo. Accettai il consiglio, e da allora in poi non sono più sceso dal tatami. È uno sport che mi ha subito conquistato e l’ho trovato ideale per me. Aiuta a capire come muoverti anche se ci vedi poco, perché comunque combatti su un tappeto ridotto e ti dà la percezione dell’altezza perché cadi da quasi un metro. Il limite è quello legato all’equilibrio, ma con l’allenamento si supera». E quando Simone non riesce a vedere bene una tecnica, allora chiede all’istruttore di applicarla su di lui, per apprenderla immediatamente.

Fino al 2011 Simone combatteva senza difficoltà con i normovedenti, poi un allenatore gli ha dischiuso nuove prospettive. «Sapeva che gli albini hanno problemi di vista e così mi propose di gareggiare nella categoria dei paralimpici. Qui si parte già con la presa mentre in quello tradizionale si comincia staccati a un metro e mezzo di distanza». Differenze minime, enorme la svolta nella sua vita e nella sua carriera.
Traguardi
Da anni Cannizzaro, che è laureato in Scienze motorie, è stabilmente tra i migliori al mondo nella categoria ipovedenti e il judo ormai è diventato un’attività a tempo pieno grazie all’ingresso, a 25 anni, nel gruppo sportivo della Polizia penitenziaria, di stanza tra l’altro proprio a Canton Mombello. Così non ha dovuto recidere i legami con la nostra città che lo ha cresciuto e valorizzato.
«Devo molto a Fabio Capelletti, che mi ha formato sia dal punto vista tecnico sia da quello umano. Un amico, oltre che allenatore. Lo ha dimostrato quando mi ha lasciato andare, perché proseguissi il mio percorso, da Ezio Gamba, campione olimpico e maestro internazionale. Con lui il rapporto è più professionale, ma sa sempre darmi il consiglio giusto». Forte anche il legame col Gruppo Consoli, nel quale ha lavorato nelle risorse umane e dal quale ha poi ha trovato appoggio quando era alla ricerca di una sponsorizzazione. Aiuti non scontati né banali, che Cannizzaro si è conquistato con la dolcezza del carattere, che abbina a una forte determinazione in palestra, tanto che il suo motto – ispiratogli dal padre – è «Insisti, persisti, raggiungi e conquisti». E se è fortissimo il legame con la nostra campionessa olimpica Alice Bellandi («Ci sentiamo ogni giorno, è come fossimo fratello e sorella»), sono tanti anche gli amici sparsi per il mondo.

Particolare il rapporto col Giappone, dove Cannizzaro ha seguito lunghi stage già due volte. «Lì è nato questo sport e per cultura, disciplina e rispetto questo Paese è unico al mondo. In quella meravigliosa terra si avvertono un’energia e un’atmosfera davvero speciali».
E anche fuori dal tatami Cannizzaro è un numero uno per l’aiuto che è sempre pronto a offrire a quei genitori che hanno figli albini e tendono a proteggerli troppo. «Nella nostra condizione si può fare tutto, con le dovute precauzioni». Lo scrittore Nsah Maia, anni fa, per combattere tanti pregiudizi in un libro ha spiegato che le persone albine «sono nate per brillare». Simone lo dimostra ogni giorno, per gli esempi che trasmette e per l’energia e il sorriso che lo accompagnano nel cammino della vita.



