La Resistenza di don Comensoli: «In carcere per non tradire i partigiani»

Cividate Camuno, il paese dove fu parroco dal 1937 al 1974 e da dove contribuì a guidare la divisione Tito Speri delle Fiamme Verdi, e la Valcamonica si preparano a rendere omaggio a don Carlo Comensoli nel cinquantesimo della morte. La cerimonia è in calendario sabato. Un appuntamento promosso dai Comuni del territorio insieme a Comitato per il 25 Aprile, Fiamme verdi, Anpi, Anei ed Ecomuseo della Resistenza in Mortirolo, col patrocinio della fondazione Camunitas.
Figura centrale per la Valle, e non solo, don Carlo – nato a Bienno nel 1894 e morto a Breno nel 1976 – fu sacerdote, educatore e protagonista della Resistenza, tanto da essere insignito della medaglia di bronzo. Dopo l’8 settembre 1943 fu tra i primi promotori del movimento partigiano camuno: la sua canonica fu sede del comando della Tito Speri, dove fu arrestato nel marzo 1945 e liberato pochi giorni prima della Liberazione, contribuendo alla rinascita civile e politica della Valle.
Lo ricordiamo con il professor Rolando Anni, segretario scientifico dell'Archivio storico della Resistenza bresciana e dell'Età contemporanea dell’Università Cattolica.

Professor Anni, qual è stato il contributo di don Carlo Comensoli alla Resistenza camuna?
Don Carlo non è stato solo un sostenitore passivo, ma il vero «cuore logistico» e morale delle Fiamme Verdi. La sua canonica a Cividate Camuno era il centro di smistamento per i messaggi, i rifornimenti e, soprattutto, il punto di raccordo tra le brigate in montagna. È stato l’anello di congiunzione tra la gerarchia cattolica e l’azione armata sul campo.
Come giustificava un sacerdote la scelta della lotta armata?
Per don Carlo, come per molti cattolici bresciani, la Resistenza non era una scelta politica in senso stretto, ma un «imperativo di coscienza». Vedeva nel nazifascismo la negazione dei valori cristiani e della dignità umana. La sua non era una celebrazione della violenza, ma un atto di carità verso un popolo oppresso. Spesso diceva che il suo ruolo era «servire la libertà» per preparare il domani.
Qual era il suo ruolo nella diffusione de Il Ribelle, il celebre foglio clandestino delle Fiamme Verdi fondato da Teresio Olivelli e Carlo Bianchi?
Il Ribelle non era un semplice giornale, ma lo strumento pedagogico per spiegare il senso della «rivolta morale» contro il fascismo. Stampato clandestinamente a Milano, il giornale doveva raggiungere le valli, e la canonica di don Comensoli a Cividate Camuno era una delle «stazioni di posta» principali. Don Carlo riceveva i pacchi di copie che arrivavano da Brescia tramite staffette fidatissime e si occupava di farle pervenire ai comandanti partigiani in quota e, cosa ancora più rischiosa, di farle circolare tra la popolazione civile e il clero locale.

Diffondere Il Ribelle era per lui fondamentale.
Significava combattere la propaganda del regime con la verità. In quelle pagine si teorizzava la figura del «ribelle per amore», un concetto che don Carlo sentiva profondamente suo: non si prendevano le armi per odio, ma per un atto d’amore verso la libertà e la dignità umana calpestata.
Che rapporto c’era tra don Comensoli e i comandanti delle Fiamme Verdi?
Un legame di profonda fiducia. In Valle Camonica, le Fiamme Verdi avevano un’identità molto forte, legata alle tradizioni locali e alla fede. Don Carlo garantiva che la lotta rimanesse legata a principi etici, evitando gli eccessi e preparando la riconciliazione civile che sarebbe dovuta seguire alla guerra.
Qual è l’episodio che meglio descrive il coraggio di don Carlo?
Senza dubbio la sua gestione dei momenti dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Mentre regnava il caos, lui non esitò a nascondere ex prigionieri alleati e a proteggere i giovani che fuggivano verso le montagne per non arruolarsi nella Rsi. Rischiava la vita ogni giorno, consapevole che la sua tonaca non lo avrebbe protetto dalla furia dei fascisti locali o delle SS se fosse stato scoperto.
Don Carlo pagò di persona la sua scelta con la detenzione. Cosa ci dicono i suoi scritti e le testimonianze del periodo della sua incarcerazione nel carcere di Canton Mombello a Brescia?
L’arresto di don Carlo, avvenuto nel gennaio del 1945, è uno dei momenti più alti e drammatici della Resistenza cattolica bresciana. Fu prelevato dai fascisti con l’accusa di collaborare con i ribelli delle Fiamme Verdi. Portato nel famigerato carcere di Canton Mombello, subì interrogatori durissimi, ma non tradì mai nessuno.
Rimase imprigionato per circa un mese, come ha vissuto la prigionia?
La sua presenza trasformò quel luogo di sofferenza in uno spazio di resistenza spirituale. La sua dignità di fronte ai carcerieri della Rsi ebbe un impatto enorme: la sua figura divenne il simbolo del fatto che il fascismo non stava combattendo solo contro dei «ribelli armati», ma contro la coscienza stessa della Chiesa bresciana. La sua liberazione, avvenuta poco prima della fine della guerra, fu accolta in Valle Camonica come il ritorno di un martire vivente.

Un punto cardine dei suoi studi è l’identità profondamente cattolica della Resistenza bresciana. Sebbene esistessero altre formazioni, come le Brigate Garibaldi, quelle di Giustizia e Libertà, perché a Brescia e in Valle Camonica l’egemonia delle Fiamme Verdi è stata così netta e determinante?
È un’osservazione centrale per comprendere la nostra storia. A differenza di altre zone d’Italia, a Brescia ci troviamo di fronte a un’eccezione straordinaria. Qui la Resistenza fu prevalentemente e profondamente cattolica, non solo nei numeri, ma nell’anima. Il motivo risiede nel radicamento sociale del cattolicesimo bresciano tra le due guerre.
Quando lo Stato fascista crollò l’8 settembre, l’unica istituzione rimasta in piedi sul territorio, capace di parlare alla gente e di organizzare il dissenso, fu la rete delle parrocchie. Le Fiamme Verdi, nate proprio qui, non furono un’imposizione esterna, ma l’espressione naturale di una comunità che si riconosceva nei valori cristiani.
Possiamo dire che la religione scese sul campo di battaglia?
Fu piuttosto una vera mobilitazione civile: il mondo cattolico bresciano – dai giovani dell’Azione Cattolica fino ai parroci come don Comensoli – fornì la base logistica, il supporto morale e il comando militare (si pensi a figure come Romolo Ragnoli). Mentre altrove la Resistenza faticava a penetrare nelle zone rurali o montane, in Valle Camonica e nelle valli bresciane essa trovò la strada spianata proprio perché il prete e la chiesa locale facevano da garanti.
Certo, ci furono collaborazioni con le altre brigate, ma l’egemonia cattolica garantì alla Resistenza bresciana un carattere interclassista e popolare, che permise di evitare derive ideologiche estremiste e di preparare il terreno per la futura democrazia in modo coeso. Senza la «scelta» dei cattolici, la Resistenza a Brescia non avrebbe avuto la stessa forza d’urto né lo stesso consenso sociale.
Per capire don Comensoli dobbiamo guardare indietro. Che ruolo ha avuto il magistero di monsignor Giacinto Gaggia nel formare questa coscienza antifascista nel clero bresciano?
È un punto cruciale. Non si spiegano le Fiamme Verdi senza l’eredità di Monsignor Gaggia. Sebbene sia morto nel 1933, ben prima dell’occupazione tedesca, Gaggia fu uno dei rarissimi vescovi italiani a mantenere una posizione di intransigente fermezza contro il fascismo sin dalle origini. Egli vedeva nel regime una «statolatria» incompatibile con il primato della coscienza cristiana.
Don Comensoli e la sua generazione crebbero sotto questa guida: Gaggia proibì ai sacerdoti di collaborare con le organizzazioni del regime e denunciò apertamente le violenze delle squadracce. Quando nel 1943 i preti bresciani dovettero scegliere da che parte stare, avevano già nel dna l’insegnamento di Gaggia: la Chiesa non poteva essere serva del regime. Don Carlo portò semplicemente quel rigore morale bresciano, appreso dal suo Vescovo, fin sulle montagne della Valle Camonica.
Questo forte protagonismo cattolico nella Resistenza bresciana si è poi tradotto naturalmente in un impegno politico. In che modo l’esperienza di don Comensoli e delle Fiamme Verdi ha gettato le basi per la nascita e il successo della Democrazia Cristiana nel bresciano?
È un passaggio quasi fisiologico, ma fondamentale. La Resistenza cattolica non fu solo un evento militare, fu un laboratorio politico. Nelle canoniche e nei rifugi in montagna, uomini che prima erano isolati dal fascismo iniziarono a progettare lo Stato post-dittatura. A Brescia, la Democrazia Cristiana ereditò direttamente la rete organizzativa e la credibilità morale delle Fiamme Verdi. Figure che avevano guidato la lotta partigiana o garantito il supporto logistico – penso a nomi come Enrico Roselli o Lodovico Montini – divennero i dirigenti del partito.
Anche don Comensoli rimase un punto di riferimento?
Certamente, pur restando nel suo ruolo sacerdotale, fu figura di spicco per questa transizione: la sua autorità morale garantiva che i valori della Resistenza (libertà, giustizia sociale, solidarietà) diventassero il programma politico della nuova classe dirigente cattolica. In Valle Camonica, il consenso plebiscitario per la Dc nei decenni successivi affonda le sue radici proprio nel fatto che il popolo vedeva nel partito gli stessi uomini che li avevano protetti e guidati durante l’occupazione. In sintesi, la Resistenza cattolica bresciana ha fornito alla Dc non solo i voti, ma soprattutto una legittimazione storica: il partito poteva presentarsi non come una fazione, ma come l’erede naturale di una lotta di liberazione popolare e cristiana che aveva salvato la dignità della nazione.
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