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Il 149-0 nel calcio e la maratona all’indietro: i folli record dello sport

A Wimbledon una partita durò tre giorni e oltre undici ore di gioco, in un match di Nba Chamberlain fece 100 punti, a New Orleans due pugili se le diedero per una notte intera e nessuno vinse. E a Pechino il maratoneta Xu Zhenjun corse in 3 ore e 43 minuti
Luca Chiarini

Luca Chiarini

Giornalista

La maratona all'indietro di Xu Zhenjun - Guinness World Records
La maratona all'indietro di Xu Zhenjun - Guinness World Records

Ve la immaginate una partita di calcio che finisce 149-0? Qualcuno di voi avrà provato a gonfiare così tanto il risultato in un videogioco, ma non è detto che ci sia riuscito. Eppure è successo. Per davvero, e non su un rettangolo verde simulato da una console. Un incontro può durare più di undici ore? Nel tennis è accaduto pure questo. Un’enormità equiparabile alle centodieci riprese di un match di boxe. Nel basket c’è chi ha realizzato, da solo, cento punti in una partita, e in una singola gara ne sono stati segnati 370. Sono solo alcuni dei record più incredibili registrati nella storia dello sport.

Il 149-0 in Madagascar

Può una squadra non toccare palla e riuscire comunque a vincere, perdipiù con il punteggio più largo che si sia mai visto? La risposta è sì. Madagascar, 2002: undici giocatori portano una mano su un fianco e se ne stanno immobili, trasognati. Gli avversari ripetono meccanicamente la stessa sequenza: prendono palla dal dischetto di gesso a metà campo, puntano dritti la propria porta e insaccano il pallone. Per 149 volte in novanta minuti. Un’autorete ogni trentasei secondi circa. Non è stregoneria, e nemmeno uno stratagemma per realizzare una combine. Si tratta di una protesta, probabilmente la più teatrale e plateale di sempre nel calcio.

Una foto d'archivio dell'AS Adema
Una foto d'archivio dell'AS Adema

Per capire questa storia è necessario conoscerne l’antefatto. In quei giorni si assegna il titolo nazionale malgascio. Dopo la stagione regolare, le quattro squadre che hanno raccolto più punti si sfidano in un mini girone. In vetta c’è l’AS Adema, tallonata dallo Stade Olympique de l’Emyrne. Sono entrambe di Antananarivo, la capitale. È un derby al vertice. Che in realtà si decide alla penultima giornata, quando l’Emyrne pareggia 2-2 con il Domoina Soavina, perdendo la possibilità di riprendere l’Adema nello scontro diretto in programma l’ultima giornata.

Il pareggio avversario si concretizza nei minuti finali, su un calcio di rigore contestatissimo dallo Stade Olympique. La particolarità è che l’arbitro, il signor Benjamina Razafintsalama, viene designato anche per lo scontro tra prima e seconda, ininfluente per la classifica ma ovviamente carico di tensioni. Per Zaka Be, tecnico dell’Emyrne, la misura è colma: è lui a ordinare la protesta. Il direttore di gara annota con zelo sul suo taccuino tutti gli autogol, senza mai interrompere la partita. Che finisce di diritto nella storia.

L’incontro di tennis infinito

Nel 2010 John Isner e Nicolas Mahut si affrontano nel primo turno di Wimbledon. Il primo è leggermente più giovane (all’epoca ha venticinque anni, tre in meno dell’avversario), ma è il numero diciannove del ranking Atp e parte favorito sul francese, che è invece centoquarantottesimo. La prima sospensione rientra nell’ordinarietà del torneo: dopo poco meno di tre ore i contendenti hanno conquistato due set a testa, il buio che nel frattempo è calato su Londra non consente una visibilità adeguata. Tutto rimandato al giorno successivo, il 23 giugno.

È qui che il match entra nella leggenda. Sul Court 18, dove oggi si staglia una targa che ricorda quella partita, Isner e Mahut piombano in un’impasse che sembra inscalfibile. Il primo continua a tenere il servizio, il secondo risponde colpo su colpo. Wimbledon in quel momento non contempla alcun tie break nel set decisivo, e così si va avanti all’infinito. Superato il 50-50 uno dei tabelloni che aggiornano il punteggio va in tilt, non è programmato per contabilizzare numeri così alti. Alle 21 il parziale recita 59-59. Di nuovo il buio.

La targa che ricorda quel match
La targa che ricorda quel match

L’estenuante partita si risolve il 24. In tribuna brulicano appassionati attratti dall’unicità di quell’evento: uno dei campi periferici di Wimbledon, per un lasso di tempo, si trasforma nel Centrale. Il continuo rimpallo prosegue fino al 69-68 di Isner. A quel punto accade l’impensabile: Mahut perde il game e consegna la vittoria all’avversario. Undici ore e cinque minuti di match: per il Guinness dei record è la partita professionistica (dunque non solo di tennis) più lunga della storia.

Le 110 riprese nella boxe

Un’intera nottata di botte, senza arrivare mai al dunque. Sette ore e diciannove minuti: tanto durò l’incontro di pugilato tra Andy Bowen e Jack «Texas» Burke, due pesi leggeri che si sfidarono all’Olympic Club di New Orleans tra il 6 e il 7 aprile del 1893. In palio c’erano 2.500 dollari, una grossa somma per l’epoca. Come nel caso di Isner-Mahut, alla base di una durata così spoporzionata – e pure in questo caso, va da sé, da record – c’è una differenza di regolamento sostanziale rispetto a oggi: a fine Ottocento non esisteva alcun tetto massimo alle riprese che potevano essere disputate in un singolo match.

Ritratti d'epoca di Bowen e Burke
Ritratti d'epoca di Bowen e Burke

Quelle dell’incontro tra Bowen e Burke toccarono quota 110. Ciascuna durava tre minuti, con un intervallo di sessanta secondi. Di lì il calcolo piuttosto ben calibrato della lunghezza di quel faccia a faccia sul ring. Su social e siti circola una foto di due pugili insanguinati e stremati, ma si tratta di un falso storico (documentato dall’Afp). In realtà quel match si protrasse così a lungo per la ragione opposta, almeno secondo quel che resta delle cronache dell’epoca: una certa indolenza (soprattutto nella parte finale) da parte dei due contendenti, che non avrebbero altrimenti potuto reggersi in piedi per più di sette ore.

Sono trascorsi più di 130 anni, e la patina d’antichità che riveste quel match, oltre a rafforzarne l’aura mitica, l’ha pure disseminato di mezze verità, se non addirittura di invenzioni. Qualcuno racconta che Burke uscì dal ring con quasi tutte le ossa della mano rotte. Lo stesso Burke, suggerisce una testimonianza emersa anni più tardi, avrebbe proposto un pareggio dopo il quarantunesimo round. Di fatto ci si arrivò dopo altre sessantanove riprese, anche se formalmente venne dichiarato un «no contest», ovvero un risultato non valido, senza vincitori né vinti. Un espediente per evitare il pareggio, che secondo la ricostruzione del Guinness World Record avrebbe garantito al pubblico il diritto di assistere a un altro incontro senza costi aggiuntivi.

I punti nel basket

Wilt Chamberlain festeggia i cento punti
Wilt Chamberlain festeggia i cento punti

Il 2 marzo del 1962, a Hershey, in Pennsylvania, buona parte del pubblico che punteggia le tribune della Sports Arena si è radunata per vedere all’opera Wilt Chamberlain, un prodigio di venticinque anni che in quella stagione sta dominando l’Nba con la casacca dei Philadelphia Warriors. Quella notte si capisce perché: in una sola partita mette insieme cento punti contro i Knicks. Il dato è reso ancora più impressionante dal fatto che in quell’epoca non esistessero ancora i tiri da tre. La tripla cifra è il risultato della somma tra trentasei canestri dal campo e ventotto tiri liberi (su trentadue) realizzati.

È tutt’ora un record in Nba. Rievocato anche di recente, nel marzo scorso, quando il centro dei Miami Heat Bam Adebayo ne ha totalizzati 83, due in più del primato in carriera di Kobe Bryant, che fino ad allora era stato l’unico ad avvicinarsi (si fa per dire) a Chamberlain. Il canestro dei cento arrivò a quarantasei secondi dalla fine e mandò in visibilio i quattromila in tribuna, che si riversarono sul parquet. Al punto che Wilt dovette rintanarsi negli spogliatoi per non finire travolto dall’incredulità e dall’entusiasmo dei presenti. Il 169-147 rifilato da Philadelphia a New York in quella partita non costituisce però un altro record: quello di gara con più punti totalizzati appartiene a Detroit Pistons e Denver Nuggets, che in un match del 1983 chiusero sul 186-184 dopo tre tempi supplementari.

La maratona corsa al contrario

Se l’idea di correre all’indietro vi sembra assurda, sappiate che esiste una comunità che, oltre a praticare questa disciplina (il «retro» o «backward running»), ha pure stabilito dei record ufficialmente riconosciuti. Il più clamoroso appartiene a Xu Zhenjun, che nel 2004 completò la maratona di Pechino in 3 ore, 43 minuti e 39 secondi. Un tempo già ragguardevole per gli habitué di questi appuntamenti, adeguatamente allenati. Figurarsi per chi corre 42 chilometri e alcune decine di metri fissando costantemente la direzione opposta a quella verso cui si sta muovendo. Un ritmo di cinque minuti e diciotto secondi al chilometro, circa 11,3 chilometri orari di media. Nemmeno il primato nei cento metri all’indietro scherza. È del 1991 e appartiene al ghanese Ferdie Ato Adoboe: 13,6 secondi. Cose che voi umani...

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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