«Ma perché proprio Brescia?». È la domanda che i due giuristi americani Sandra Babcock e Joe Margulies si sentono rivolgere più spesso da quando hanno comprato casa in città. A porla non sono solo gli amici americani e quelli italiani che vivono altrove ma, sorprendentemente (o forse no…), gli stessi bresciani. Ma non si pensi che questa domanda di rito nasca da una mancanza di accoglienza: anzi, è vero proprio il contrario. Il calore ricevuto, le amicizie nate in poco tempo e la naturalezza con cui sono entrati nella vita quotidiana della città sono tra le ragioni per cui oggi Sandra e Joe considerano Brescia casa loro. Una storia che ha colpito anche la sindaca Laura Castelletti, che li ha incontrati recentemente.
Chi sono Babcock e Margulies
Entrambi docenti alla Cornell University di New York, innamorati dell’Italia da decenni, Joe e Sandra cercavano da tempo un luogo dove trascorrere una quota sempre più lunga dell’anno. Eppure, a differenza di tanti connazionali, non desideravano una villa in campagna da abitare solo nei mesi estivi, né un appartamento nel centro di una città invasa da turisti e comunità di expat. Volevano, piuttosto, parlare italiano, frequentare i luoghi amati dai local, conoscere nuove persone e sentirsi parte di una comunità vera. E questa formula magica ha trovato la sua compiutezza proprio a Brescia. Una città abbastanza grande da offrire cultura, università, teatri e ristoranti, ma, al contempo, capace di custodire la misura delle relazioni umane. Così, dopo aver risposto innumerevoli volte a «come mai Brescia?», Joe e Sandra hanno finito per capovolgere la domanda: «Perché avremmo dovuto vivere altrove?».
Da Bologna a Brescia
Per capirlo, però, bisogna tornare indietro di qualche anno, in un’aula universitaria di Bologna. È lì che è cominciato tutto, almeno per Sandra: «Ho studiato a Bologna quarantacinque anni fa e mi sono innamorata dell’Italia». Da quell’innamoramento, coltivato insieme al marito Joe attraverso anni di viaggi, è germogliata un’idea che per molto tempo è rimasta soltanto un’ipotesi sullo sfondo: «Da tempo avevamo questo sogno: avere un piccolo appartamento in Italia», racconta sempre Sandra, che ci accoglie insieme al marito nel bel salotto con vista sui tetti vecchi della città. «Venticinque anni fa pensavamo a Spoleto. È una città bellissima, ma molto piccola», ricorda Joe. «E poi c’è molto turismo». È questo il primo indizio del metodo applicato nella scelta che li ha condotti fino a Brescia: bellezza sì, ma non a scapito della vita reale. E la città ha superato l’esame su ogni fronte. «Brescia ha anche una posizione ideale: è vicina a Milano, dove abbiamo degli amici; c’è un’università con la facoltà di giurisprudenza e noi siamo professori e avvocati. Inoltre, ci sono i laghi, le montagne, è molto facile spostarsi. La stazione è qui vicino, non abbiamo la macchina, andiamo dappertutto a piedi», raccontano.

«Come mai, Brescia?»
Le coordinate geografiche, però, spiegano solo una parte della storia, e, forse, quella meno rilevante. C’è un livello più sottile, meno cartografico, che Joe e Sandra hanno provato a mettere a fuoco in un piccolo memoriale, intitolato proprio «Come mai, Brescia?». «Nel testo che abbiamo scritto volevamo catturare quello che non si può toccare. Qui ci sentiamo parte di una comunità, cosa che negli Stati Uniti per noi non accade. Dopo l’11 settembre ci pervade un senso di estraneità, non riconosciamo il nostro paese, e ora – dal 2016 e ora dal 2024 con l’ultima elezione di Trump – è molto peggio. Un paese impazzito che non riconosciamo più».
Sandra e Joe non parlano meramente da cittadini preoccupati. Entrambi conoscono da vicino il terreno dei diritti umani e della giustizia. Sandra si occupa da anni di contenzioso internazionale, pena di morte, diritti delle donne e accesso alla giustizia; Joe è un avvocato per i diritti civili e ha lavorato, tra l’altro, alla difesa dei detenuti di Guantánamo. E Sandra non usa mezzi termini: «La politica è importante per noi perché siamo avvocati e ci occupiamo di diritti umani. Negli Stati Uniti vediamo una crudeltà quotidiana che continua a crescere».
Il contrasto con la vita bresciana è netto: «Qui sentiamo la gioia di vivere e un senso di appartenenza, e ci piace molto la cultura, che è italiana, sì, ma anche bresciana. È difficile da spiegare». Anche i gesti più minuti, per due osservatori allenati, diventano indizi rivelatori: «Qui le persone si guardano negli occhi e si parlano nei locali; in America sono tutti assorbiti dai loro telefoni». C’è però un paradosso che continua a incuriosirli, ed è quello con cui tornano più spesso a confrontarsi: la scarsa consapevolezza che i bresciani sembrano avere del proprio territorio. «Ci fanno sempre la stessa domanda», osserva Sandra. «Se ci fossimo trasferiti a Lucca, Firenze, Venezia o Milano, siamo sicuri che non ce l’avrebbero mai rivolta».

Dagli Usa
Ma cosa potrebbero insegnare, invece, gli Stati Uniti all’Italia? «A New York ci sono molti mercati dei coltivatori che vendono cibo biologico; il mercato, qui in città, è più concentrato molto di più sull’abbigliamento. E vorremmo anche un po’ più di cibo vegetariano, perché noi lo siamo», dice Sandra. Joe sposta invece l’attenzione sull’ambiente:«La qualità dell'aria in Lombardia andrebbe migliorata. Negli Stati Uniti abbiamo il Clean Air Act, e l’aria è generalmente migliore».
È Sandra che però ricorda: «Noi non facciamo parte dell’economia italiana, non abbiamo l’esperienza della burocrazia. Siamo in una posizione di privilegio e dobbiamo riconoscerlo. Se avessi un bar non saprei dire se sarebbe meglio averlo qui o a New York, ma per noi professori, nel mondo del pensiero e nella vita privilegiata dell’ambiente accademico, non vedo molto che gli Stati Uniti potrebbero insegnare all’Italia».
È sul piano politico che il confronto tra i due Paesi si fa più scoperto: «La crescita della destra estrema è preoccupante, ma non è niente in confronto agli Stati Uniti. Lì c’è tanta rabbia che ogni giorno diventa fonte di violenza, anche nello spirito. Qui mi sembra che non ci sia, o non ancora. E spero che non ci sarà mai» racconta Joe. Continua Sandra: «L’Europa ha ancora la memoria della Seconda guerra mondiale e della Prima; noi non abbiamo mai avuto una guerra sul territorio degli Stati Uniti. Voi avete vissuto il fascismo, e anche se c’è un movimento politico di estrema destra, penso che resti sempre la memoria di ciò a cui non bisogna tornare. Non sono un’esperta di politica italiana: non siamo nel nostro Paese, quindi possiamo avere una distanza intellettuale. Gli Stati Uniti, invece, sono il nostro paese e ci sentiamo molto feriti: è un dolore forte e costante».
Ma proprio da quella distanza, nasce anche un desiderio di avvicinamento. Guardando al futuro, Joe racconta: «Mi piacerebbe, col tempo, stando qui, entrare a far parte della comunità, per diventare parte della soluzione dei problemi. Anni fa sono stato l’avvocato principale nel primo caso dei detenuti di Guantánamo, ed è un esempio di quello che intendo: bisogna essere parte della soluzione, non basta essere solo un critico, solo qualcuno che si lamenta da fuori. Per questo, in futuro, vogliamo poter contribuire». E noi bresciani siamo certi che, in fondo, quel contributo sia già cominciato: nel modo in cui Joe e Sandra guardano la città e ci ricordano quanto vale.



