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Il primo grattacielo d’Italia? È a Brescia e risale al 1932

È il Torrione Ina che sorge in piazza Vittoria. Viaggio nello skyline della città, attraverso tre edifici che hanno segnato epoche, raccontando le diverse anime di Brescia
Giovanna Zenti

Giovanna Zenti

Giornalista

I tre edifici che hanno segnato epoche e skyline di Brescia
I tre edifici che hanno segnato epoche e skyline di Brescia

Se ne sta lì, affacciato su una delle piazze più vive e al centro di continue polemiche o dibattiti. Passa ormai inosservato, parte com’è dello skyline che sta all’interno della cintura veneta. Eppure la sua è la storia di un primato, e non di poco conto: è il primo grattacielo d’Italia.

È il 1932. L’epoca è quella fascista, l’architettura quella austera di piazza Vittoria, dove l’architetto Marcello Piacentini progetta e dà vita al Torrione Ina.

Se fino agli albori dell’era moderna il profilo della città era disegnato dalle sue mura, dal Castello sul colle Cidneo o dall’imponente profilo del Duomo, l’età contemporanea ha negli anni ridefinito la linea dell’orizzonte bresciano. Tre strutture, in particolare, raccontano come Brescia abbia cercato l’altezza nel corso del Novecento, definendo, di volta in volta, una parte di sé.

Il primo grattacielo in Italia

Partiamo dagli anni Trenta del Novecento. Tra il 1931 e il 1932 sorge nel cuore del centro storico il Torrione Ina, che i bresciani chiamano semplicemente «il Grattacielo», nato all’interno del nuovo e ambizioso piano regolatore a cui lavorò anche il noto architetto Marcello Piacentini.

Progettato su incarico diretto dell’Istituto Nazionale delle Assicurazioni (Ina) con la stretta collaborazione di un team di ingegneri, l’edificio è una pietra miliare per l’ingegneria dell’epoca: si tratta infatti del primo grattacielo d’Italia e il più alto edificio in cemento armato d’Europa al momento dell’inaugurazione. Non è semplicemente un edificio moderno, ma nasce dalla trasformazione radicale del centro storico voluta dal regime fascista.

Il Torrione Ina oggi, in piazza Vittoria © www.giornaledibrescia.it
Il Torrione Ina oggi, in piazza Vittoria © www.giornaledibrescia.it

Per la sua realizzazione, Piacentini si ispira ad un suo progetto presentato in occasione del bando di concorso per la Chicago Tribune Tower del 1922. Nella prima versione il Torrione era alto 51 m per 12 piani, ma si decise poi di aggiungere un ulteriore piano, facendo raggiungere all’edificio l’altezza di 57,25 metri.

Articolato su 13 piani fuori terra e due livelli sotterranei, il Torrione non fu solo una sfida tecnica, ma un’opera dal fortissimo valore simbolico e politico. La sua costruzione si inseriva nel contesto del radicale e discusso intervento urbanistico che portò allo sventramento, come riporta l’Enciclopedia Bresciana di don Antonio Fappani, di un’ampia porzione del nucleo antico della città – in particolare i vecchi e popolari quartieri del Serraglio e del Granarolo – voluto dal regime fascista per fare spazio allo stile littorio e alla nuova Piazza Vittoria, pensata come moderno foro cittadino.

I lavori durarono otto mesi al ritmo di un piano realizzato ogni due settimane. L’edificio, con tutta piazza della Vittoria, venne inaugurato con una solenne cerimonia il primo novembre 1932, a cui partecipò anche Benito Mussolini.

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L'inaugurazione di Piazza Vittoria e del Torrione Ina nel 1931, alla presenza di Mussolini

Dal punto di vista estetico e strutturale, unisce l’austerità del granito alla pietra cornabò e al mattonetto in laterizio della torre, tutti materiali provenienti dal territorio bresciano. Con i suoi 250 locali destinati a uffici, residenze e attività commerciali, il Torrione fu percepito fin da subito come un simbolo identitario di modernità metropolitana.

Tra le tante curiosità storiche che avvolgono la sua nascita, spicca il bassorilievo in terracotta raffigurante l’Annunciazione, opera del maestro Arturo Martini collocata sulla facciata dell’edificio. L’opera, caratterizzata da forme squadrate ed essenziali poco comprensibili per la sensibilità dell’epoca, scatenò accese polemiche tra i cittadini, come riporta ancora l’Enciclopedia Bresciana. I cittadini ribattezzarono affettuosamente la scultura col soprannome di «La Madóna dei fasi» (la Madonna dei fagioli). Il bassorilievo è andato disperso.

Crystal Palace

La storia del Torrione Ina si intreccia in modo quasi romanzesco con quella del grattacielo oggi più alto della città: il Crystal Palace a Brescia Due.

L’attico dell’edificio di piazza Vittoria, che inizialmente ospitava il ristorante panoramico, venne infatti acquistato dall’architetto Bruno Fedrigolli che lo trasformò nel suo studio. Proprio suo è il progetto del Crystal Palace.

Il Crystal Palace, a Brescia Due © www.giornaledibrescia.it
Il Crystal Palace, a Brescia Due © www.giornaledibrescia.it

Nel corso degli anni Settanta e Ottanta, infatti, Brescia pianifica la sua espansione verso sud e verso il mondo finanziario e terziario, gettando le basi di quello che sarà il quartiere direzionale di Brescia Due. Passaggio chiave di questa trasformazione è l’inaugurazione del Crystal Palace il 26 giugno 1992.

Con i suoi 110 metri complessivi d’altezza – suddivisi in 27 piani, a cui si aggiungono la galleria commerciale e un eliporto d’emergenza sulla sommità –, il palazzo è diventato il simbolo visivo del nuovo polo finanziario ed economico della città.

Si tratta di un progetto ambizioso per la tecnologia e l’ingegneria degli anni ’90.

Tra fine anni ’80 e inizio anni ’90 nascono il Crystal Palace e il Symbol © www.giornaledibrescia.it
Tra fine anni ’80 e inizio anni ’90 nascono il Crystal Palace e il Symbol © www.giornaledibrescia.it

La struttura portante è costituita da un nucleo centrale e da una gabbia in cemento armato, interamente rivestita da una facciata continua (la cosiddetta curtain wall) in vetro temperato riflettente e alluminio. Sofisticato è il sistema costruttivo «a cellule» flessibili, progettato per assecondare senza danni le oscillazioni causate dalle dilatazioni termiche e dagli eventuali eventi sismici. La superficie totalmente specchiante permette al grattacielo di mutare continuamente aspetto, riflettendo la corsa delle nuvole e le variazioni di luce del cielo lombardo.

Con i suoi 110 metri svetta sopra le nuvole © www.giornaledibrescia.it
Con i suoi 110 metri svetta sopra le nuvole © www.giornaledibrescia.it

Attorno al ridimensionamento del Crystal Palace sono nate negli anni anche alcune vere e proprie leggende metropolitane. Il progetto originario prevedeva infatti una torre di circa 130 metri, poi ridotta prima dell’avvio dei lavori: le cronache dell’epoca parlano di un iter tormentato, di polemiche sull’altezza e di una modifica che sacrificò alcune delle soluzioni più audaci del progetto iniziale. Nel tempo sono nate diverse storie legate a questa scelta.

La più nota vuole che si sia scelto di non superare, considerando anche le diverse quote altimetriche, la sommità del Duomo Nuovo, quasi replicando a Brescia il celebre limite simbolico imposto a Milano dalla Madonnina. Altrettanto suggestiva è la storia secondo cui le strisce rosse sulla sommità dell’edificio sarebbero state volute da Bruno Fedrigolli come una sorta di «ferita», segno dell’amarezza per il taglio imposto al progetto. Anche in questo caso, però, si tratta di una narrazione entrata nell’immaginario cittadino più che di un’intenzione progettuale documentata.

Per qualche anno il piano terra ha anche ospitato un locale, il Crystall Le Club, discoteca di proprietà (anche) di Francesco Renga.

Il Camino del Termoutilizzatore

Se il Torrione rappresenta la storia e il Crystal Palace il salto verso il terziario, il primato assoluto di altezza nell’orizzonte bresciano non appartiene a un palazzo per uffici né a una torre residenziale, bensì al camino del termoutilizzatore di A2A. Entrato ufficialmente in funzione nei primi mesi del 1998, questo gigante da 350 miliardi di vecchie lire di investimento svetta per ben 120 metri dal piano di campagna, staccando nettamente sia il Crystal Palace che lo storico Torrione.

Lo skyline della città visto da sud © www.giornaledibrescia.it
Lo skyline della città visto da sud © www.giornaledibrescia.it

Oltre che per le dimensioni, l’opera è notevole anche per le modalità con cui venne realizzata. L’intera struttura verticale fu innalzata in soli 24 giorni di getto continuo di calcestruzzo, come riportava sul nostro quotidiano Maurizio Matteotti.

I lavori non si fermarono mai, proseguendo 24 ore su 24 a un ritmo di circa 5 metri di avanzamento giornaliero. Per garantire una verticalità perfetta lungo tutti i 120 metri, le casseforme rampanti vennero sollevate da sofisticati martinetti idraulici e costantemente guidate da un sistema di tracciamento al laser di altissima precisione: un sistema che ha permesso di evitare impalcature esterne. L’intera mole del camino poggia su una base monumentale: una piastra circolare in cemento armato del diametro di 19 metri, ancorata a sua volta a terra mediante 32 pali conficcati nel sottosuolo per 20 metri.

Il camino del termoutilizzatore: l'azzurro si perde nel cielo come voluto dall'artista Jorrit Tornquist © www.giornaledibrescia.it
Il camino del termoutilizzatore: l'azzurro si perde nel cielo come voluto dall'artista Jorrit Tornquist © www.giornaledibrescia.it

A rendere il Termoutilizzatore un punto di riferimento per l’architettura industriale è stata anche la volontà precisa di trasformare un’opera puramente funzionale in un oggetto d’arte e di arredo urbano.

La torre, caratterizzata da una pianta quadrata, è stata ricoperta da uno studio cromatico curato dal celebre artista e designer Jorrit Tornquist. Tornquist ha ideato un trapasso di sfumature di colore che vanno dai toni più scuri alla base fino alle tonalità più chiare e azzurrine verso la cima, creando un effetto ottico capace di alleggerire l’impatto visivo dell’imponente mole e di mimetizzarla con i colori naturali delle giornate bresciane.

L’evoluzione dello skyline

Lo skyline visto dal Castello © www.giornaledibrescia.it
Lo skyline visto dal Castello © www.giornaledibrescia.it

Dall’austero Torrione di Piacentini al riflesso moderno del Crystal Palace, fino all’imponente sagoma colorata del Termoutilizzatore, Brescia ha dimostrato nel corso del secolo scorso una significativa volontà di scandire il tempo attraverso l’architettura, quasi a mettere un punto solido e soprattutto visibile per ogni grande cambiamento.

Ciascuna di queste tre strutture segna un’epoca precisa: l’ambizione urbanistica degli anni ’30, il boom economico e finanziario degli anni Novanta e le sfide tecnologiche e ambientali della città moderna, che aspira ad essere sempre più sostenibile. 

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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