«I preti evitino i social, nessuno può pensare di dominarli»

Don Michele, teologo, è figlio dell’ex sindaco di Berlingo Dario Ciapetti, tragicamente scomparso nel 2012: «Dio non ci salva dal dolore, ma ci salva nel dolore»
Don Michele Ciapetti - © www.giornaledibrescia.it
Don Michele Ciapetti - © www.giornaledibrescia.it
AA

Quando predica, può capitare che citi Dino Buzzati. O T.S. Eliot. Le sue omelie attingono con abbondanza alla letteratura (non solo italiana). La sua casa è piena di libri, cartacei nel tempo del digitale. Classe 1991, don Michele Ciapetti è diventato prete nel 2022. Curato a Roncadelle, il vescovo ha poi deciso che la sua mente brillante fosse perfetta per un teologo, lo ha quindi mandato a studiare ulteriormente alla Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale, a Milano. E ora il percorso di formazione è quasi concluso.

Un giovane prete è ormai una rarità, si è mai pentito, magari di fronte a qualche difficoltà, della sua scelta?

«Mai pentito, sono convinto che quello del prete sia il mestiere dei fiaschi, come diceva don Milani, un fallimento dopo l’altro. Se ci affidiamo solo a noi stessi, tutto è fallimento. Fortunatamente non siamo soli: c’è una Chiesa con noi, e c’è Dio».

Il cardinale Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, ha parlato di società post-cristiana, possiamo parlare di fine della cristianità?

«Le parole del cardinale Zuppi non vanno travisate, il porporato distingue tra cristianità (intesa come ordine sociale, culturale e di potere in cui la Chiesa era centrale) e cristianesimo (la fede e la forza viva del Vangelo). Se la prima è finita, o sta lentamente finendo, il secondo continua ad avere valore e necessità di essere testimoniato».

Cosa pensa della Chiesa ridotta a piccolo gregge?

«È una definizione che non mi piace, perché ha in sé una considerazione negativa, la Chiesa non può essere valutata in un’ottica di successi, di maggiore o minore impatto sulla società. Il tema non è come ampliare l’impatto della Chiesa o come fortificarne le strutture. L’obiettivo della Chiesa non è salvare sé stessa, ma salvare il mondo. O meglio, annunciare al mondo la buona notizia che siamo già tutti salvati, per grazia, da Dio. Se la Chiesa cercasse di salvare se stessa o di ingrandirsi o di rafforzarsi, sarebbe proprio in questo tentativo già perduta».

Mai avuto dubbi?

«Ho avuto dubbi sulla mia fede, sulla mia capacità di restare fedele, ma di Dio non ho mai dubitato. Non sono però così pieno di certezze come potrebbe apparire, penso anzi che ogni tanto i teologi qualche “forse” dovrebbero dirlo».

Lei è un giovane teologo, se la sfidassi a dimostrarmi l’esistenza di Dio cosa mi direbbe?

«Che l’esistenza di Dio non si può dimostrare. Girerei la questione; dal punto di vista della fede, non si tratta di giudicare Dio, ma di resistere al suo giudizio. Invece di domandarci tra noi “abbiamo prove che Dio esista?”, mi pare più sensato chiedere direttamente a lui “provami che io esisto”. La questione non è dov’è Dio ma dove siamo noi: noi piccolissimi e incerti, lui immenso e certissimo».

Don Michele con papa Francesco - © www.giornaledibrescia.it
Don Michele con papa Francesco - © www.giornaledibrescia.it

Questione giovani, lei è curato in oratorio. La loro presenza è spesso ridotta al lumicino, cosa si può fare?

«Con i giovani non si possono che fare dei tentativi, continuare a fallire senza paura. La fede la trasmette lo Spirito Santo, noi ci limitiamo a costruire occasioni perché Dio faccia il suo mestiere. Ma se guardiamo alla Chiesa di oggi, la questione non sono i giovani, la crisi è dell’età adulta in generale».

Cosa pensa dei social e dei preti che usano i social? Pensa siano un mezzo per arrivare, appunto, ai giovani? La vicenda di don Alberto Ravagnani è abbastanza emblematica.

«Non amo i social, per usare un eufemismo. Penso che noi preti dovremmo lasciarli perdere. Un conto è usare internet, che ovviamente è uno spazio che non possiamo disertare. Ma internet è più vasto dei social, e presenta altre possibilità, forse migliori».

Qual è il tema?

«La comunicazione sui social è costruita per essere superficiale, veloce e aggressiva. Possiamo davvero farci stare il Vangelo? E poi, lo sappiamo ormai bene, i social sono governati da algoritmi che stravolgono tutto e tutti. E anche l’onestà di molti preti ne rimane schiacciata; diventano il prodotto del proprio strumento».

Ma tutto questo non può essere sfruttato a vantaggio della Chiesa?

«Assolutamente no, è un illuso chi pensa di essere un cavaliere così puro da non aver nulla da temere. I social non sono strumenti nelle nostre mani, come il martello per il fabbro. Al contrario, sono i creator a diventare gli strumenti dei social. Anche se non se ne rendono conto, si mettono a servizio di una logica che centra tutto sull’ego di chi parla. Ma se lasci che il tuo ego stia al centro, come puoi predicare la croce?».

Cosa risponde a chi dice: ma lì ci sono i giovani?

«Negli anni Ottanta i giovani guardavano tantissima televisione, ma non ricordo che la Chiesa facesse pubblicità tra un cartone animato e l’altro per far arrivare a loro l’annuncio del vangelo».

Quindi lei accomuna, in un giudizio estremamente severo, i social e la pubblicità?

«Io penso che la pubblicità l’abbia inventata il diavolo».

Addirittura, si spieghi.

«La pubblicità ci toglie la libertà, convincendoci di aver bisogno di cose di cose di cui non abbiamo bisogno. È come se stimolasse in noi una grande fame di alimenti che non saziano. Se vogliamo fare una citazione biblica, è come il serpente tentatore con Eva. L’annuncio del Vangelo è esattamente il contrario di tutto questo».

Dovremmo essere tutti francescani?

«La questione è più profonda, la fede consiste nello spezzare il nostro io ed essere felici. Il consumismo invece rafforza l’io e dice: l’importante è che tu sia contento. Ma l’importante non è questo, ma è avere un obiettivo grande, più grande di un armadio pieno o di un’auto fiammante».

Lei è un giovane prete, perché questa figura oggi è in crisi?

«La questione è certo complicata, ma il prete deve predicare la via che spezza l’io, e se le sue risposte non sono strettamente teologiche c’è il rischio che i sacerdoti siano soltanto dei cattivi psicologi. Il prete è l’annunciatore di un messaggio obbligato, non è libero: deve parlare del Vangelo e del mistero di Dio; e deve parlarne “secondo le Scritture”. Non c’è né fede, né teologia, né Chiesa fuori da questo vincolo».

Per farlo capire bisogna però adattarlo ai tempi.

«Il linguaggio si adatta certo al tempo. Faccio un esempio, questo adattamento è come la rincorsa per chi fa salto in lungo. Ma alla fine deve arrivare il salto, altrimenti la stessa rincorsa è inutile. Il teologo che non adatta il suo linguaggio al tempo è come il saltatore che salta senza rincorsa: non va lontano. Ma il teologo che vede solo le questioni del proprio tempo e non quelle, eterne, del Vangelo di Dio è come il saltatore che prende la rincorsa per saltare ma poi non salta».

Dario Ciapetti, ex sindaco di Berlingo e padre di don Michele - © www.giornaledibrescia.it
Dario Ciapetti, ex sindaco di Berlingo e padre di don Michele - © www.giornaledibrescia.it

Suo papà Dario era sindaco di Berlingo, è tragicamente scomparso il 17 dicembre 2012 mentre scavalcava la ringhiera di casa, qualche anno prima era scomparsa la sua giovane sorella. Neanche in quei momenti la sua fede ha vacillato?

«In quei momenti ho avuto ancora di più la certezza su Dio, la mia fede si è rafforzata. Dio non ci salva dal dolore, ma ci salva nel dolore. Sta lì con noi, ed è quello che ci serve».

Che ricordo ha di suo papà?

«Ci univa la passione per la montagna e per i fumetti, è stato un grande papà, un vero capo».

Di fronte a un evento così tragico lei parlerebbe di destino?

«No, l’unico nostro destino è il regno dei cieli, poi nella nostra esistenza non ci sono altri punti fermi».

Quindi direbbe caso?

«Nemmeno, c’è spazio per una via di mezzo. Tra destino e caso, c’è la storia. Se guardo indietro, vedo che quel che è successo ha per me significato e senso, quindi è una storia. La mia».

Questione complicata.

«Capire tutto è impossibile. Ma sottolineo ancora una volta, se ci fermiamo alla piccola dimensione del nostro io non possiamo che concludere che la vita non mantiene le sue promesse. Se ci mettiamo nell’ambito della fede ecco che la vita eterna è invece una certezza».

È questo che ci possiamo aspettare dalla Pasqua?

«Esatto. In Cristo risorto abbiamo la promessa che Dio non lascerà alla nostra fragilità l’ultima parola».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato

Icona Newsletter

@I bresciani siamo noi

Brescia la forte, Brescia la ferrea: volti, persone e storie nella Leonessa d’Italia.

Suggeriti per te

Caricamento...
Caricamento...
Caricamento...