Ha iniziato per gioco, poi ci ha preso gusto. Ora i video musicali di don Valerio Mazzotti hanno raggiunto le 500mila visualizzazioni su YouTube (ma lo trovate anche su TikTok). E se il suo avatar canterino dilaga nel mondo virtuale, il sacerdote reale vive a Dello, dov’è parroco.
Partiamo dall’inizio, come le è nata l’idea di reinventarsi cantante utilizzando l’Intelligenza artificiale?
È nata un po’ per la mia passione per la musica leggera e i ricordi che vi sono legati, e un po’ perché mi piace «smanettare» con l’elettronica, i computer e i social. La scintilla vera e propria, però, è scoccata grazie a un parrocchiano di Quinzanello. In occasione del quinquennale della Madonna della Spiga mi ha fatto ascoltare delle canzoni che aveva creato proprio usando l’Intelligenza artificiale. Mi è sembrato un mezzo interessante e mi ha spiegato che utilizzava un’applicazione chiamata Suno.

Si faceva scrivere anche i testi?
Parzialmente, ho iniziato unendo questa tecnologia alla mia scrittura; a me piace molto scrivere, infatti preparo sempre le mie omelie. Inizialmente ho preso proprio quelle, partendo dai ricordi più intimi e dolorosi, come i testi scritti per la perdita di mio papà e dei miei due fratelli. Inserivo questi testi in Gemini chiedendo di crearmi una canzone. All’inizio mi proponeva dei pezzi di 30 secondi che trovavo un po’ pacchiani. Allora ho cambiato approccio: ho chiesto a Gemini di strutturare strofe e ritornelli completi, e poi portavo quel testo su Suno.
Come funziona?
In verità è molto semplice. Inserisci il testo, dai un titolo e poi scegli lo stile. A me ad esempio piace molto il pianoforte, quindi chiedevo di aggiungerlo, ma a volte sceglievo anche violino o flauto.
E la voce?
Scegli anche quella – maschile, femminile o entrambe – e l’applicazione ti genera la canzone. Ormai lo faccio da circa un anno.
C’è stata un’evoluzione nel tempo?
Sì, ultimamente sto provando a fare di testa mia. Guardando i testi di Gemini mi sono detto: perché non provare a scriverli io?
Diciamo che i testi scritti dall’Intelligenza artificiale sono abbastanza riconoscibili.
Li trovavo senza anima, ora creo strofe e ritornelli direttamente nella mia mente, cercando le rime, perché mi piace che ci sia una struttura poetica. Sentire che le canzoni nascono interamente da me mi permette di esprimere meglio il mio pensiero e il mio sentire.
Il grande salto di qualità è stato l’arrivo del suo avatar, ovvero del don Valerio creato dall’Intelligenza artificiale. Una scelta audace, non trova?
(ride) Diciamo che ho sempre cercato un modo per legare un video alla musica. All’inizio usavo le immagini statiche, ma facevo tutto dal telefono e mi portava via troppo spazio, e il risultato visivo non mi convinceva del tutto. Poi ho trovato un’app per iPhone che partendo da una mia foto crea un video animato in cui posso caricare la traccia Mp3 della canzone.
Ok, possiamo dire che le location dei suoi video non sono propriamente entusiasmanti?
(ride) Possiamo, ma del resto quelli sono i fondali gratuiti. Sono indubbiamente un po’ standardizzati: c’è lo studio di registrazione, il tramonto, il palco o un set stile rapper con il fuoco intorno che ho usato una sola volta perché non mi faceva impazzire. Per ora funziona così.
Perché fa tutto questo?
Voglio portare un po’ di me anche a chi non avrebbe mai la possibilità di incontrarmi. Ma soprattutto voglio diffondere il Vangelo, portare anche in rete messaggi di bene.
Quindi i suoi testi sono tutti a tema religioso?
Esatto, tutto nasce dalle mie omelie e dalle mie riflessioni, con la speranza di intercettare i giovani e far riscoprire loro che in Cristo c’è qualcosa di bello, di entusiasmante e per cui vale la pena spendersi. Oggi intercettare i giovani è sempre più complicato, penso che sia necessario andare dove loro sono sempre: sui social.
Ovviamente avrà bene presente i rischi del darsi in pasto alla rete.
Magari i giovani del mio paese guarderanno questi video in modo scherzoso, ma spero che qualcun altro da fuori possa incuriosirsi.
Non teme che un messaggio così alto e profondo come quello del Vangelo possa essere banalizzato fino a diventare quasi una parodia?
È un rischio che avverto e che mi fa continuamente riflettere. Considero questa fase come un percorso di sperimentazione, un test per capire cosa funziona e cosa no. Può darsi che in futuro io decida di mantenere solo la parte musicale, abbandonando i video.
Che riscontri ha avuto?
Dai preti che incontro e dalla gente comune i riscontri sono vari. Qualcuno sarà rimasto perplesso, ma molti mi fanno complimenti. Peraltro io di natura sono timido, queste attività digitali mi aiutano ad aprirmi, a essere più estroso e ad avvicinarmi alle persone.
Alcuni sacerdoti considerano i social il male assoluto da cui la Chiesa deve stare alla larga. Come gli risponde?
Non sono d’accordo sul fatto che siano il male assoluto, anche se concordo sul fatto che si debba stare molto in guardia. La chiave sta nel gestire i social in prima persona e con responsabilità. La realtà è che non possiamo più pensare di raggiungere i giovani aspettando che vengano in oratorio come succedeva negli anni ’80 o ’90; oggi non ci sono fisicamente, dobbiamo andare noi dove si trovano loro. Il rischio zero non esiste in nessuna attività, nemmeno nell’oratorio reale di trent’anni fa.

Non teme che questa sua forte esposizione online possa, in qualche modo, intaccare la sua credibilità come prete?
Per adesso no, la vedo come un di più che si integra con ciò che sono. Non nascondo la mia identità, anzi: sono orgoglioso di essere innanzitutto un sacerdote. Prima di tutto vengono il Vangelo, Cristo e le persone. La mia comunità sa che ci sono nei momenti che contano, soprattutto in quelli dolorosi come i funerali o quando bisogna stare vicini a famiglie che hanno sofferto gravi perdite.
Ci sono preti che, partendo dai social, finiscono per mettere in mostra più se stessi che il messaggio, arrivando a volte ad abbandonare l’abito. Le è mai capitato di interrogarsi su questo pericolo?
Sì, me lo chiedo spesso, proprio perché non vorrei cadere nello stesso errore. Penso che la questione centrale sia lo stile: se un prete è sui social, ma rimane fortemente radicato nel suo essere sacerdote, allora la sua presenza diventa una testimonianza bella che trasmette un messaggio profondo.
Quanto contano per lei i like?
Ricevere qualche like in più fa piacere, ma la gratificazione non è il mio obiettivo principale. Attraverso la musica voglio solo esprimere ciò che ho dentro, che sia gioia o pienezza.
E le critiche?
Le critiche non mi spaventano, fanno parte del gioco, ma mi spingono comunque a interrogarmi. Mi chiedo se in quelle parole non ci sia un fondo di verità e se io debba moderare o correggere qualcosa nel mio cammino.
Lei ha quasi raggiunto cinquecentomila visualizzazioni su YouTube, se le offrissero soldi per qualche sponsorizzazione?
Mi è già capitato, ho rifiutato.

Nemmeno se le offrissero una bicicletta di ultima generazione, sua grande passione?
(Ride) Beh, ci penserei un attimo... Scherzo, il mio obiettivo è portare il messaggio del Vangelo, non diventare una star o arricchirmi. Sono, resto, e sarò sempre semplicemente un prete.




