Voci che guidano il visitatore tra le sale, suoni che riproducono un’atmosfera, luci e immagini per restituire il senso di un ambiente o per mettere in risalto un reperto. Sempre più spesso capita di visitare musei o esposizioni temporanee in cui, di fatto, si è immersi in installazioni multisensoriali. Ma chi progetta questi percorsi museali? La professione ha un nome, «interaction designer»: perché, in realtà, si tratta di una forma di design, in cui si uniscono arte, scienza e tecnologia. A Milano c’è un studio specializzato nella progettazione di questo tipo di installazioni: «Dotdotdot», tra i cui fondatori c’è anche il bresciano Alessandro Masserdotti.
Design e tecnologia
Tra i musei e le istituzioni culturali e scientifiche per cui «Dotdotdot» ha realizzato delle installazioni ci sono Palazzo Reale a Milano, il Muse di Trento, il Museo nazionale etrusco di Roma, il Giardino botanico di Padova.
«Siamo stati tra i primi in Italia a cominciare a occuparci di questa materia particolare, che consiste nell’usare la tecnologia per veicolare le informazioni – racconta –. Siamo uno studio di design di circa 50 persone, con tante professionalità diverse: per riuscire ad affrontare la complessità dei progetti che facciamo abbiamo esperti di dati, ingegneri elettronici ed informatici, informatici puri, designer e interaction designer, architetti e progettisti di vario genere che collaborano insieme fin dall’inizio del progetto».
Il lavoro dell’interaction designer, spiega Masserdotti, «è una branca che nasce dalla human computer interaction, una materia che esiste circa dagli anni Settanta: era l’unione tra informatica e psicologia cognitiva che si preoccupava di come rendere più accessibili degli strumenti complessi come i computer».
Lavorare nei musei
Ma come si lavora per realizzare un’installazione immersiva? «Di solito partiamo dal messaggio, poi si costruisce una mappa narrativa: come quando si scrive un libro o una sceneggiatura, prima si inizia con un’introduzione, poi c’è un climax, poi un’azione o un personaggio nuovo e così via. Dopo, una volta fatta la mappa narrativa, la nostra “sceneggiatura” viene declinata allo spazio: sulla base della narrazione che abbiamo costruito con il committente museale costruiamo la scena. A quel punto comincia la costruzione dell’allestimento vero e proprio, in modo che sia sempre coerente con il luogo: i materiali e i linguaggi sono diversi se lavoriamo per un museo archeologico o per una mostra sulla fisica quantistica. Abbiamo uno stile, che però viene dopo la necessità di comunicazione del contesto in cui lavoriamo».
E l’allestimento è sempre interattivo: «Per noi è uno strumento di ingaggio dei visitatori, per farli sentire parte dell’allestimento. In questo modo la spiegazione non avviene più in maniera passiva, ma attraverso la scoperta fatta dai visitatori stessi. Si tratta di una pratica che in realtà deriva dall’arte, dal movimento da dai situazionisti: sono stati i primi a rompere lo schema della fruizione passiva dell’arte e a passare ad una fruizione più attiva e interattiva».
Immagini e suoni
Un’installazione immersiva è fatta di luci, colori e immagini, ma un ruolo importantissimo ce l’ha il suono: «Per noi è una componente fondamentale del trasferimento di informazioni e, soprattutto, di emozioni – dice Masserdotti –. Perché se uno vuole semplicemente trovare informazioni, il modo migliore per farlo è a casa davanti a un computer, mentre molto spesso si va in un museo per trovare anche delle emozioni e lasciarsi trasportare. Quindi non c’è solo l’aspetto informativo, ma anche quello emotivo: e in questo senso il suono fa una grossa differenza».

Al punto che, dice Masserodotti, «la buona riuscita di un’esperienza in un museo è data proprio dal carattere sonoro, che parla direttamente al centro delle emozioni, a differenza degli aspetti più cognitivi e visuali che invece hanno bisogno di un’elaborazione più lunga. Ed è per questo che nel nostro studio abbiamo quattro sound designer interni e insieme alla mappa narrativa di un progetto facciamo sempre anche una mappa sonora».
I musei del futuro
Se oggi la tecnologia evolve sempre più in fretta (e con lei l’intelligenza artificiale), come sarà l’esperienza sensoriale di un museo nei prossimi anni? «Nel momento in cui ci sarà un po' più di consapevolezza sull’uso dell’AI, quest’ultima potrebbe diventare uno strumento per personalizzare l’esperienza del visitatore, attraverso l’interazione diretta con ciascuno».




