L’Union Brescia anela vecchi simboli di un passato che, almeno per ora, resta precluso. La trattativa con Cellino per riappropriarsi della «V» è incagliata. Sul logo dell’era Corioni si potrà pensare di mettere le mani quando si districherà dai procedimenti legali che lo incatenano. Fino ad allora non ci sarà margine.
Eppure in Italia una squadra che indossa entrambi con fierezza, da ben quindici anni, c’è. È il Monticchio, piccola frazione de L’Aquila. In un campetto un po’ sgangherato, e che presto riceverà cure adeguate, giocano dei ragazzotti in bianco e blu, con quella leonessa più particolareggiata rispetto ai loghi stilizzati che incarnano il gusto moderno. È la divisa che il Brescia indossò tre lustri fa, proprio nell’era Corioni.
La scelta
Premessa: il Monticchio ha tutto il diritto di scendere in campo con quella maglietta. Tra i dilettanti, in Terza categoria, non sono previsti gli obblighi ai quali devono adempiere i professionisti (e infatti il Brescia femminile, ad esempio, sfoggia senza problematiche di sorta la «V» bianca sul petto). Bastano pochi accorgimenti: casacche dello stesso colore, tassativamente diverso da quello degli avversari. In caso di sovrapposizione cromatica tocca a chi gioca in casa porvi rimedio. Nessuna irregolarità, dunque. Ma perché questa scelta?

Il terremoto
L’antefatto si rifà a uno degli avvenimenti più tragici della storia repubblicana: il terremoto de L’Aquila. Poco dopo le tre del sei aprile 2009 la terra trema, e sembra inghiottire tutto. I morti saranno 309, gli sfollati decine di migliaia. L’Italia intera si mobilita per soccorrere una popolazione in ginocchio. Brescia è come sempre in prima fila.
Tra le decine di volontari della Protezione civile che raggiungono l’Abruzzo ci sono anche quelli del gruppo cinofili Leonessa Brescia. Il primo campo gestito dalla nostra provincia (insieme ad altre) viene allestito a Paganica. Il secondo a Monticchio. Proprio nel centro sportivo. È lì che Giuseppe Spalenza, soccorritore della Leonessa, conosce Serafino Nardecchia, presidente (e all’epoca pure giocatore) della squadra locale. «Il nostro gruppo – ricorda Beppe – portava in questi due punti tutto quello che serviva, a partire ovviamente dal cibo».

La donazione
Tra i due fiorisce un’intesa che mette radici nel tempo. Al punto che la Leonessa, un anno dopo il terremoto, ospita il Monticchio in città per un triangolare, organizzato in occasione dell’inaugurazione di un campo in erba sintetica: «La poseranno anche là, in Abruzzo: io e Serafino ci siamo dati appuntamento a fine lavori per rivederci e celebrare la nuova vita di quel campo sportivo», racconta Spalenza.
Già nel 2010, nell’unica occasione in cui il Monticchio soggiornò in città, alla squadra vennero donate delle divise con il marchio del Brescia. La consegna di quelle ufficiali, da gara, avvenne un paio d’anni più tardi: «In quell’occasione fummo noi a ospitarli». A rievocare quell’episodio è proprio Serafino, che oggi si limita a fare il presidente: «Ma ho giocato fino a due stagioni fa, ero un roccioso centrale».
Fino a oggi

Era il 2012, la prima delle molte visite del gruppo Leonessa a quel fazzoletto di terra inglobato a L’Aquila: «Con loro venne anche un esponente della famiglia Corioni. Ci diedero diverse maglie, tra cui una speciale, firmata da tutti i giocatori dell’epoca e da Gino in persona. Quella l’abbiamo incorniciata, le altre abbiamo deciso di indossarle in partita».

L’hanno fatto per gli ultimi quindici anni: «E andremo avanti, ogni volta che potremo – assicura Serafino –, perché sono veramente belle. Ne abbiamo un bel po’ in magazzino, il che ci ha consentito di avere un ricambio e di evitare un rapido logoramento». L’hanno indossata anche nell’ultimo spareggio per salire in Seconda categoria: «Abbiamo perso, pazienza. Ora ci sono i play off: il cammino è molto più tortuoso, ma una piccola speranza c’è ancora».
Un Brescia agli spareggi, quest’anno, c’è pure in Abruzzo: «Ci siamo affezionati a questa squadra, per ovvie ragioni, e mi auguro possano salire. All’inizio gli avversari ci guardavano un po’ di traverso, ora ci hanno fatto l’abitudine». Gli echi lontani delle vecchie rondinelle di Corioni rimbombano ancora, basta tendere l’orecchio a sud. Chissà se potranno tornare a farlo anche in città, un giorno.




