«Nata curiosa». Monica Bispo lo ha scritto nella sua biografia Instagram, e ci tiene a sottolinearlo anche mentre parla nella sua casa bottega di Carpenedolo. Sorridente, sempre in movimento, sempre in piedi. «Non ci sono sedie qua – spiega, mentre sposta appunti rigorosamente scritti a mano, scatole e vasi – io lavoro in piedi, si fa tutto in piedi, il corpo partecipa tutto mentre crei». Una curiosità viva, mai sopita e che, secondo Monica, che oggi è anche artista, restauratrice, insegnante e ricercatrice di materie prime, è stato il motore di tutto.
L’atelier
Brasiliana d’origine, dove ha studiato arte e disegno prima di altri master a Milano, oggi vive in Italia da venticinque anni. «Un paese dalla bellezza così esplosiva che spesso neanche i suoi abitanti ne hanno piena coscienza – racconta –. L’ho adottato e lo sento come mio, a maggior ragione proprio perché l’ho scelto: mi sento parte della comunità di Carpenedolo, e mi piace dire di essere bresciana». Qua, in un atelier che di fatto è «una casa bottega, come una volta», si concentrano le tante attività di Monica. «Ho iniziato come restauratrice, facendo tanti lavori in giro per l’Italia: Sicilia, Padova, Verona, Milano, ho toccato con mano tanti manufatti, scoperto parti del paese incredibili».

Un amore che non si è mai esaurito, e che l’ha portata, recentemente, a lavorare proprio a Carpenedolo. «Ho restaurato un affresco di fine 700 e a scalinata, dopo essermi già occupata in passato di due cappelle. È stato un onore, devo ringraziare Don Riccardo. Per me il restauro non riguarda solo il manufatto, ma anche chi c’è stato, chi l’ha toccato, la memoria storica della comunità nella quale è stato creato: lavorando in quella chiesa sentivo il passaggio di chi era stato lì prima di me, delle coppie che lì si erano sposate. Ho sentito l’importanza del contatto, il prendere parte alla comunità, il viverla attraverso i suoi prodotti artistici e i suoi materiali».
L’intuizione
Materiale è una parola chiave nella vita professionale di Monica. La casa bottega dove lavora ha i muri esposti, quelli di una volta. «Li ho voluti mantenere per forza: è qualcosa che gli stranieri tengono a voler preservare quando acquistano un immobile in Italia. Sono gli Italiani che vogliono coprire tutto: le maioliche, il cotto, i pavimenti, i muri esposti, nella mentalità del “rustico che equivale al povero”. Invece si tratta di storia: ci sono così tanti materiali meravigliosi qua, è un peccato».
La passione per i materiali antichi, della tradizione, unita ad una ricerca sempre più contemporanea è il fil rouge di tutta la sua produzione artistica. «Ho iniziato con la ceramica, poi ci ha pensato il destino: avevo un evento a Como, dovevo produrre dei vasi con un basso dispendio energetico, e il mio forno non andava. Ho pensato di provare senza cottura, mettendo a frutto ciò che sapevo e avevo studiato, e ho iniziato con il primo vaso. A metà sono salita al piano di sopra a preparare il pranzo con i miei figli, una pasta. Ho preso in mano lo scolapasta e ho pensato “ecco, ci siamo”. È così che è nato il vaso Mu: terra cruda dalla forma tondeggiante, ottenuta sovrapponendo i due emisferi dello scolapasta di casa».

Terra Cruda
Da un forno «che faceva le bizze» al progetto e al marchio Terra Cruda, che Monica porta avanti dal 2017, partendo dai primi corsi e poi dalla realizzazione sia dei vasi finiti che dei sacchetti di miscela, che oggi le persone utilizzano nei suoi laboratori o possono acquistare in autonomia per creare il loro manufatto. «La terra cruda è un materiale completamente naturale, che si asciuga all’esterno: l’idea è quella di implementare sempre di più l’utilizzo di materiali come questi, nell’ottica di un’ecosostenibilità sempre più necessaria».
Oggi la terra cruda è la protagonista di tanti progetti: dai vasi ai nidi, fino al rivestimento delle pareti con pannelli di terra cruda ricoperti di verde stabilizzato. I vantaggi, in termini ambientali, sono notevoli: la traspirazione, il risparmio idrico, lo smaltimento facilissimo senza inquinanti, la forte resistenza alle intemperie e agli agenti atmosferici. «C’è un’idea di connessione di fondo: nel vaso ci deve stare la vita, e il vaso è vivo».
Con i più piccoli
Tanti anche i progetti e i laboratori che Monica porta avanti con i bambini. «Li trovo estremamente stimolanti e amo toccare con mano la loro sensibilità. Aveva ragione Picasso: per creare dovremmo riuscire a tornare ad essere come loro. Credo nel non elitarismo del design: lo studio è ovviamente fondamentale, ma la creazione deve passare in primis dalla voglia di usare le mani, dell’atto primordiale. Uno dei miei aneddoti preferiti con i bambini è accaduto durante un laboratorio in Puglia con un asilo: dopo aver finito di modellare il suo vaso gli ho spiegato che avrebbe dovuto aspettare, lui mi ha risposto serissimo “vado e torno”. È tornato qualche minuto dopo ricoperto di terra rossa dalla testa ai piedi: gli era evidentemente rimasta addosso l’elettricità dell’impastare, del toccare la terra, del creare, e l’ha sfogata con tutto il corpo. Era felicissimo».
Ad affascinarla dei più piccoli è anche l’estrema naturalezza dell’atto creativo manuale, «qualcosa che si perde crescendo. Tanti dei partecipanti ai miei corsi sono convinti di non essere in grado di creare qualcosa da zero. Il sorriso che hanno quando se ne vanno insieme al loro vaso è qualcosa di speciale». All’interno dei suoi corsi rivolti agli adulti, generalmente, la partecipazione è soprattutto femminile. «Siamo più legate all’atto creativo, ma amo quando anche gli uomini partecipano. Una volta ho dovuto gestire un evento di team building aziendale, con un gruppo da venticinque persone, quasi tutti maschi: se ne sono andati euforici, fieri del loro vaso. Io lo chiamo “l’effetto wow”: quando finalmente girano la forma in plastica e il loro vaso rimane in piedi. Capiscono che ce l’hanno fatta, sono stati loro».
I corsi

In provincia Monica è oramai ospite fissa di Castello Quistini, a Rovato, dove tiene corsi da un decennio. «Io e Andrea abbiamo un forte rispetto reciproco, ammiro tanto il loro progetto e la location è splendida: per me il Castello è un punto fisso nel bresciano». Monica descrive i corsi come un momento di intimità e di doveroso contatto con le persone. «Mi piace arricchire il mio e il loro tempo: porto le brioche, faccio il caffè o il tè, c’è sempre un dolce. Durante l’attesa, mentre i vasi si asciugano, mi piace chiacchierare, condividere, creare un momento insieme, senza fretta. Viviamo in un mondo che ha perso l’abitudine all’attesa, che invece dobbiamo riscoprire».
Un’esperienza più lenta, nella quale il tempo della creazione non si accelera e, se si sbaglia, si può sempre rifare. «Non c’è mai un vaso uguale ad un altro: la forma è semplice, ma in ogni creazione influiscono le mani e lo stato d’animo di chi l’ha manipolata. Ormai ho l’occhio allenato, riesco a leggere le persone dal modo in cui usano le mani». Senza di quelle, infatti, l’atto creativo è impossibile: nei laboratori di Monica non ci sono utensili.
A Milano
Dall’8 al 14 novembre i suoi pannelli in terra cruda, già esposti al Fuorisalone nella galleria Vik – «un onore immenso» – saranno disponibili al pubblico a Milano nel temporary store di via San Fermo 5. «Un luogo che vorrei diventasse sempre più cuore pulsante di eventi, corsi e momenti creativi». Intanto, però, la ricerca non si ferma. Oggi Monica sperimenta con miceli, funghi, alghe, polvere di conchiglie, resine giapponesi, gusci d’uovo.
«Vorrei fare un appello alle aziende che hanno scarti di prodotti: voglio continuare la ricerca sui materiali naturali. È qualcosa di impattante, a livello di tempo impiegato e fondi necessari, ma è qualcosa di doveroso. Sono i grandi quesiti del futuro: ridurre la plastica, capire come gestire l’acqua, come ridurre il nostro impatto».
Una voglia di cambiare il mondo in meglio che Monica ha trasmesso ai suoi figli: Caterina, 20 anni e oggi studentessa ad Amsterdam di diritto internazionale, ed Ettore, quindici anni e studente al Copernico. Un’eredità alimentata da una curiosità che, Monica ne è sicura, è di famiglia. «È un impegno, ma è ciò che voglio fare. E poi – scherza – io ferma non so stare: l’unico modo per me di fare qualcosa è fare contemporaneamente qualcos’altro».



