Cronaca

Kokedama, le piante meditative senza vaso: cosa sono e come si curano

La progettista bresciana Rachele Nicoli Cristiani svela i segreti delle sfere di muschio giapponesi e dei terrari: «Una meditazione attiva»
Elisa Rossi

Elisa Rossi

Giornalista

Rachele Nicoli Cristiani, architetta e progettista del verde © www.giornaledibrescia.it
Rachele Nicoli Cristiani, architetta e progettista del verde © www.giornaledibrescia.it

Eleganza, semplicità e fascino. L’antica arte giapponese del kokedama (parola che significa letteralmente palla di muschio) – che permette a una pianta di crescere senza l'uso di un vaso tradizionale, ma in una sfera di muschio poggiata su un piattino o appesa – negli ultimi anni ha conquistato l’Occidente. Tradizione vuole che l’antica tecnica, nata durante il periodo Edo, sia stata inventata da contadini o monaci poveri che non potevano permettersi i costosi vasi in ceramica o terracotta dei bonsai. Comunque sia andata, come il bonsai, la tecnica vuole esaltare l'essenza della natura e trovare un’armonia perfetta con l'uomo. Per lo shintoismo, infatti, ogni elemento naturale ospita uno spirito e modellare la natura è un atto di rispetto per rivelarne la sacralità nascosta.

Crearli non è difficile, stando a quanto dice Rachele Nicoli Cristiani, architetta e progettista del verde bresciana, che tiene dei laboratori per insegnare questa affascinante tecnica.

Rachele, come ha iniziato?

Nel 2019 ho deciso di aprire uno studio che è diventato anche un laboratorio perché nel mio percorso di istruzione mi sono avvicinata anche all’ortoterapia e a tutto quello che è fare con materiale naturale che porta del benessere. Ecco come ho iniziato a studiare kokedama, terrari e tecniche particolari che hanno a che fare con la progettazione, la sensibilità verso l’ecosistema e il benessere. I kokedama e i terrari sono diventati «il mio must» con i laboratori che tengo in diverse realtà, come Castello Quistini. Non li abbandonerò mai.

Un corso a Castello Quistini © www.giornaledibrescia.it
Un corso a Castello Quistini © www.giornaledibrescia.it

Il kokedama è difficile da gestire?

Chiede meno acqua rispetto ad una pianta in vaso perché le radici sono racchiuse in un panetto di argilla coperto di muschio, quindi trattiene più acqua. Certo è che alcune piante, come le stagionali o quelle più particolari, hanno bisogno di cure attente.

Parliamo dall’abc: come è fatto?

La pianta viene svasata, si compatta il terriccio esistente con parti di inerti, terriccio e acqua, si crea la palla e, infine, si riveste con muschio o sfagno. Per ultimo viene legata con corda naturale o nylon.

Se lo ricebiamo come regalo, come ce ne prendiamo cura?

La prima cosa è riconoscere la pianta: se è da interno bisogna capire se ama la luce diretta o quella filtrata; se è da esterno va collocata ovviamente fuori. Allora si può passare alla fase successiva, e cioè come prendersene cura: si può chiedere a Google o al fiorista di fiducia. L’acqua, però, va data sempre per immersione, la sfera va fatta sgocciolare in maniera naturale e va riposizionata appesa o sul piattino.

La chioma va potata?

No, solo dopo la fioritura quando il fiore è secco. Le piante non hanno una crescita esponenziale nel kokedama, che è temporaneo: dopo un paio d’anni la pianta ci fa capire che ha bisogno di più spazio, quindi, o se ne fa un altro più grande oppure si invasa, dandole più terriccio e nutrienti.

Quale materiale serve, è difficile trovarlo?

Si reperisce tutto senza problemi in un vivaio e si può fare anche a casa.

Cosa l’ha conquistata del kokedama?

Innanzitutto per farlo bisogna sporcarsi le mani, quindi è un’immersione sensoriale completa. È un’esperienza che mette le persone a contatto con la natura ed è anche una meditazione attiva perché siamo concentrati sul qui e ora, non si pensa più al lavoro, ai problemi, alle faccende domestiche. Senza dimenticare il profumo del muschio.

Il terrario è un’altra coltivazione «in piccolo»...

Ma è tutt’altra tecnica: nasce alla fine del Settecento e deriva dalla cassa di Ward, un contenitore sigillato per proteggere le piante. Il botanico capì che in un contenitore chiuso, di vetro, con del terriccio, si creava un ecosistema autonomo e indipendente. Il terrario entra nelle nostre case come una gran moda perché oggi c’è meno spazio e non sappiamo se potremo prenderci cura con regolarità delle piante.

Però ogni tanto bisogna intervenire per potare una pianta diventata troppo grande o per sostituirne una morta.

Se siamo fortunati le piante crescono e dobbiamo prendercene cura, ma non come un giardino o uno spazio che va concimato, potato a ogni stagione. Per un po’ lavora da solo.

Un terrario © www.giornaledibrescia.it
Un terrario © www.giornaledibrescia.it

Vanno bene tutti i vasi e tutti i coperchi?

Si può fare in vasi col tappo di vetro, in un vaso di recupero col tappo a vite, come quelli della passata di pomodoro, con copertura di sughero o legno. E questo influenza l’umidità e, quindi, la necessità di acqua del piccolo ecosistema.

Cosa piace di più, terrario o kokedama?

Kokedama a volte non viene capito, dico sempre che non è per tutti, è più un’esperienza di pancia dove ti butti a capofitto. Il terrario è un po’ più la tecnica del farmacista o dell’alchimista, chi ama posizionare il sassolino in un certo modo, personalizzarlo, mettere elementi personali. Racconta qualcosa di chi lo ha realizzato.

Da dove cominciare per non avere delusioni?

Nel kokedama partire da una pianta piccola in un vaso di 8 o 12 centimetri e con un’edera o con un pothos, con piante che sopravvivono anche senza volerlo. Per il terrario da una vaso con una bocca larga, che permette un facile accesso anche senza strumenti particolari, e con fittonie, che non tradisce, di varietà e colori diversi.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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