I tuffi e le immersioni che fa fare ai neonati sono leggendari, fanno ammutolire le nonne e scoppiare a ridere tutti i presenti quando il bimbo riemerge con la faccia stralunata. Marina Vergani (un nome un destino) ha messo in vasca migliaia di bebè bresciani, alla piscina di viale Piave prima e alla Millennium poi; e ha insegnato a centinaia di bambini e giovani a padroneggiare dorso e stile libero. Classe 1966, memoria di ferro che le fa ricordare quasi tutti «i suoi neonati», l’acqua da sempre è il suo elemento e la piscina la sua seconda casa.

Marina, come è cominciato tutto?
Faccio questo lavoro dai primi anni Novanta: sono partita da viale Piave dove alcune colleghe, che avevano iniziato qualche anno prima, mi hanno introdotto al lavoro. La tradizione dell’acquaticità a Brescia è radicata. Io arrivo dal nuoto agonistico: a 16-17 anni, quando ho smesso di nuotare, è stato fisiologico insegnare e, quando avevo circa 22 anni, mi sono approcciata all’acquaticità neonatale. Dopo qualche anno, nel ’95-’96, ho iniziato ad occuparmi anche delle gestanti. Seguo tutto il percorso.
Quanti bambini vede ogni settimana?
Circa 170 per 10 mesi all’anno.
Migliaia di bimbi, molti già grandi...
Alcuni mi hanno già portato i loro figli. Con la prima è stato uno choc.
È bello vederli tornare?
È una grande emozione.
Il rapporto, tra l’altro, è duraturo nel tempo...
C’è poco turn over e abbiamo la fortuna di seguirli per 2-3 anni e, poi, di vedere i fratellini: non facciamo promozione per i miei corsi e sono sempre pieni, lavoro molto con il passaparola e la conoscenza diretta. Si è creata una bella connessione.
Entriamo in vasca, l’approccio con l’acqua per un neonato com’è?
È la cosa più naturale, soprattutto nelle prime settimane, ha passato mesi nel liquido amniotico: l’istinto dell’apnea è naturale, come quando si beve l’acqua, una volta immerso chiude l’epiglottide e l’acqua non entra nei polmoni. Rischi non ce ne sono. Messo nell’acqua un bimbo inizia a sgambettare e a muoversi senza costrizione. Molti studi confermano l’importanza di questo stimolo, in acqua la fatica non esiste, dà loro gioia.

Un lavoro fisicamente faticoso, anche solo perché l’acqua è molto più calda rispetto a quella della piscina normale...
Fisicamente stancante, ma mi piace talmente tanto che sto bene. Mi ricompensano la gioia e l’entusiasmo dei bambini e delle mamme. Anzi, quando sono a casa mi mancano. Mio marito dice che non vado a lavorare, ma a divertirmi.
E i bambini in 36 anni come sono cambiati?
Sono più svegli, attivi e reattivi. Sono cambiati molto anche i genitori: oggi sono più ansiosi e i bambini ne risentono perché devono sempre essere dei supereroi per cui se vengono in piscina devono nuotare, ma il mio è un corso di acquaticità, devono divertirsi in acqua. I genitori d’oggi, soprattutto dopo il Covid, hanno più aspettative, segnano le tappe e si aspettano che vengano rispettate. Prima del Covid c’era meno informazione sui social e quindi ci si affidava al pediatra o ad un libro, ora c’è tanta informazione e si dice tutto il contrario di tutto.
E lei cosa fa in questi casi?
Cerco di far capire loro che ognuno ha i suoi tempi. Consigliati, anche indirizzati da un professionista di fiducia, si tranquillizzano. Credo sia importante ridimensionare i problemi, c’è bisogno di tranquillità.
Anche i nonni mi paiono più ansiosi...
Hanno più timore di sbagliare e devo seguire le indicazioni dei figli che gli chiedono cosa fare e non fare.
Mi pare che non ci sia nell’aria nemmeno l’idea della pensione...
A parte il fatto che io faccio parte della categoria dei collaboratori sportivi che, fino al Covid – la riforma è entrata in vigore a luglio 2025 –, non aveva la previdenza, per ora non ne ho intenzione. A volte scherzo e dico alla direzione che dovranno installare un argano per quando sarò anziana, per mettermi in vasca e tirarmi fuori.




