Avrei potuto continuare a lavorare a tempo pieno? È l’interrogativo che perseguita le madri che hanno scelto di ridurre il proprio orario di lavoro, togliendo giorni alla professione per concentrare maggiori attenzioni sui figli. «È la domanda che mi sono posta spesso anch’io, soprattutto quando di figli ne avevo uno solo. E la risposta, inevitabilmente, era che probabilmente sì». Così ci racconta Elisa per la Giornata internazionale della donna, cui dedichiamo un approfondimento su donne e lavoro.
«Sarebbe bastato prolungare ulteriormente l’orario del nido, reperire una baby sitter affidabile (voi provateci, che poi ne riparliamo), assoldare i nonni il resto del tempo e fare gli scongiuri per far reggere il castello di incastri – prosegue –. Migliaia di madri, da che mondo è mondo, praticano con perizia l’arte del giocoliere, assicurando l’equilibrio aereo degli impegni che casa e prole comportano. Mi sono sempre detta che se non avessi avuto orari così orientati al tardo pomeriggio e sera (o il carico non trascurabile di weekend così spesso impegnati) non ci avrei pensato due volte. Il mio lavoro mi è sempre piaciuto e la realizzazione professionale è sempre stata sul podio degli obiettivi da raggiungere. Finché ho scoperto che fare la mamma era la cosa che mi piaceva di più. O meglio, mi sono resa conto che le ore dedicate al lavoro per me non valevano quelle sottratte all’infanzia dei miei bimbi. Non è un giudizio universale o una verità assoluta: ogni madre fa la madre a modo suo. Non c’è giusto o sbagliato. Soprattutto se si tratta di una scelta e non un’imposizione».



