Annalisa è impiegata in un’azienda bresciana e in questo periodo è in congedo di maternità. Ha 36 anni, un figlio di tre e una bimba di nove mesi, e vorrebbe chiedere il part time: «Quaranta ore sono troppe per gestire tutto e non voglio perdere i primi anni di vita dei miei figli. Guadagno comunque meno di mio marito e per lui, che è spesso in trasferta, sarebbe più difficile ottenere un tempo parziale». È un ragionamento pratico, che coniuga una parte di scelta e una di necessità: «Finché non ci sarà una paternità obbligatoria della stessa durata della maternità le cose non cambieranno – dice Annalisa (nome di fantasia) –. Il mondo del lavoro continuerà a organizzarsi mettendo in conto a priori di fare a meno delle donne che hanno figli».
Oggi è l’8 marzo, la Giornata internazionale della donna, ed è inevitabile parlare di uno dei temi centrali del nostro tempo: il lavoro, con le sue difficoltà, le sue aspirazioni, i ritmi serrati in cui le giovani generazioni non si riconoscono più, l’indipendenza economica che assicura e tutela – ovviamente non da sola – dalle violenze, e in cui continuano a persistere forti disparità di genere.




