La forza è quella di chi sa e vuole scegliersi la vita masticandone ogni metro. Saranno 84 anni alla fine del mese (il 29), ma il suo sport resta il salto in avanti e l’imperativo è quello di coniugare i verbi al futuro: «Perché non mi sento arrivato da nessuna parte, perché sono sempre quel bambino cresciuto nel dopoguerra che come unica eredità ha ricevuto il nome di battesimo del fratello di mia mamma, morto da sommergibilista due mesi prima che nascessi io. E non lo so se sono un illuminato o un fulminato, ma dentro mi sento come uno che ancora deve fare tutto».
La pensione? A domanda il Maestro Iginio Massari allarga le braccia. L’argomento è tabù perché la pasticceria, tanto come arte quanto come luogo dell’anima, non è solo un lavoro «ma è passione, è amore» e da due sentimenti così non ti puoi ritirare. «Veramente io il desiderio di avere un po’ più di libertà dagli impegni l’avrei...» spunta da dietro la voce della signora Maria, intenta a ultimare i preparativi per la riapertura «di casa», ovvero della pasticceria Veneto ripensata negli arredi: si riparte ufficiosamente da oggi («ci manca ancora il banco dei cioccolatini») per essere a pieno regime a partire da martedì 18.

Sì, ma chi è la signora Maria? «È il mio vero ingrediente segreto». Alias la signora Massari, compagna di una vita del pasticciere italiano più premiato del mondo: «Se io sono la mente – le viene dato atto – lei (che per la cronaca non tiene a comparire "perché in famiglia ne basta uno conosciuto, io sto bene dietro le quinte") è il braccio. E se io ho potuto fare quel che ho fatto, è stato perché la mia Marì nel frattempo si è occupata di tutto qui a Brescia: dice che vorrebbe più libertà, ma non è mica vero...». «Qui a Brescia» significa nel quartier generale della «Veneto» che «resta il centro del mio e del nostro mondo e ai miei figli non c’è nemmeno bisogno di dire che così dovrà sempre essere».

Massari, è soddisfatto della riuscita dei lavori che avete voluto nonostante l’ultimo restyling fosse «solo» di 14 anni fa?
Sì. Abbiamo scelto il bianco come colore dominante perché vogliamo che l’attenzione vada solo sui prodotti. Non so dire poi se sono i clienti o i titolari ad aver bisogno di cose nuove. Mi sa la seconda...Per darsi stimoli continui. Comunque in oltre mezzo secolo è già la nona o la decima volta che ci rifacciamo il look: nonostante questo non cambia mai l’anima di questo posto. Torno però a mia moglie: è lei che ha voluto che cambiassimo ancora arredamento, a me sarebbe stato bene lasciarlo come era.
Siete stile Raimondo Vianello e Sandra Mondaini?
Ci capita di litigare come a tutti («lui sta in laboratorio, io sto in negozio così siamo a posto» fa ancora eco la signora Maria), ma siamo sinergici e in sintonia da sempre. Fu poi il papà di Maria, che è sempre stata pronta a sostenermi e a spingermi nel fare i debiti per gli investimenti quando io magari ero più timoroso, a prestarci 3 milioni di lire per partire. Glieli restituimmo in tempi abbastanza rapidi.
Da fuori la sensazione è che la svolta anche pop di Iginio Massari e di conseguenza del brand sia stata spinta solo dai figli, ma non sembrate proprio due genitori che si fanno forzare la mano...
È tutto assolutamente partito dai nostri due figli Debora e Nicola, che portano idee fresche. Noi abbiamo capito che poteva funzionare e abbiamo dato loro carta bianca. Oppure – ridono all’unisono i coniugi – diciamo carta giallina. Ci fidiamo di loro e io specie per la cultura del lavoro che hanno assorbito li considero eredi in tutto. Io e mia moglie l’ultima parola la conserviamo sempre per la pasticceria Veneto. Questa è nostra cosa, off limits: anche se nessuno è eterno (ancora Maria: «ma Iginio non mi fa più gli auguri di compleanno perché dice che non vuole che io invecchi»).
Non è sempre automatico che a chi è figlio di «tanto padre» venga concessa tanta autonomia...
Intanto il mio orgoglio è che entrambi i miei ragazzi abbiano scelto senza forzature di seguire la mia professione e poi stiamo preparando il passaggio generazionale anche se io sono di una generazione che sta e starà sempre sul campo.
Ma non si sente arrivato?
Chi pensa di essere arrivato è il momento che inizia a scendere dal trono. Non mi concedo mai di dirmi che ce l’ho fatta, che sono arrivato da qualche parte.
Cosa ha cambiato in famiglia il grado di popolarità che lei ha raggiunto?
Direi nulla.
Lei dice che non sa se sentirsi illuminato o fulminato...Perché?
Non so dire. So solo che sempre svolto con coscienza il mio lavoro. Cercando di interpretare non ciò che piace a me, ma ciò che piace alla gente. Abbiamo sempre innovato, utilizzando sempre materie prime pregiate. Tutto nasce dall’osservazione. A esempio 40 anni fa a Minneapolis dove ci trovavamo per presentare un panettone, Maria capì la forza di Halloween che rappresentò a un commerciale di una grande ditta che l’anno dopo uscì con una scatola di cioccolatini dedicati alla ricorrenza. Poi potrei raccontare di Tokyo e di mille altre esperienze datate, però....
Però?
Però benché io abbia girato il mondo sto sempre bene a Brescia. Della mia città quando ne ero lontano, anche quando ero emigrante in Svizzera a 14 anni, ho sempre sentito la nostalgia. E così ancora è. Il mio mondo è qui. E se si perdono le radici, si perde l’identità.
Lei da bresciano non ha mai perso l’attitudine al lavoro...
Io anche quando lavoravo alla Star facevo 7 su 7 anche se ero dipendente. Sono fatto così.
A Brescia c’è un buon livello di pasticceria: pensa di aver contribuito lei a certi standard medi al rialzo? A questa competitività?
Siamo stati la prima città per consumo di burro 30 anni fa abbandonando la margarina e siamo stati anche i primi ad abbandonare i surrogati per adottare il cioccolato vero. Quindi siamo dei buongustai, ma anche perché qualcuno - risponde così implicitamente alla domanda - ha per primo adottato questa direzione.
Nel mondo chi ritiene suo pari o comunque, chi ammira particolarmente?
Pierre Hermé.

Lei si adopera per i riconoscimenti alla sua categoria...
Ho fondato Apei, l’associazione ambasciatori pasticceri d’Eccellenza italiana. A tal proposito a inizio ottobre presenteremo una grande manifestazione in Parlamento. Spero possa esserci anche la presidente del consiglio Meloni. Preciso subito che io non ho mai avuto tessere e che come ogni cittadino la politica la subisco, ma Meloni mi è stata accanto per molti anni nel percorso per la cosiddetta «legge Massari» per il riconoscimento delle eccellenze enogastronomiche.
Se lei subisce la politica come ha preso l’approdo in Regione di sua figlia Debora che guida l’assessorato al turismo?
È grande abbastanza per fare le sue scelte.
E lei che rapporto ha con la tecnologia?
Buono, dai...Però il fatto che si paghi il caffè con la carta di credito fatico ad accettarlo.
E con il lusso, ad esempio con le auto di grossa cilindrata o altri simboli materiali che rapporto ha?
«Non mi interessa nulla. Io vivo da persona semplice e arrivo in laboratorio alle 2 e mezza del mattino».
Ha ancora qualche sogno nel cassetto?
Ne ho uno in un angolino...Ed è quello di realizzare, qui a Brescia un "laboratorio-salotto" sulla falsariga di quanto ha fatto il grande chef parigino Alain Ducasse che nel suo ristorante ha creato una stanza da pranzo dal sapore domestico dove accogliere in un certo modo determinati ospiti. Mi piacerebbe realizzarlo con una vetrina che dà sull’esterno...Ho delle idee.
Sempre in movimento...
Non faccio in tempo a fare una cosa che ne sto già pensando un’altra. Vado veloce con la testa.
Diciamo allora che questo è il suo grande pregio. E il suo difetto qual è?
Se sapessi riconoscere i difetti, li correggerei.
Com’è il suo rapporto con la tv?
Buonissimo. Il 3 settembre riparte Bake Off con la bravissima Brenda Lodigiani. Mi sento molto a mio agio e mi piace che a volte esca il mio lato ironico. Però se uno non è bravo non ce la faccio a fargli i complimenti.
Non c’è troppo marketing adesso nel suo mondo? Non c’è il rischio che i dolci instagrammabili creino solo mode? Penso alla frutta realistica di Cédric Grolet...
Diciamo che non l’ha inventata lui. La vidi in Giappone già 25 anni e io stesso la facevo col marzapane. Semmai l’ha riportata in auge. L’avremo presto anche noi, ma con un concetto tutto nuovo...
Lei ha amici?
«Tanti: mia moglie dice anche troppi».
E nemici?
Se ne ho, pazienza: preferisco essere invidiato che compatito.
Come vorrebbe passare alla storia?
Io mi sento un innovatore. Se mi piace l’idea di lasciare una traccia? Certo, ed è ovvio che ci sia anche un po’ di ego: metterci la personalità è importante.
Le è mai capitato di fare un flop?
Errori ne ho commessi molti, ma mi sono sempre rialzato.
Se lei fosse un dolce?
Sarei un babà. Perché dà lo sprint e c’è anche quella goccia di alcool che ti regala il sorriso, ma senza eccedere. Mia moglie invece sarebbe una millesfoglie perché è un dolce musicale.
Ma se lei non avesse fatto questo lavoro, cosa avrebbe fatto?
Avrei inventato questo lavoro.




