Storie

Il medico bresciano: «A Mayotte è una vera catastrofe, resto per aiutare»

Filippo Scalvi, 30 anni, è specializzando in ginecologia nell’ospedale principale dell’arcipelago. Da fine ottobre vive tra il Madagascar e il Mozambico. Il suo racconto dopo il ciclone Chido
Andrea Cittadini

Andrea Cittadini

Vicecaporedattore

Il bresciano Filippo Scalvi - © www.giornaledibrescia.it
Il bresciano Filippo Scalvi - © www.giornaledibrescia.it

Mai avrebbe immaginato di ritrovarsi in una situazione simile. «Era stata diffusa un’allerta meteo, ma chi poteva pensare che si sarebbe abbattuto sull’isola il ciclone più potente della storia in questa zona?», ammette il bresciano Filippo Scalvi. Medico ginecologo, da fine ottobre vive nell’arcipelago di Mayotte, territorio francese, tra il Madagascar e il Mozambico, nell’oceano Indiano, travolto e stravolto dal passaggio del ciclone Chido. Scalvi, 30 anni, sta affrontando il semestre da specializzando nell’ospedale Chm, il principale ospedale dell’arcipelago.

Come è la situazione?

Drammatica e non è una frase fatta. È una catastrofe senza precedenti. L’isola è in ginocchio. Qui sono censite circa 200mila persone, ma la gente che vive nelle baracche non è mai stata registrata e quindi il numero complessivo potrebbe essere il doppio. Siamo senza acqua da cinque giorni, la maggior parte dell’isola è senza elettricità. L’aeroporto commerciale è chiuso fino a nuovo ordine. Il paesaggio è irriconoscibile. Ci sono traghetti incagliati sui marciapiedi del porto di Mamoudzou, altri affondati, altri alla deriva. Per non parlare delle baracche dove vive la gente più povera, letteralmente rase al suolo.

È immaginabile fare un bilancio delle vittime?

Circa 100mila persone mancano all’appello. Le cercano con gli elicotteri e dall’alto si vedono scenari apocalittici: come gente decapitata dalle lamiere delle auto e altre persone che sotterrano i cadaveri dove possono. Lo fanno in fretta per il rischio epidemie visto il gran caldo, ma anche per portare via i documenti a chi li ha ancora addosso. Ci sono numerosi casi di furti di identità e non si saprà mai quante sono le vittime. Si parla di 50mila morti.

Lei dove era quando il ciclone si è abbattuto su Mayotte?

Ero alla residenza, lo spazio con gli alloggi messi a disposizione dall’ospedale. Mi trovavo con gli altri specializzandi che come me non erano in turno. Fortunatamente la struttura ha tenuto, cosa che invece non si può dire per l’ospedale.

In che condizioni è?

In ginocchio come l’isola. Abbiamo asciugato il reparto, messo al riparo i bambini appena nati, ma ci sono intere aree del dipartimento inagibili perché è crollato il tetto. Le sale consultazioni inutilizzabili. Questo è territorio francese a tutti gli effetti e l’ospedale dove lavoro ha il reparto di maternità più grande d’Europa con diecimila parti in un anno. Quindi ci sono decine di neo mamme da spostare e altrettante da monitorare in vista del parto. Il tutto in condizioni disastrose.

Sapevate che sarebbe arrivato il ciclone?

Da qualche giorno era stata diffusa un’allerta meteo che io ammetto di aver preso un po’ alla leggera. Addirittura dicevano di non rimanere vicino a porte e finestre. Pensavo fosse un’esagerazione, poi invece ho capito tutto. Con il vento a 200 chilometri orari volavano gli alberi e ad un collega un pezzo di legno ha sfondato il vetro di una finestra di casa e se lui fosse stato lì l’avrebbe ucciso. Il primario dorme in ospedale perché l’uragano ha portato via il tetto della sua abitazione. Ci sono migliaia di persone senza una casa. L’altro giorno ho fatto un’ecografia ad una donna all’ottavo mese che dorme sul pavimento con le altre quattro figlie perché non ha più nulla.

Continuerà la sua esperienza o tornerà in Italia?

Ho già deciso di rimanere. Sono arrivato alla fine di ottobre per un’esperienza di sei mesi che ho deciso di fare perché il dipartimento di maternità così grande è un’ottima opportunità di crescita e di confronto con i medici francesi. Non so come saranno le condizioni sull’isola nelle prossime settimane tra il rischio colera per i tanti cadaveri presenti e la gente che avrà fame e quindi potrebbe alzarsi il livello di tensione e insicurezza. Siamo però personale sanitario e il momento storico ci impone di fare la nostra parte. Ognuno è libero di scegliere e io resto. Anche perché voglio cogliere un messaggio positivo in un dramma enorme.

Quale messaggio?

Martedì ho fatto nascere una bimba e per me era la prima volta dopo il ciclone. È stato un momento personale molto emozionante. Il viso di quella neonata è un messaggio di speranza per un popolo che oggi non vede futuro.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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