I bei tempi in cui si andava in vacanza in colonia, pure a Brescia

Dici vacanza in colonia e nella mente i ricordi si fanno subito in bianco e nero, oppure si materializza qualche immagine a colori, ma quasi sempre sfocata come quelle fotografie scattate a fatica da una suora che cercava invano di mettere tutti in posa. La vita in colonia (declinata poi nel tempo nei mitici campiscuola oratoriani) è uno spaccato di storia italiana che anche nel Bresciano ha scritto pagine memorabili.
Una storia impossibile da ricostruire vista la sua vastità (le strutture operative nella nostra provincia sono state decine e decine).
Per limitarci al fronte diocesano, quando nel 1946 monsignor Luigi Daffini assume la responsabilità bresciana della Pontificia commissione di assistenza (l’ente che appunto gestiva le colonie) inizia ad organizzare un’ampia rete che già nel 1952 accoglie complessivamente 4.000 bambini nelle strutture montane di Vione, Incudine, Sonico, Santicolo e Bagolino e nelle due strutture marine di Cattolica, alle quali, a partire da quell’estate, si aggiunge la nuova colonia Leone XIII di Cesenatico.

La Valcamonica è stata terra particolarmente ricca di colonie, solo per citarne alcune: due a Rino di Sonico, la casa Pian di campo a Cividate, a Temù, a Paspardo, Campo Tres in Valpaghera di Ceto, la colonia Zuvolo a Berzo Inferiore, a Bienno, due a Saviore dell’Adamello, quella in Bazena è ora un rifugio, tre colonie erano operative a Corteno Golgi. Ma l’elenco sarebbe ancora lunghissimo.
A Irma
Tra le tante colonie, per qualche anno, c’è stata anche quella gestita dalle Figlie di Maria Ausiliatrice, le suore salesiane, di via Lombardia, in città. Per tre turni, di due settimane ciascuno, le bambine dai 6 agli 11 anni che durante l’anno frequentavano la scuola elementare, l’oratorio femminile o le loro conoscenti, partivano per Irma.
Erano ospitate in quello che oggi è il municipio, e che all’epoca era la scuola pluriclasse. In ogni stanza dormiva, rigorosamente in un letto con le tende, una religiosa che era anche una delle maestre dell’elementare, e ogni giorno c’era un programma fittissimo: partite infinite a «Non t’arrabbiare», ricamo, lunghissime passeggiate alla fonte di San Carlo, a Marmentino, bagni nel Mella, pic nic nei prati e le borracce anni Ottanta da riempire, i giochi nel cortile, le sfide a squadre inventate dalle suore e l’epica camminata fino in Vaghezza.
La vacanza iniziava con la nostalgia di casa e finiva tra i pianti per il dispiacere di lasciare le amiche vecchie e nuove. Era un’esperienza di vita, la prima volta fuori casa, il misurarsi con le diverse abitudini delle altre, la novità di vivere la propria maestra in un altro contesto e di vederla (la si esasperava con la richiesta per tutta la permanenza) per la prima volta senza il velo da suora. Altri tempi.
Le colonie di Cevo
di Giuliana Mossoni – Non v’è dubbio che Cevo sia uno dei comuni con la più alta concentrazione di colonie ed ex colonie: ce ne sono ben quattro, a fronte di una popolazione che supera di poco gli 800 abitanti. D’altronde in passato si diceva che l’aria della Valsaviore, di Cevo in particolare, fosse una delle più salubri per la sua posizione invidiabile, a 1100 metri di quota, ai piedi del Pian della Regina, e con una vista impareggiabile su tutta la vallata. In paese erano presenti la colonia Ferrari, quella dei Salesiani, Santa Marta e la colonia delle Angioline.

La più nota e caratteristica, per la sua affascinante storia lunga quasi un secolo, è certamente la Ferrari, nata nel 1929 quale colonia alpina Angiolina Ferrari grazie al commendatore Roberto Ferrari, che la costruì per ricordare la moglie col contributo delle Casse mutue industriali, aperta alle operaie dei suoi calzifici e, in genere, dell’industria e dell’agricoltura bisognose di montagna. In principio fu affidata alle suore dorotee da Cemmo.
Oggi, dopo alterne vicende, che hanno visto anche, negli anni più recenti, dei periodi di chiusura e la difficoltà a trovarne una nuova identità, è divenuta una Casa del Parco Adamello, con anche 49 posti in ricettività, un centro di educazione ambientale e un programma di attività che guardano molto alla sostenibilità e all’ambiente.
Se per la Ferrari è stato individuato un futuro non da colonia, ma comunque nell’ambito della ricettività, la struttura delle Angioline è stata trasformata in abitazione già negli anni Settanta e il vociare degli ospiti non è che un lontano ricordo di chi è più in là negli anni.
Ca’ Serena a Bione
di Fabio Gafforini – Una storia durata quasi settanta anni che si è ormai chiusa, con quella che era una delle colonie estive più conosciute della provincia di Brescia che, da residuato di quegli anni che hanno fatto seguito al secondo dopoguerra e anticipato il ruggente decennio del boom economico, è stata demolita. Dove sorgeva, oggi ha preso il posto un’abitazione privata che ne ha conservato il nome. Parliamo di Cà Serena a Bione, struttura gestita dall’omonima Fondazione – che continua ad esistere – e che fa ancora capo alla Federazione Provinciale dei Combattenti e Reduci.

La nascita di Cà Serena si deve a quello che l’allora presidente della Federazione, il colonnello Domenico Salvatori, definiva «un sogno», e che iniziò a prendere forma nella primavera del 1954, quando si decise di realizzare un qualcosa che servisse a ricordare i caduti in guerra e allo stesso tempo rappresentasse il segno della perenne solidarietà nei confronti dei sopravvissuti e delle loro famiglie ancora economicamente provate.
Si pensò non a un monumento, ma ad una struttura che diventare casa di riposo per quei soldati che non avrebbero potuto permettersi cure in età avanzata, e il luogo dove i figli delle famiglie disagiate potessero godere di cure montane. Il primo presupposto non si realizzerà mai, il secondo invece sì: Cà Serena divenne struttura di riferimento dove potevano essere accolti nella stagione estiva anche 400 bambini.

E Bione, piccolo centro montano della media Valle Sabbia a una trentina di chilometri dalla città, venne eletto come luogo dove costruire questo monumento di solidarietà al combattentismo bresciano. La posa della prima pietra il 5 maggio 1957: era un masso del Piave sul quale vennero erette le fondazioni. La costruzione dell’edificio, su disegno dell’ingegnere Mario Moretti, impiegò poco più di un anno, e il 2 giugno 1958, festa della Repubblica, la nuova colonia venne inaugurata alla presenza delle autorità e di quella che le cronache dell’epoca descrissero come una selva di vessilli a fare da contorno al Tricolore che sventolava alto su di un pennone.
I bambini ospitati a Cà Serena provenivano dalla città e dalla Bassa Bresciana, dal vicino mantovano, ma arrivarono anche i figli dei minatori italiani in Belgio, che tornavano nella terra dei padri: la storica direttrice della colonia Giuseppina Zogno, ricordava commossa, ad anni di distanza, le espressioni di gioia dei piccoli belgi per la bontà del «pane d’Italia».

Cà Serena divenne una sorta di sacrario alla memoria dei combattenti bresciani e un luogo dove questa memoria tramandarla: annualmente la Sagra Provinciale del Combattente si teneva proprio là, e segnava anche l’evento di chiusura della struttura dopo il periodo estivo.
Il sempre minor utilizzo delle colonie da una parte, e l’esistenza di ancor meno combattenti e reduci dall’altra, hanno portato prima Cà Serena a chiudere, senza che mai si riuscisse a trovare la strada giusta per una sua rimessa in funzione, e poi a segnarne il definitivo destino: se ne è andato così un pezzo di storia bresciana.
Chi resiste
La casa vacanze dei salesiani è gestita dai padri di Chiari e, tra le quattro, è quella che viene ancora maggiormente sfruttata, soprattutto da gruppi (anche se i numeri e i fasti di un tempo sono lontani).
La sua storia è affascinante: nata nel 1906 come Grande albergo Adamello, per accogliere i primi turisti della nascente nuova economia camuna, divenne presto Villa Adamello per le vacanze estive degli alunni del collegio Arici di Brescia; nel 1955 un nuovo cambio di mano, quando passò ai Gesuiti della diocesi di Brescia e poi ai salesiani dell’istituto San Bernardino di Chiari, che l’adibirono a casa vacanze per i seminaristi, divenendo «Soggiorno don Bosco dei salesiani di Chiari». Nei primi anni Novanta cessa la sua attività come casa vacanze per seminaristi e diviene casa di accoglienza per gruppi parrocchiali, campi scuola e convegni spirituali, e così è ancora oggi.
Infine Santa Marta è una colonia gestita dalle suore, ma, nonostante la struttura sia ancora molto bella, oggi è praticamente inutilizzata.
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