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Giovani campanari crescono: così Brescia recupera suoni e tradizioni

La Federazione bresciana riunisce una trentina di suonatori: recuperano le antiche melodie, ripristinano i sistemi manuali e insegnano ai più giovani una tradizione riconosciuta dall’Unesco
Giulia Camilla Bassi
Alcuni dei campanari bresciani © www.giornaledibrescia.it
Alcuni dei campanari bresciani © www.giornaledibrescia.it

Quando si pensa a un campanaro, l’immaginazione può correre facilmente a un uomo anziano, in tenuta ecclesiastica, che tira le corde dall’interno di qualche vecchia torre. A Brescia, invece, basta conoscere Francesco Dolfini e Mattia Malzani per mandare in frantumi lo stereotipo.

Rispettivamente presidente e vicepresidente della Federazione Bresciana Campanari hanno uno 30 anni, l’altro appena 23. E non sono nemmeno i più giovani. Attorno alla Federazione, infatti, gravitano suonatori di generazioni diversissime e nella sede di Pompiano stanno imparando l’arte anche alcuni bambini di nove o dieci anni, mentre il campanaro più anziano raggiunge quasi i novanta. Ma che cosa fa davvero un campanaro oggi?

Innanzitutto, continua a suonare manualmente le campane, utilizzando corde e tastiere nei campanili dove gli antichi sistemi sono ancora presenti o sono stati recuperati. Ma il suo compito va ben oltre il gesto del suonare: significa conoscere le diverse tecniche, conservare la memoria delle vecchie sonate tramandate dai campanari del passato e ricostruire quelle che rischiano di andare perdute anche attraverso la consultazione degli archivi, per insegnarle alle nuove generazioni. Significa, inoltre, intervenire dove possibile per ripristinare i sistemi di suono manuale sostituiti per la quasi totalità nel corso del Novecento dall’elettrificazione.

Un patrimonio che oggi gode anche di un riconoscimento internazionale: dal 2024, infatti, l’arte campanaria tradizionale italiana, e quindi l’insieme delle tecniche, dei saperi e delle pratiche legate al suono manuale delle campane, è iscritta nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’Unesco. Ed è proprio questa l’attività che porta avanti la Federazione Bresciana Campanari: custodire una tradizione e fare in modo che continui a essere praticata, e non soltanto ricordata.

Come nasce la Federazione Bresciana Campanari?

Francesco Dolfini: «Il vero e proprio gruppo è nato dai campanari che nel 2005/2006 si sono riuniti a Pompiano per la festa patronale in occasione dell’evento Campane in Piazza con delle campane itineranti. Io avevo già questa passione, sono figlio d’arte perché anche i miei familiari erano campanari. Poi il caso ha voluto che conoscessi anche gli altri e si è visto subito che c’era un grande interesse in comune. Da lì, piano piano, è nato il gruppo. Siamo anche iscritti alla Federazione Nazionale Suonatori di Campane».

E oggi quanti siete?

Dolfini: «Siamo un po’ sparsi in vari paesi. La sede è rimasta a Pompiano perché allora la maggior parte dei campanari suonava lì. Io, per esempio, sono di Manerbio, mentre Mattia è di Cremona. La Federazione conta all’incirca una trentina di suonatori, comprendendo anche quelli che magari vediamo solo due o tre volte durante l’anno. Abbiamo persone di tutte le età: si parte dai 9-10 anni e si arriva fino agli 86-87. In questo momento stiamo facendo crescere anche alcuni ragazzi di 14-15 anni che sono vicini a noi, vengono in sede e si trovano molto bene. C’è questa passione in comune, si sta insieme e loro si divertono molto con noi».

Il vostro obiettivo, quindi, è soprattutto quello di conservare una tradizione?

Dolfini: «La nostra Federazione custodisce e tramanda le vecchie suonate che ci hanno trasmesso i nostri avi, le conserva ed è sempre pronta ad insegnarle anche ai più giovani. Cerchiamo di salvaguardare quest’arte e, dove è possibile, recuperare le vecchie tradizioni e ripristinare i sistemi manuali. Anche perché dal 2024 le campane sono diventate patrimonio dell’Unesco. Uno degli interventi più recenti ha riguardato il campanile di San Andrea a Faverzano, dove la Federazione è intervenuta per riportare in uso il sistema di suono manuale».

Le suonate delle campane sono uguali ovunque oppure cambiano da paese a paese?

Dolfini: «Cambiano di posto in posto. Per esempio, a Manerbio per i funerali c’è un tipo di suonata, mentre se ci spostiamo nella vicina Verolanuova ce n’è un’altra. Dove è possibile, anche consultando diversi archivi, cerchiamo di andare a recuperare quelle che erano le suonate dei campanari di allora, anche quelle dei primi del Novecento: ciò che si usava per i matrimoni, per i funerali, per i battesimi e anche nei concerti solenni».

Quindi ogni comunità aveva quasi un proprio linguaggio?

Dolfini: «Sì. Erano proprio cicli tradizionali diversi. Nei concerti solenni, per esempio, le varie campane dovevano scendere secondo una certa sequenza, non dovevano mai suonare due a due e i suoni non dovevano incrociarsi. Ci sono varie metodologie di suono».

Ci sono poi anche le cosiddette «campanine», piccoli concerti di campane ferme.

Dolfini: «A Pompiano abbiamo un concertino di otto elementi che in questo momento si trova nella nostra torre, quindi nella sede della Federazione. È costituito da otto campanelle che vengono suonate soltanto tramite una tastiera, attraverso il cosiddetto suono d’allegrezza. Era un sistema utilizzato, per esempio, per i battesimi e in alcuni posti anche per i matrimoni».

Il gruppo dei campanari
Il gruppo dei campanari

Come funziona?

Dolfini: «Le campane stanno ferme e il campanaro percuote questa tastiera, che è un po’ come quella di un pianoforte: ci sono tanti tasti quante sono le campane. A quel punto ci si poteva sbizzarrire nel comporre melodie, valzer, canti popolari. E anche qui torniamo allo stesso concetto: andando da un posto all’altro, ogni paese conservava le proprie musiche».

Quali sono, secondo voi, i campanili o i concerti di campane più interessanti della provincia di Brescia?

Mattia Malzani: «Sicuramente Verolanuova. È un concerto dell’inizio del Novecento, del 1910, progettato insieme al fonditore Giorgio Pruneri di Grosio in Valtellina e all’organista locale di allora, Arnaldo Bambini. La particolarità è che il maestro Bambini voleva riprodurre i suoni che aveva sentito dal campanile di San Marco a Venezia, quando era studente nella città lagunare. A Verolanuova, però, le campane le fece fare ancora più belle e ne fece costruire nove, rispetto alle cinque di San Marco. La tonalità è la stessa, ma il suono è più bello. Bambini compose anche una magnifica suonata inaugurale per la benedizione di quelle campane, che ho caricato anche in rete con la partitura manoscritta in sincrono sul mio canale Youtube. Bambini ha curato tutti i suoni delle campane e ha predisposto una tabella seguendo non solo il calendario liturgico, ma anche quello civile, ordinando così tutti i suoni che il campanile deve compiere durante l’anno. Quindi non sono interessanti soltanto le campane: è interessante tutta l’organizzazione musicale che c’è dietro».

C’è qualche altro concerto che merita di essere citato?

Malzani: «Quello di Manerbio e mi piacerebbe citare anche le campane di Orzinuovi, che purtroppo però sono senza il loro campanile».

Campanari in piazza a Orzinuovi © www.giornaledibrescia.it
Campanari in piazza a Orzinuovi © www.giornaledibrescia.it

Che cosa è successo?

Malzani: «La torre è crollata, le campane erano montate su un’incastellatura in ferro, ma senza la loro sede muraria.

Dolfini: «Queste campane hanno una storia travagliata. Sono state tolte nel 1969, prima che venisse demolito il campanile, che era stato dichiarato inagibile. Furono portate via dalla torre e rimasero ferme, in disuso, per più di quarant’anni. Poi, verso la fine del 2012, anche grazie all’interessamento della nostra associazione, vennero sistemate e montate su un’incastellatura in ferro sul sagrato davanti alla chiesa».

E lì siete tornati a suonarle?

Dolfini: «Sì. Sono rimaste sul sagrato per circa quattro anni, e un paio di volte al mese andavamo noi a suonarle. Parliamo di quello che credo sia il secondo o il terzo concerto più pesante della provincia di Brescia. In tanti orceani vorrebbero rivedere il campanile ricostruito, ma per ora il progetto non è mai stato avviato. Ed è un peccato, perché quelle di Orzinuovi sono tra le campane più belle della provincia: oltre a essere tra le più grandi, sono anche qualitativamente tra le migliori. Furono fuse nel 1946 in un’unica fusione. È proprio un peccato mortale avere un concerto del genere, con quella voce, destinato, per la seconda volta, a stare fermo in un capannone e a prendere soltanto polvere».

Qual è invece il concerto più grande della provincia?

Dolfini: «In ordine di grandezza e di peso, il concerto più pesante che abbiamo in provincia è quello di Pontevico. Le campane hanno circa la stessa nota di quelle di Orzinuovi, ma sono leggermente più grosse di spessore e quindi si classificano come primo concerto per ordine di grandezza».

E in città?

Malzani: «Quelle del Broletto, della torre del Pegol. La maggiore è l’unica campana del bresciano che suona il La bemolle in maniera precisa».

A Brescia la tradizione dei campanari è ancora viva come un tempo?

Dolfini: «A differenza di Bergamo, nel bresciano la tradizione dei campanari si è un po’ lasciata andare. Noi pian piano cerchiamo, dove è possibile, di recuperarla, ripristinando anche i sistemi manuali. Quando vediamo che c’è interesse da parte degli enti locali ci adoperiamo e facciamo il possibile per rimettere in funzione il sistema di suono manuale».

Il gruppo conta oggi su una trentina di persone © www.giornaledibrescia.it
Il gruppo conta oggi su una trentina di persone © www.giornaledibrescia.it

Quando si è verificata la frattura più importante con questa tradizione?

Dolfini: «Il periodo cruciale è stato quello che va all’incirca dagli anni Sessanta alla fine degli anni Ottanta, quando sono subentrati gli impianti elettrici. Da lì questa tradizione, come si può immaginare, è andata sempre più a perdersi. Oggi nella maggior parte dei casi il sistema è elettrico e non manuale».

Quindi il problema non è la tecnologia in sé, ma il fatto che abbia sostituito completamente l’uomo…

Malzani: «Lo sbaglio è stato proprio quello: il sostituirsi al suono umano, invece di affiancarlo. Oggi si sta correggendo questa tendenza e si tenta maggiormente di affiancare il manuale a quello elettrico, cercando un equilibrio. Il problema è che negli anni Settanta si è passati completamente da un sistema all’altro e questo ha fatto un grande danno. Adesso dobbiamo recuperare con fatica tutto quello che si è perso nel corso di questi anni».

Dove potremo sentirvi suonare prossimamente?

Dolfini: «Il prossimo appuntamento sarà il 4 ottobre a Faverzano. Poi ci saranno Pompiano e Manerbio, l’11 ottobre, in occasione della festa della Madonna del Rosario».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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