Storie

La famiglia Nava, il volley e l’impresa a Gottolengo diventata storia

Prima Beppe e poi Gigi hanno scritto pagine indelebili della pallavolo bresciana. Una a cavallo tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta con una decine di ragazzina, passate dal non saper giocare alla serie A
Luca Prandini
Una formazione del Gottolengo nel 1970: Nava è sulla destra - © www.giornaledibrescia.it
Una formazione del Gottolengo nel 1970: Nava è sulla destra - © www.giornaledibrescia.it

Prima il papà, poi il figlio. Da quasi un secolo la pallavolo racconta la vita della famiglia Nava. Forse è più adatto dire il contrario: la famiglia Nava da quasi un secolo ha scritto memorabili pagine della storia bresciana della pallavolo. Comunque la si voglia vedere, Beppe e Gigi hanno un legame simbiotico con il volley. Non è un caso che in località Fornaci, in via Malibran, ci sia una palesta intitolata a «Beppe Nava». Quasi a testimonianza e conclusione di un percorso iniziato proprio da quelle parti a metà degli anni ’40.

La vita

Beppe Nava, nato il 16 agosto del 1924, a Fornaci ha trascorso la sua adolescenza. Se ne è andato troppo presto, a meno di 53 anni, nel freddo inverno del 1977, lasciando incompiute chissà quali altre epiche imprese per la pallavolo nostrana.

In ogni caso, è incontrovertibile quanto abbia fatto per lo sviluppo della stessa a Brescia sino agli anni ’70. In un contesto storico difficile, perché siamo negli anni del fascismo e di stravolgimenti geopolitici che porteranno alla seconda Guerra Mondiale, Nava è indubbiamente un atleta. Prima pratica il tamburello sui campi di Flero, poi inizia a dedicarsi alla pallavolo. Il volley negli anni della guerra è tutt’altra cosa rispetto ai giorni nostri. Si gioca all’aperto, su campi impolverati e reti improvvisate su pali provvisori.

La Artigiani promossa in Terza serie nel 1966, capitano Tullio Cremonesi con il trofeo in mano. Il secondo da sinistra è Beppe Nava -  © www.giornaledibrescia.it
La Artigiani promossa in Terza serie nel 1966, capitano Tullio Cremonesi con il trofeo in mano. Il secondo da sinistra è Beppe Nava - © www.giornaledibrescia.it

Le righe dei campi sono tirare con gesso, o spago e paletti a delimitarne gli angoli esterni. Non c’erano ancora società sportive che si dedicavano nello specifico a questo «nuovo» sport, arrivato da pochissimo in Italia, e da ancor meno tempo a Brescia. La pallavolo si gioca soprattutto in una sorta di circoli chiamati dopolavoro. Le più grandi ditte e aziende dell’epoca erano abituate a creare degli spazi adeguati per i propri lavoratori, i quali potevano passare il tempo libero in attività ricreative, culturali e sportive. Erano di fatto le uniche organizzazioni che potevano contare su strutture adeguate e materiale disponibile per la pratica di tutti gli sport in voga al momento.

Tutto naturale

Giuseppe Nava inizia a giocare a pallavolo nel dopolavoro della Breda. Gli risulta semplice imparare la tecnica, divenendo uno dei più promettenti palleggiatori dell’epoca. I giocatori più dotati e con maggior carisma venivano poi insigniti del compito di fare anche gli allenatori. Così succede anche a Nava, che inizia a studiare la tecnica, ma anche per insegnarla agli altri, creando in breve tempo tanti giocatori (maschi e femmine) di qualità.

La trasferta a Cagliari con la Fari: il terzo in piedi da sinistra è Beppe Nava - © www.giornaledibrescia.it
La trasferta a Cagliari con la Fari: il terzo in piedi da sinistra è Beppe Nava - © www.giornaledibrescia.it

Le prime esperienze da allenatore le vive alla Fari Brescia, la gloriosa società che a inizio degli anni ’50 vinse 2 titoli italiani. In seguito allena anche la squadra maschile dei Vigili del Fuoco Brescia.
La pallavolo diviene una compagna di vita inseparabile, tanto da ricoprire anche il ruolo di arbitro, dirigente societario, dirigente della sezione bresciana della Federazione. Naturalmente, quando nasce Gigi nel 1955, anche il percorso del figlio è quasi del tutto scontato. Anche il giovane ben presto diviene giocatore, tanto da entrare anche nel giro della Nazionale. Sul finire degli anni ’60 e all’inizio degli anni ’70 è un promettente atleta, già attenzionato da alcune importanti società. Purtroppo a 17 anni, a causa di un incidente in motorino, la sua carriera rallenta. Resta un ottimo giocatore di pallavolo, ma i problemi dovuti all’infortunio al ginocchio ne limitarono la crescita.

Punto altissimo

Il Gottolengo anno 1969. In piedi da sinistra: Nava, Rosa, Arrigoni, Tedeschi, Daniela Percivalli, Facchi (presidentessa), Apollonio, Riviera. Accosciate da sinistra: Ferrari, Rosa Percivalli, Piccinini, Gorini, Milzani (diregente) - © www.giornaledibrescia.it
Il Gottolengo anno 1969. In piedi da sinistra: Nava, Rosa, Arrigoni, Tedeschi, Daniela Percivalli, Facchi (presidentessa), Apollonio, Riviera. Accosciate da sinistra: Ferrari, Rosa Percivalli, Piccinini, Gorini, Milzani (diregente) - © www.giornaledibrescia.it

Nonostante questo proprio quel periodo è il momento di maggiori soddisfazioni sia per Beppe che Gigi, il quale ricopre il ruolo di aiuto allenatore nelle avventure del padre.  Quasi una coincidenza quanto accade tra il 1968 e il 1975. Beppe Nava, che di professione fa l’odontotecnico, in quegli anni lavora per uno studio medico di Gottolengo. In breve tempo si viene a sapere che quel distinto signore che arriva da Brescia è tra i più promettenti allenatori di pallavolo della provincia. L’intera comunità si muove, a partire dall’amministrazione comunale, per chiedere a Nava se avesse voglia e tempo di iniziare un percorso pallavolistico con le ragazzine del paese. Lui accetta. Come compenso non vuole soldi, ma vitto e alloggio nel periodo invernale quando tornare in città alla sera sarebbe stato complicato e impegnativo.

In palestra si presentano una decina di ragazzine, che per l’epoca, in un paese di meno di 5.000 abitanti sono già un buon numero. Ma non hanno mai giocato a pallavolo. Pertanto il primo obiettivo è quello di insegnare la tecnica, e provare a cimentarsi nei Giochi della Gioventù, visto che le ragazzine hanno tutte tra i 12 e i 13 anni. In realtà il risultato è straordinario. La squadra si qualifica alle finali nazionali e a Roma conquista il terzo posto assoluto.

A quel punto, l’anno successivo Nava iscrive l’Olimpia Gottolengo sia nuovamente ai Giochi delle Gioventù, sia al campionato provinciale. Un vero successo: Gottolengo vince il titolo provinciale salendo in serie D, mentre ai Giochi la squadra conquista il titolo Italiano. La scalata verso la serie A è ormai lanciata. Negli anni successivi il Gottolengo scala tutte le categorie approdando proprio in A, vincendo anche il titolo italiano Juniores della Fipav.

Una trasferta a Salerno del Gottolengo - © www.giornaledibrescia.it
Una trasferta a Salerno del Gottolengo - © www.giornaledibrescia.it

Ricordi

Beppe Nava viene confermato anche per la stagione 1974/75, quella nella massima serie nazionale. Ma la serie A si dimostra sin da subito un campionato molto difficile, tanto che nel girone di andata le bresciane vincono una sola partita contro il Cogne Aosta, restando ultime in classifica. Nel girone di ritorno la Vignoni Gottolengo strapazza ancora Cogne e poi batte Fano. Ma i 6 punti conquistati non bastano per restare in serie A.

Di quella squadra però e di quelle giocatrici resta il ricordo di un’impresa leggendaria. Ragazzine di 12 anni che nel giro di pochi anni arrivarono a giocare in serie A. E per alcune di loro si aprirono anche le porte per restare nel massimo campionato, attenzionate dai migliori club italiani dell’epoca, su tutti Modena, Reggio Emilia e Parma. È il caso di Rosa Percivalli, Daniela Apolloni, Carla Rosa. Ma nessuna volle lasciare Gottolengo e trasferirsi da altre parti. Di lì a poco, meno di 2 anni dopo, Beppe Nava morì lasciando un immenso vuoto nella pallavolo bresciana, ricordato come persona buona, mite, di grandi valori umani e sportivi. Una eredità che venne portata avanti dal figlio Gigi.

Le emozioni di Gigi

I ricordi non sbiadiscono pur prendendo forme differenti. Il legame tra il figlio Gigi e il padre Beppe è stato forte e solido, sia a livello familiare e personale, ma anche a livello sportivo.

Gigi, ricorda di qualche rimpianto di suo padre?

«Direi la retrocessione dalla serie A con il Gottolengo. Ma per mio papà quella fu un’avventura straordinaria, per cui non credo che avesse rimpianti per come sia finita. Ha creato qualcosa di straordinario, quasi impossibile da riprodurre: perché prendere delle ragazzine e portarle in serie A, seguite anche dalla Nazionale Italiana, non è cosa semplice. Anzi, direi proprio difficile. I miei rimpianti? Che mio papà se ne sia andato molto giovane, quando io avevo poco meno di 22 anni».

Quindi la sua passione per la pallavolo è arrivata tutta dagli insegnamenti di suo padre?

«Ha contribuito moltissimo. Sin da bambino andavo con lui alle partite, ma anche ad aiutarlo ad organizzare tornei, vedere match. Piano piano la passione è arrivata da sola. Da lì ho iniziato a giocare, togliendomi delle buone soddisfazioni. Poi quando ho iniziato a lavorare, e non avevo più tanto tempo per giocare, mi sono dedicato a fare l’allenatore e il dirigente».

Dove ha cominciato e con quali obiettivi?

«Inizialmente l’obiettivo era quello di divertirmi e proseguire una attività che mi è sempre piaciuta. Poi, insieme a quella sono arrivati anche i risultati, che piano piano mi hanno portato in diverse vesti a salire sino in serie A. È stata una bella avventura. Da giocatore ho militato nella pallavolo Brescia, con Gigi Zizioli come alleantore fino in B. Quando sono andato ad abitare a Concesio, ho iniziato ad allenare. Un anno sono tornato a Brescia con Comati facendo il diesse, ma l’anno successivo sono ritornato a Concesio in veste di presidente e diesse. Da lì ho iniziato la scalata sino ad arrivare in B1 con quella che si chiamava Gamma Rodengo Saiano. Successivamente è arrivato Marcello Gabana che ha rilevato la società per disputare la serie A, e io sono rimasto come general manager. Di lì a poco mi sono trasferito alla Gabeca Montichiari in A1, sempre con Gabana. Sono stati anni molto belli che mi hanno dato tanto sia professionalmente che emotivamente».

E per il futuro?

«La pallavolo resta una passione forte. A 71 anni mi ritengo soddisfatto di quanto fatto. Quando ho la possibilità di assistere agli appuntamenti sia a livello provinciale che nazionale lo faccio volentieri. Seguo con attenzione le vicende delle nostre squadre di punta. Mi auguro che Millenium e Atlantide possano fare bene anche il prossimo anno, perché la pallavolo bresciana da sempre ricopre un ruolo di primo piano a livello nazionale. Oltre a questo, la tradizione di famiglia prosegue: ho due nipoti che giocano e quando ho la possibilità vado alle partite di Alessandro che milita nel Valtrompia, e alle partite di Camilla che gioca a Prealpino. Tra l’altro Alessandro si sta avvicinando anche al mondo del beach volley. Mi fa molto piacere sapere che i miei nipoti si siano così appassionati a questo sport. D’altronde la pallavolo è una tradizione di famiglia che non può fermarsi dopo di me».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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