Cosa si prova ad essere figlio di un eroe? Figlio di un uomo che 60 anni fa, quando era appena un ragazzo, salvò cinque coetanei strappandoli dalle acque del lago di Garda? Una serie di episodi straordinaria, che avrebbe intenerito anche Edmondo De Amicis, autore di «Cuore». Fausto Bianchi abbassa gli occhi e porta le mani al viso. La voce si strozza in gola per la commozione. Il tempo di fare tre ampi respiri e il volto ricompare. Le mani sono ora sul tavolo, tremano. E negli occhi le lacrime di chi ha saputo che il papà era un eroe quando già andava a scuola, ormai grandicello. Suo padre era Massimo Bianchi, nato e cresciuto a Villa di Gargnano, frazione da molti conosciuta come «la piccola Portofino»: la malattia ha portato via il 27 giugno 1982, quando Fausto aveva solo 11 anni. Un papà eroe, che in quattro occasioni salvò 5 ragazzini.
I salvataggi
Sono passati 60 anni da quei salvataggi miracolosi: Massimo, classe 1943, aveva solo 11 anni quando per la prima volta commosse l'Italia intera, ma anche gente di continenti e Paesi lontani, che avevano letto gli articoli pubblicati sulla Domenica del Corriere o visto i servizi nei cinegiornali. Gli eroici episodi a sua firma furono quattro: il 15 agosto 1954 salvò Claudio Balestra, nell’agosto del 1955 soccorse a nuoto Giuseppe Bertanza e Giancarlo Ballarini; nel febbraio del 1956 ripescò dall’acqua Pierluigi Gelmini e nel giugno dello stesso anno fu la volta di Roberto Viale. Tutti bambini, tutti gli devono la vita.
I premi
Quelle cinque vite salvate nelle acque azzurre del porticciolo di Villa, da dove si era tuffato vedendo in difficoltà gli amichetti, gli hanno portato encomi e medaglie. Onorificenze che la famiglia Bianchi da sempre custodisce e conserva con grande attenzione, insieme alle fotografie ingiallite dal tempo e agli articoli che parlano del piccolo eroe del Garda. Massimo Bianchi ha ricevuto riconoscimenti persino dalla Presidenza della Repubblica.

Tra le medaglie gelosamente custodite in una teca c’è anche l'attestato del Premio della bontà Città di Salò, che il ragazzo si meritò per un altro, questa volta quotidiano, gesto d'amore. Per tre anni ogni mattina accompagnava a scuola, portandolo a spalle da Villa a Gargnano, il piccolo Giuseppe Samuelli, impossibilitato a camminare a causa della poliomielite. Con lui giocava e studiava: erano inseparabili. Molti giornali dell’epoca, quando seppero dell’ennesima prova della sua bontà, scrissero ancora del piccolo barcaiolo, che oltre ad aver salvato i ragazzini dall'annegamento ora si prodigava per Giuseppe. L’Italia si commosse e si pensò a raccogliere fondi per l’acquisto di una carrozzina. Il carretto in legno donato da alcuni operai di Francoforte sul Meno però arrivò troppo tardi: la malattia si era da poco portata via lo sfortunato ragazzo.
La richiesta di adozione e il gelato
«Diventò talmente famoso – racconta ora il figlio Fausto con un sorriso, dopo aver stemperato la tensione – che una coppia americana si presentò a casa dei miei nonni: marito e moglie chiedevano di adottare Massimo. Avrebbero garantito viaggi in nave e aereo per tornare ogni tanto a Gargnano, una bella villa, sport e possibilità di studiare. Insomma di farsi una posizione». La storia dei salvataggi li aveva ammaliati: era un eroe da far diventare americano, in terra Usa. La terra dei sogni, si diceva. «Mia nonna rispose che avrebbe dovuto decidere Massimo. Che il futuro era ormai nelle sue mani».

Come finì? Spiega Fausto, oggi responsabile della squadra di operai del Comune di Gargnano: «Mio papà rispose “voglio solo un gelato”. E a Villa di Gargnano rimase, per condurre una vita tranquilla e di duro lavoro. Erano sette fratelli, non c’era tempo di fare l’eroe. Ancora oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, si ricorda e si racconta che la famiglia era talmente povera che nel 1943 ricevette 5mila lire da Benito Mussolini».
La scoperta
Fausto, figlio di un eroe mai dimenticato, oggi ricorda vari aneddoti sentiti a casa o in piazza. «Papà, in pratica, io non ho potuto godermelo. È morto giovane, era riservato e così anche mia nonna. Non mi hanno mai parlato dei salvataggi, delle medaglie al valor civile, degli encomi, della possibilità di far fortuna in America».

E allora come l'ha saputo? «Per caso. A scuola, frequentavo la terza o la quarta elementare. Un mattina entrò in classe la maestra Annina Braghieri: in mano teneva un libretto “Storie belle, ma vere” che raccoglieva racconti di Vincenzo Fraschetti. Iniziò a leggere: a Villa di Gargnano viveva un ragazzino di nome M.B. C'era scritto che tutti in paese lo conoscevano per il suo coraggio, al punto che i giornali hanno parlato di lui: un “piasaroch” (ragazzino che sta in piazza a giocare ndr) che aveva salvato altri cinque “piasaroch”, che rincorrendosi erano caduti nel lago e rischiavano di morire. La cosa mi incuriosì e raccontai a mia mamma quanto aveva detto la maestra. Rimasi di sasso quando seppi che l'eroe era il mio grande papà, l'angelo di Gargnano».
E così Fausto Bianchi ha appreso quanto era accaduto tanti anni prima che lui nascesse. Ha letto gli articoli, guardato con ammirazione gli encomi. Si è fatto raccontare da chi era stato salvato cosa era accaduto quel giorno. Lacrime di gioia hanno solcato il suo volto. E ora? «Ai miei figli non ho ancora detto nulla, solo un piccolo cenno a Massimo che porta il nome del nonno. Ad Anna, che è più piccola, un giorno lo racconterò».



