Storie

Don Fusari, da influencer a giallista: chi ha ucciso lo storico dell’arte?

Intervista al prete con oltre 60mila follower su Instagram: «I morti non mi sono mai piaciuti» è il suo libro in uscita con Neri Pozza il 30 giugno
Don Giuseppe Fusari, classe 1966, originario di Quinzano
Don Giuseppe Fusari, classe 1966, originario di Quinzano

In salotto appeso al soffitto c’è un maestoso quadro settecentesco, una Madonna con bambino, «quella è la posizione migliore per ammirarlo». Opere antiche si alternano alle pareti con altre moderne. E poi libri ovunque. È la casa di un intellettuale, precisamente di don Giuseppe Fusari, professore di storia dell’arte italiana, classe 1966; tra gli altri incarichi, è stato per dieci anni direttore del Museo diocesano.

Ma è anche molto altro: è un prete influencer tra i più seguiti d’Italia (oltre sessantamila follower su Instagram), ha una grande passione per la palestra (e per i tatuaggi) ed è un romanziere. Il 30 giugno arriverà in libreria «I morti non mi sono mai piaciuti» (titolo folgorante) edito da Neri Pozza; verrà presentato il 3 luglio alle 18 alla Feltrinelli in città.

Il nuovo libro di don Giuseppe Fusari
Il nuovo libro di don Giuseppe Fusari

Per Avvenire è il nuovo Chesterton; come ha scritto il quotidiano della Conferenza episcopale italiana «un giallo di trama complicata e avvincente, folto di colpi di scena, scritto con velocità e ritmo sostenuto, non privo di disinvoltura nello svolgimento dei dialoghi».

E ancora: «Siamo nella patria di Camilleri, il giallista probabilmente più tradotto nel mondo, con molti seguaci in Italia: e Fusari mostra di aver appreso bene la lezione». Un accenno di trama: seduto sotto un albero, come se riposasse, il commissario Amedeo Alessandri rinviene il cadavere di Riccardo Mazza, noto storico dell’arte, con la testa sfondata. Il commissario conosce bene la vittima: gli ha stretto la mano la sera prima, all’inaugurazione di una mostra.

Di certo non può essere autobiografico perché lei è qui tra noi, ma sembra indubbio che ci siano dei riferimenti alla sua vita reale.

(ride) Per fortuna non è autobiografico, non solo: è tutto completamente inventato. Anche la città in cui è ambientato il romanzo non è Brescia, ma semplicemente una città di media grandezza del nord Italia.

Don Fusari con la sua cagnolina
Don Fusari con la sua cagnolina

Come si è scoperto romanziere?

Io scrivo da sempre (la sua «Storia di Brescia. Dalle origini ai giorni nostri», pubblicato da Biblioteca dell’Immagine è stato un notevole successo, ndr), per perfezionarmi ho seguito i corsi della Bottega di narrazione a Milano, l’ho fatto per avere piena dimestichezza con i ferri del mestiere. E per capire perché avevo la necessità di scrivere.

Ritiene utili le scuole di scrittura?

Sì con una precisazione: ti puoi migliorare se la scrittura è parte del tuo essere, altrimenti è molto, molto più dura ottenere risultati soddisfacenti.

Di certo lei, da prete influencer, è più che abituato al confronto (e al giudizio) del prossimo. Il giovane teologo don Michele Ciapetti mi ha detto che i sacerdoti non dovrebbero usare i social perché tutti alla fine ne vengono fagocitati. Lei come replica?

Non sono d’accordo, qualsiasi mezzo di comunicazione è neutro, la differenza sta sempre in come lo usi. Faccio un esempio: quando preparo un video nel quale commento il Vangelo, poi mi interrogo più e più volte. A chi mi segue non do acquetta fresca, ma un messaggio alto e importante com’è quello del Vangelo. E aggiungo: io non banalizzo niente, né il Vangelo né la storia dell’arte.

Non percepisce il rischio di un egocentrismo fine a sé stesso?

È un rischio che ovviamente c’è, ma dal quale mi impegno per tenermi lontano. Quando commento i brani del Vangelo sono sempre vestito da prete, per testimoniare anche esteticamente che io sono un prete. Inoltre, io vedo la mia attività sui social come tramite per avvicinare le persone alle parrocchie, ai preti. Questo è il mio scopo principale.

C’è anche un po’ di vanità personale, lei si ritiene un prete atipico?

Tutti i preti sono atipici, altrimenti non faremmo questa scelta di vita. Faccio parte del clero bresciano che resta straordinario, composto da persone eccezionali. Noi tutti, ognuno a proprio modo, presentiamo al mondo la Chiesa e il suo ideale massimo, una Chiesa che ti accoglie e ti aiuta a sanare le tue ferite. Io mi sento pienamente parte di tutto questo, e ripeto: con immutata e grande convinzione.

In questi decenni non ha mai pensato di smettere di fare il prete?

Io non faccio il prete, io sono un prete. Se smettessi di esserlo rinnegherei me stesso.

Don Giuseppe Fusari, è sacerdote dal 1991
Don Giuseppe Fusari, è sacerdote dal 1991

Oltre al prete lei però è anche molto altro.

Uso l’immagine dell’albero: l’essere prete è il tronco da cui partono i rami: scrittore, professore d’arte e così via.

Il commissario del suo romanzo è un uomo dal fisico invidiabile, a suo agio in palestra come nel lavoro. Sia l’investigatore che la vittima hanno il corpo quasi completamente ricoperto di tatuaggi. La palestra è una sua grande passione, come risponde a chi la critica?

Vado in palestra perché mi piace, non faccio apologia della palestra con chi incontro. Aggiungo che ritengo questa attività fondamentale per la mia salute. Lo scorso anno sono stato colpito da una pesante lombosciatalgia, grazie proprio alla palestra sono guarito senza nessun intervento chirurgico. Demonizzare la palestra ritenendola pura vanità è sbagliatissimo.

Le si potrebbe obiettare che tutto il tempo che passa a sollevare pesi potrebbe impiegarlo ad incontrare persone, a predicare il Vangelo.

E chi dice che non lo faccio proprio in palestra? Un luogo frequentatissimo dai giovani: ho visto tanti ragazzi entrare timidi e insicuri e poi trovare una loro sicurezza, costruirsi una corazza (non solo fisica) per affrontare la vita.

Don Fusari è docente di Storia dell'arte italiana alla Cattolica
Don Fusari è docente di Storia dell'arte italiana alla Cattolica

Scrive ancora Avvenire: «Nel tempo della postmodernità è proprio Fusari, molto più delle sue creature, a sembrare uscito da un romanzo». Cosa replica?

(ride) Lo prendo come un complimento.

Cosa pensa dei giovani d’oggi?

Che sono molto meglio di come li dipingono gli adulti, che dovrebbero sforzarsi un po’ di più per capirli. Io insegno Storia dell’arte italiana all’Università Cattolica e trovo che i ragazzi siano sempre più bravi, appassionati. Certo, molto spesso vedono le cose da una prospettiva diversa dalla nostra. Ma chi dice qual è quella giusta?

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