Trentacinque anni, un’attività in proprio che funziona bene, una figlia alla scuola materna e dunque gli equilibrismi quotidiani della conciliazione lavoro-maternità. Quella che siede alla scrivania dell’ufficio in via Leonardo da Vinci, in città, è una donna in carriera. Ma con una storia singolare: dieci anni fa non parlava una parola d’italiano e aveva appena trovato un posto come domestica nella casa di una famiglia di Milano.
Oggi Thilini Siriwardhana Mudiyanselage, arrivata nel nostro Paese dallo Sri Lanka proprio nel 2016, è titolare di Ceylon Aps, un centro di servizi per l’immigrazione, Caf e patronato, dal quale ogni giorno passano 25-30 persone, sia di origine straniera sia italiane. Prima, però, c’è stato dell’altro: Thilini ha conseguito il titolo di mediatrice europea per l’intercultura frequentando il corso di perfezionamento della facoltà di Scienze della formazione nella sede di Brescia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Qui, in via Trieste, è tornata nei giorni scorsi per raccontare la sua storia di immigrazione e successo nell’ambito del convegno sul tema «Per una socio-antropologia della brescianità. Eredità e sfide del cattolicesimo sociale». Il suo intervento s’intitolava «Diventare bresciani: uno sguardo dall’altrove».
È diventata davvero bresciana? Ci racconta com’è andata?
Premesso che non ho ancora la cittadinanza, Brescia è stata la mia prima città in Italia perché qui abitava già la famiglia di mio marito quando sono arrivata; ma dopo tre mesi, per motivi di lavoro, sono andata a Milano e ci sono rimasta per tre anni. È stato un periodo molto formativo soprattutto per la lingua che non conoscevo e che avevo cominciato a imparare a Brescia, grazie all’interessamento del dottor Edoardo Martinelli dell’Università Cattolica: per fortuna parlavo inglese e i tre bambini di cui mi occupavo andavano alla scuola internazionale per cui potevamo comunicare; ma ovviamente a me interessava imparare l’italiano, ho capito subito che, se volevo che le cose andassero bene, la lingua era fondamentale.
Poi, nel 2019, è arrivato dallo Sri Lanka anche mio marito e ci siamo trasferiti a Brescia, dove lui lavora come operaio in un’azienda. A quel tempo io ero disoccupata e Martinelli e la professoressa Maddalena Colombo mi hanno proposto d’iscrivermi al corso per mediatore europeo per l’intercultura. Ero l’unica cingalese tra un centinaio di studenti, tra cui marocchini, senegalesi, pakistani, indiani, bengalesi... alla fine dei due anni di corso eravamo più che dimezzati, anche perché in mezzo c’è stata la pandemia.
Poi che cosa è successo?
Dovevo fare uno stage, io ho scelto il settore immigrazione e l’ho svolto in un Caf. È finita che è diventato il mio lavoro: mi occupavo delle pratiche più varie, dai permessi di soggiorno alle pensioni; e intanto facevo qualcosa a casa per i miei connazionali. A un certo punto, però, quelli che si rivolgevano a me sono aumentati al punto che ho pensato di mettermi in proprio e nel 2022 ho aperto il mio ufficio.
Quali servizi offre?
Tutte le pratiche relative all’immigrazione, Caf, patronato, conversione delle patenti, targhe per i monopattini... l’obiettivo è semplificare la vita delle persone.
E chi sono i suoi clienti?
Soprattutto miei connazionali ma anche tanti italiani che vengono per il 730, le pensioni, il pagamento delle multe... io cerco di rispondere a ogni esigenza, ma se non ci riesco li indirizzo altrove.
Poi è nata sua figlia.
Sì, nel 2023. Il suo nome è Shethi, che unisce il nome di mio marito, Shehan, e il mio, Thilini. Quando aveva 15 giorni l’ho portata in ufficio perché non avevo nessuno che mi aiutasse, è stata dura. Anche oggi sul retro è pieno di giocattoli.
E per il resto, quali difficoltà ha incontrato venendo in Italia?
Mi sono dovuta impegnare molto per imparare la vostra lingua mentre lavoravo e poi per studiare al corso di perfezionamento. Però non ho avuto altre difficoltà, né ho subito forme di discriminazione - se si esclude un unico sgradevole episodio con un’anziana che senza motivo mi ha detto di tornare nel mio Paese -, forse anche grazie al mio lavoro che mi porta ad avere molte relazioni.
Torna spesso in Sri Lanka, pensa di tornarci in futuro?
Cerchiamo di tornare quando è possibile, anche perché lì vivono i miei genitori, ma ci piace anche viaggiare in Italia e in Europa con la tenda. Magari mio marito e io torneremo in Sri Lanka quando saremo anziani, mentre non credo che lo farà nostra figlia che è nata e crescerà qui. La maestra mi ha detto addirittura che parla in dialetto bresciano! In ogni caso, il nostro presente è in Italia, e mi piace. Mi piacciono soprattutto le iniziative legate alle feste: Natale, Carnevale, Halloween. Di Brescia mi piacciono le chiese, le ho visitate tutte anche se io sono buddista: sono bellissime. Invece so che molti miei connazionali soffrono la mancanza di contatto umano: noi siamo più espansivi di voi.
Ha parlato dell’importanza della lingua. Pensa che tutti dovrebbero impararla, come previsto dal decreto del Governo per i genitori degli alunni di origine straniera?
Non voglio dare un giudizio politico sul decreto ma penso che sì, un corso base servirebbe a tutti. Quando ho parlato al convegno in Cattolica, poi, ho colto l’occasione per dare un altro messaggio, che riguarda in particolare Brescia: qui i tempi per i nuovi permessi di soggiorno sono troppo lunghi, ci vuole anche un anno e mezzo contro i tre-quattro mesi di Milano. Così molti non trovano lavoro perché non tutti i datori di lavoro sanno che la legge consente l’assunzione per chi ne ha fatto richiesta. Io sì, lo so, conosco le leggi. Studio tutti i giorni.




