Storie

Come si sopravvive quando tuo padre maledice il giorno in cui sei nata

Il ritratto di Giovanna, una donna che ha trasformato la depressione in un’occasione di profonda conoscenza di sé, nonostante la sua vita dolorosa
Francesca Marmaglio
Giovanna da bambina
Giovanna da bambina

Giovanna durante l’intervista cita un libro, «Una mente inquieta» di Kay Redfield Jamison, una psichiatra che era stata prima una bambina emotiva, poi un’adolescente depressa e infine una giovane vittima della sindrome maniaco-depressiva.

Dopo il nostro incontro mi informo sulla professoressa statunitense e leggo che «per Jamison studiare e comprendere la sua malattia era l'unica speranza di salvezza» e poi «la mia, come molte altre menti, è stata toccata dalla malattia, ma anche dall'arte, dalla scienza, e da tutte le cose belle e terribili che l'hanno resa così vivace, così eccitante, così dolorosa e così degna di essere vissuta».

In quelle parole rivedo Giovanna che ho conosciuto poco tempo prima e con la quale ho avuto un appuntamento – proprio quello riferito alla citazione – durante il quale abbiamo chiacchierato della sua vita. L’obiettivo era parlare, per sensibilizzare sull’argomento, della salute mentale e nel caso di Giovanna del disturbo bipolare di tipo 2.

La storia di Giovanna

La vita di Giovanna, che di cognome fa Regali, comincia subito in salita: «Sono nata a Brescia nel 1967 e ho perso mamma quando avevo 6 mesi – racconta Giovanna –. L’hanno trovata morta nel letto di casa. Al tempo non si sapeva e non si diceva, ma sicuramente dopo il parto era caduta in una bruttissima depressione, non si sa come sia morta, al tempo non si facevano le autopsie. Papà mi dava la colpa della sua morte, me l’ha anche detto: «se non fossi nata tu, lei sarebbe ancora qua». Però non ho deciso di venire io al mondo».

I genitori di Giovanna Regali
I genitori di Giovanna Regali

Giovanna viene affidata allo zio e chiamerà mamma per il resto della sua vita sua zia: «Non ho avuto coscienza della morte di mia madre, ero troppo piccola – continua Giovanna –, mia mamma per me è sempre stata mia zia a cui sono stata affidata. Papà non si era opposto, lui non aveva voglia di vivere, sicuramente non aveva voglia di stare qui per me. Lo vedevo poco, è morto quando avevo più bisogno di lui, durante l’adolescenza e con l’insorgenza della malattia». Quando chiedo a Giovanna che ragazzina fosse stata mi dice: «Allegra, scatenata, anticonformista, ero sempre contro qualcosa, una contestatrice. Ho avuto un’infanzia per molti versi serena».

La malattia

Dove si inserisce la malattia in tutto questo, mi chiedo mentre l’ascolto. Giovanna studia, viaggia, ha una vita piena di amici. Eppure la depressione non le fa sconti fin da subito: «Il primo episodio forte l’ho avuto in quinta liceo. Ero mancata un mese da scuola, con il senno di poi e con la conoscenza della malattia già alle medie avevo dei sintomi. Mia zia mi diceva, ti sta per venire l’esaurimento e allora mi dava dei ricostituenti. Mi sentivo una forte ansia, angoscia, malessere, ma non avrei mai pensato si trattasse di una malattia, pensavo fosse «questione di carattere». Ci sono voluti parecchi anni perché accettassi che avevo una malattia, una malattia dalla quale non si guarisce, ma con cui si può convivere».

La salute mentale, oggi, soprattutto per le nuove generazioni non è più un tabù. Negli anni novanta, però, lo era eccome: «La gente mi faceva i predicozzi – continua Giovanna –, ma per me non è mai stato un tabù, per gli atri sì. C’era tanto pregiudizio, un tempo anche da parte dei medici, oggi quello no, ma la gente sottovaluta il nostro problema ancora troppo».

La diagnosi

Facciamo chiarezza. La depressione è una patologia psichiatrica caratterizzata da episodi di umore abbassato, accompagnati principalmente da una ridotta autostima e perdita di interesse nelle attività normalmente piacevoli. È una condizione invalidante che influenza in modo disadattivo la vita sociale, lo studio, le abitudini alimentari, il sonno e la salute fisica: «Dai 20 ai 30 anni le crisi erano molto frequenti, mi mettevo a letto, chiudevo tutto, evitavo tutti, stavo al buio e avevo solo voglia di dormire per non sentire il dolore. La diagnosi corretta, nella quale ho ritrovato tutti i miei sintomi, è arrivata molto tardi, quando avevo quasi 30 anni. Ho un disturbo bipolare di tipo 2: lunghi stati depressivi con brevi parentesi, molto intense, di euforia. È una malattia che non si può curare solo con la psicologica, ma fondamentali sono i farmaci».

Giovanna Regali
Giovanna Regali

Anche perché è una malattia che in molti casi fa perdere la ragione: «È normale pensare al suicidio quando sei depresso, io ci penso sempre è talmente forte il dolore che dopo tanto tempo che sopporti dici «io non posso vivere così» – spiega Giovanna –. Dovesse venirmi una crisi forte so che il pensiero tornerebbe, ma ho fatto una promessa a mia zia e non lo farò mai. E poi non penso mai a domani, penso ad oggi al fatto che sto bene e che sono serena».

Convivere con la malattia

Giovanna ha anche parole inaspettate nei confronti della malattia: «Mi sono arrabbiata molto con la malattia, ogni volta. Arrivi al limite. Però la depressione non è solo una nemica, mi ha insegnato tanto sulla vita e su me stessa. Non sarei chi sono. Con questo non voglio dire che sono contenta di averla, preferirei non averla, però visto che ce l’ho, prendo il buono: è una maestra molto severa e cattiva, ma se vuoi imparare ti insegna molto».

Giovanna ora sta bene, grazie anche al percorso di assistenza con la cooperativa Comunità e Fraternità ad Ospitaletto: «Io qua sto benissimo – conclude – e poi posso dirlo? Le persone che hanno problemi mentali son troppo interessanti, molto di più dei cosiddetti sani. Anche se, ti svelerò un segreto, la maggior parte dei cosiddetti sani sono solo non diasgnosticati».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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