Non è una scuola come tutte le altre. Gli alunni non sono come gli altri: vanno dai 18 a oltre 60 anni e sono detenuti. La scuola in carcere è una realtà della quale si parla poco, ma è uno strumento fondamentale di riscatto per chi sta scontando la pena. Può dare una nuova prospettiva di vita mentre si è in carcere, ma anche una volta usciti. Con un diploma in tasca si può ricominciare una nuova vita.
Ma una classe non è fatta solo di studenti, ovviamente ci sono anche gli insegnanti che, per una parte della giornata, diventano detenuti loro stessi e vedono le cose sotto un’altra luce rispetto a chi sta fuori.
Tra questi c’è Maria Elena Biban, architetta, da 20 anni di ruolo all’istituto Tartaglia, presente (c’è anche il Fortuny-Moretto) nella Casa circondariale di Canton Mombello e nella Casa di reclusione di Verziano con i percorsi Cat (Costruzioni, ambiente e territorio). Qui insegna Progettazione e costruzione impianti, tecnica e tecnologia di rappresentazione grafica, gestione dei cantieri, Scienze e tecnologie applicate.

Professoressa, come è arrivata a insegnare in carcere?
Per un po’ ho vissuto in Liguria, rientrata a Brescia ho fatto il concorso e l’ho vinto. Nel 2005 mi hanno chiamata per la cattedra e c’era posto solo in carcere. Ho accettato.
Non è quello che si aspetta un aspirante insegnante?
Non ero spaventata. Mi sono buttata. All’inizio è stato difficile, è stato devastante dal punto di vista emotivo perché scopri realtà, storie e situazioni che non immagini. Il primo anno uscivo e piangevo.
Non ha mai pensato di chiedere il trasferimento?
No, sono rimasta e son passati 21 anni. È un lavoro che ti prende, ma la parte più difficile è distaccarsi, per imparare a farlo ci vuole tempo.
Si riferisce ad una situazione particolare?
Ricordo che i primi tempi mi colpì la storia di un giovane padre sudamericano che per due mesi non riuscì a mettersi in contatto con la moglie che era rimasta in patria perché questa aveva cambiato casa e non era arrivato il nuovo recapito. Una situazione inimmaginabile. Ecco, essere in carcere è un’attesa continua, di far telefonate, dei colloqui, dell’avvocato o della camera di consiglio.
E dal punto di vista dell’insegnamento?
Anche a noi vengono date delle regole alle quali non è facile abituarsi, come non portare oggetti che possono tagliare, ma a volte non pensi a quanto alcune cose di uso comune possano essere pericolose. E poi non c’è una formazione dedicata per chi insegna in carcere, infatti siamo tre insegnanti di ruolo e gli altri, supplenti, cambiano ogni anno. Altra particolarità è che noi insegniamo in classi miste, biennio e triennio, quindi la lezione è per alunni che sono a diversi livelli di apprendimento. E a Verziano la classe è composta da maschi e femmine.
Poi il fatto che manchi il collegamento internet rende tutto più difficile, abbiamo programmi di disegno che funzionano solo con la rete.

Di contro ci saranno state soddisfazioni...
Sì, mi viene in mente un ex alunno che si è diplomato, ora ha messo su famiglia e ha un’attività tutta sua: mi è venuto a cercare a distanza di qualche anno per raccontarmi come è andata. Un altro, che frequentava la quarta, sapendo che sarebbe stato scarcerato di lì a poco, ha fatto di tutto per fare due anni in uno e sostenere l’esame di maturità appena uscito.
Un’altra situazione che mi è rimasta nel cuore è quella di un ragazzo molto bravo che, arrivato in quinta, ci scrisse una lettera bellissima nella quale ci spiegò in maniera chiara ed esaustiva perché voleva lasciare. Mi scrisse che quando sarebbe uscito avrebbe guardato le architetture con un altro sguardo e che gli avevo insegnato ad apprezzare la bellezza, cosa che non sapeva fare prima di essere detenuto.
La scuola aiuta a recuperare la fiducia?
In carcere ci sono diverse attività rieducative, ma secondo me non hanno la stessa valenza della scuola. Noi li vediamo 4-5 ore al giorno per nove mesi. E quando arrivano le vacanze di Natale o estive i nostri alunni sono tristi. La cosa più bella è vedere quando scoprono i loro talenti, di avere qualità che non conoscevano neppure loro. E capire che hanno piacere ad imparare e che ci riescono bene. Non è facile ricominciare a studiare dopo degli anni di inattività.
Di contro quando escono, a volte, non avendo un supporto rischiano di perdersi, ma questo purtroppo non è il nostro compito.
Il dolore più grande?
Quando, una volta usciti, veniamo a sapere che purtroppo non ce l’hanno fatta.
Com’è insegnare a persone che le sono vicine d’età o adulti fatti?
Restano alunni, io li sgrido, buttandola sullo scherzo ovviamente. Gli alunni io li vado a cercare se non si presentano in aula. Il trucco è non creare lo scontro. Poi La difficoltà maggiore è programmare un piano di studio a causa dei trasferimenti per sovraffollamento. Questo ancora non lo accetto, non capisco perché, se un detenuto non ha fatto nessuna richiesta di trasferimento e frequenta la scuola non venga considerato come motivo per farlo restare in quella struttura.
È cambiata negli anni la presenza in classe?
Sì, quando le celle erano chiuse avevamo più alunni, era un’occasione per loro di uscire. Adesso sono meno. Ma la scuola e l’istruzione continuano a dare prospettiva.
Con piacere, di contro, rilevo che gli agenti di Polizia penitenziaria sono cambiati, oggi sono molto formati, bravissimi a mantenere la calma anche nelle situazioni più difficili e se, un tempo per la maggior parte di loro la scuola era una scocciatura, ora non lo è più.
Dal primo settembre sarà in pensione, cosa hanno detto i suoi alunni?
Ci scherziamo. E vorrei anche organizzare un momento conviviale. Ogni tanto mi trovo a pensare, mentre spiego un argomento, che sarà l’ultima volta che lo farò. Quel che forse mi ha stimolato maggiormente negli anni è che non sapevo cosa e chi avrei trovato in classe.



