In tanti, da bambini, lo hanno stretto tra le braccia, visto in vetrina, desiderato per Santa Lucia, per poi ritrovarlo anni dopo in una soffitta o in un mercatino dell’usato e riguardarlo con immensa tenerezza e un pizzico di nostalgia. Sì, perché il Cicciobello è sicuramente una delle bambole più famose al mondo, ma non tutti sanno che è nato e cresciuto a Brescia. Anzi, a Iseo.
La storia di Cicciobello, infatti, comincia ben prima di Cicciobello stesso e risale al 1957, quando l’imprenditore Gervasio Chiari fonda la Sebino Bambole in un vecchio caseggiato di Pilzone d’Iseo. L’Enciclopedia Bresciana ricorda che, inizialmente, le bambole erano in polistirolo e venivano verniciate con mezzi artigianali, utilizzando come cabina un focolare e il relativo camino. Il primo lancio fu il bambolotto «Piccolo alpino», presentato durante l’adunata a Firenze del 19 marzo 1957 e poi alla Fiera di Milano. Ma l’iconico bambolotto dagli occhi azzurri, il ciuccio in bocca e la vestina celeste, capace di incantare il mondo, aspettava solo il momento di venire alla luce.
La storia di Cicciobello
Nel 1960 una grave alluvione distrugge la fabbrica di Pilzone e, anche qui, l’Enciclopedia Bresciana ci viene in aiuto, richiamando l’immagine incisiva (e quasi irreale) di decine e decine di bambole finite a galleggiare sul lago d’Iseo. L’anno successivo l’attività viene trasferita a Cologne, paese d’origine di Chiari, dove nasce uno stabilimento di 12mila metri quadrati con una ventina di operai. Una realtà destinata a crescere in modo impressionante nel giro di pochi anni. Nel 1971, infatti, lo stabilimento arriva a un’estensione di 100mila metri quadrati, di cui 36mila coperti, capace di produrre non solo bambole, ma un intero mondo di giocattoli.
Alla bambola rigida in polistirolo seguono quelle in polietilene soffiato e, dentro questa evoluzione tecnica e produttiva, prende forma anche il suo nome più celebre: Cicciobello, appunto. Il primo Cicciobello nasce nel 1962. Il suo volto (quello impossibile da confondere, che milioni di bambini avrebbero imparato a riconoscere prima ancora delle lettere dell’alfabeto) porta la firma dello scultore Silvestro Bellini.
L'idea, sulla carta, era disarmante nella sua semplicità: non una bambola qualunque, ma un bambino quasi vero, tenero, da prendere in braccio e accudire. La leggenda vuole che Bellini si ispirò al volto di un bebè bergamasco di sua conoscenza. Ma il vero colpo di genio non stava nel volto, per quanto perfetto. Cicciobello piangeva quando gli veniva tolto il ciuccio, e smetteva solo quando veniva consolato. Per l’epoca, una gigantesca novità tecnica.
Con il senno di poi, qualcosa di più. Fu infatti il primo esempio in Italia di un giocattolo progettato non per essere posseduto, ma per creare bisogno reciproco. Cicciobello non si limitava a stare lì, immobile, in attesa di essere vestito o portato a spasso. Chiedeva qualcosa. Reclamava attenzione, generava un piccolo senso di colpa se lasciato piangere troppo a lungo e restituiva una gratificazione immediata alle piccoli mani intervenute in suo soccorso.
Le pubblicità
Anche il lancio pubblicitario fu una vera opera di direct marketing ante litteram. Una lettera inviata e recapitata a molte giovani madri, nella quale si annunciava la «nascita» di Cicciobello e si offriva la possibilità di riceverlo via posta. Insomma, un modo sottile per dire: Cicciobello non è un prodotto qualunque, ma un nuovo arrivato in famiglia. Non è una bambola da acquistare, ma un bambino da accogliere.
Il successo, ça va sans dire, fu immediato e si andò consolidando negli anni Settanta, anche grazie al contributo del regista (e pubblicitario) Renato Borsoni. Nel 1972 quattro bambole Sebino si qualificarono ai primi posti tra le bambole italiane del momento e Cicciobello conquistò il premio «Bellissima», diventando così Cicciobello «Bellissimo».
Intanto l’azienda, che proprio in quegli anni assunse la forma della Tecnogiocattoli, allargò la propria produzione e affiancò a Cicciobello altri nomi destinati a segnare il mercato: da Patatina e Angelino, a Go-Patti Magica, Piccola Stella, fino alla Linea BellaJoy. Ma Cicciobello restava il simbolo più forte. E non solo in Italia. Negli anni Settanta il bambolotto nato sul Sebino comincia infatti a viaggiare: trova spazio nei magazzini Harrods a Londra, alle Galeries Lafayette di Parigi, da Fao Schwarz sulla Fifth Avenue a New York, e poi ancora a Madrid, Montreal, Zurigo, Belgrado, Hong Kong, Singapore e Tokyo.
Gli accessori e le versioni
Attorno a Cicciobello nasce un piccolo universo di accessori: culle, passeggini, seggioloni, set pappa, biberon. Nel 1967, poi, la famiglia si allarga con l’arrivo dei «fratellini»: un Cicciobello dalla pelle nera e uno dai tratti orientali. Fu, a modo suo, un tentativo precoce di allargare la rappresentazione dell'infanzia oltre lo stereotipo europeo.

I nomi scelti per quei bambolotti, «Angelo Negro» per il primo e «Ciao-fiu-lin» per il secondo, tenuto a battesimo niente popò di meno che da Mike Buongiorno, appartengono senza dubbio a un lessico fuori luogo. Ma sono figli del loro tempo. E – per bilanciare senza sminuire – va detto che l’azienda portava a suo modo messaggi di inclusione, guidata da una visione moderna: ancora oggi qualcuno ricorderà, infatti, l’enorme cartellone pubblicitario che per un certo periodo svettò sull’autostrada Milano-Venezia portando il messaggio di fraternità e uguaglianza del quale Cicciobello si fece paladino.

La crisi e il passaggio a Giochi Preziosi
Ma dietro il successo e lo scintillio delle vetrine, c’era ancora il cuore pulsante dell’industria bresciana, con la sua capacità di crescere e resistere. La Sebino, infatti, attraversò una crisi congiunturale nel 1964 e superò un violentissimo incendio il 18 giugno 1967, continuando comunque ad ampliarsi e ad affacciarsi sui mercati esteri, coerentemente con lo slogan che l’azienda stessa avrebbe adottato: «Sebino, la Bambola Italiana nel mondo».
Quella stagione, però, non durò per sempre. Nel 1984 la produzione di Cicciobello alla Sebino terminò. Da quel momento modelli, marchio e stampi passarono alla Migliorati Giocattoli di Pavone Mella, ancora nel Bresciano. Solo in seguito, Cicciobello approdò alla Giochi Preziosi di Cogliate, in Brianza, che lo avrebbe mantenuto in vita aggiornandolo alle nuove generazioni. Cambiarono i materiali, il mercato, la comunicazione e le funzioni: dal Cicciobello che piangeva quando gli veniva tolto il ciuccio alle versioni malate da curare, parlanti, interattive, capaci di camminare o di simulare nuovi gesti quotidiani. Il marchio sopravvisse così alla fabbrica che lo aveva generato, diventando un raro caso di giocattolo capace di attraversare epoche diverse senza perdere riconoscibilità.
Il collezionismo
Ma la lunga vita del bambolotto più amato di sempre ha alimentato negli anni anche il fenomeno parallelo del collezionismo. Gli esemplari storici, soprattutto quelli degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, vengono cercati, catalogati, restaurati, come per esempio fa Sandro Nigro, conosciuto per il progetto «Ciccio Clinic», che recupera e restaura vecchi Cicciobello restituendo loro volto, corpo e funzionamento.
Ma a riportare Cicciobello sulle rive del lago è oggi anche la fotografia. Dal 10 luglio al 31 agosto 2026 l’Infopoint di Monte Isola ospita la mostra antologica di Beppe Prandelli, «Dall’Ultima Cena, a Cicciobello, al sogno di Monte Isola. Zibaldone per immagini di un fotografo di professione». Il percorso accosta lavori molto diversi: l’iconografia dell’Ultima Cena di Leonardo, l’omaggio paesaggistico dedicato a Monte Isola e, appunto, gli scatti commerciali e di costume legati alla linea Cicciobello di Sebino Bambole, realizzati proprio da Prandelli, che certamente contribuirono a costruire e cementificare un mito che ancora perdura.



