Storie

Carburante dalla plastica: Julian Brown dai social al liceo Calini

Il giovane innovatore statunitense, con 3 milioni di follower su Instagram e TikTok, invitato dagli studenti del liceo bresciano: «Il mio progetto per far del bene al Pianeta»
Julian Brown al liceo Calini - © www.giornaledibrescia.it
Julian Brown al liceo Calini - © www.giornaledibrescia.it

Parafrasando Archimede di Siracusa: datemi un giovane e cambierò il mondo. Facile dirlo, più difficile è farlo. Si parla dei ragazzi come del futuro del nostro Pianeta, dimenticando spesso che sono già il presente. Prendete per esempio Julian Brown, 23enne originario di Atlanta negli Stati Uniti che da un bisogno, quello di tutelare il Pianeta e farne un posto più sano e bello in cui poter vivere, ha tratto un’idea. E da un’idea è sorto un progetto concreto.

Ospite al liceo Calini in un’aula magna stracolma, il giovane, invitato su richiesta degli studenti Filippo, Lorenzo e Nicola che lo hanno conosciuto grazie ai suoi video sui social (ci torneremo), ha spiegato genesi e sviluppo di NatureJab, progetto di ricerca pensato per convertire i rifiuti plastici in combustibile – denominato Plastolene – grazie a un processo di pirolisi a microonde alimentato da energia solare.

Come e quando nasce questa idea?

Quando avevo 17 anni, dopo aver capito che la plastica deriva dalla raffinazione di combustibili fossili, ho cominciato a informarmi online. Ho scoperto che esistevano già dei processi per riconvertirla e così, da autodidatta, mi sono dedicato prima a studiare e poi a mettere in pratica le mie idee. È un percorso che è nato da un’esigenza e che si è alimentato pian piano anche grazie al contributo delle tante persone che ho incontrato lungo la mia strada.

In cosa consiste il progetto?

NatureJab utilizza la pirolisi a microonde, un processo che decompone la plastica in assenza di ossigeno mediante il calore prodotto dalle microonde, generate utilizzando elettricità di origine solare. La plastica contiene infatti lunghe catene molecolari, chiamate polimeri: l’obiettivo è spezzarle in molecole più piccole utilizzabili come combustibili.

Un metodo di certo innovativo, e green, ma non messo in pratica su scala industriale. Come mai secondo lei?

È di certo molto più economico, e vantaggioso per i produttori, continuare a estrarre petrolio e non sviluppare infrastrutture o tecnologie volte al risparmio energetico o alla valorizzazione di quanto già esiste. Ma la mia scelta non nasce per contrapporsi a questo o a quello: ho deciso di impegnarmi per fare ciò che per me è meglio per il mondo.

Una coscienza ambientale che è propria della sua generazione.

Assolutamente sì. Ragazze e ragazzi della mia età sanno perfettamente che le cose devono cambiare e che bisogna cominciare a vedere il Pianeta da una prospettiva diversa, atteggiamento che in fondo è il tratto caratteristico della scienza. In questo senso i social sono una grande finestra sul mondo.

Lei ha infatti creato i suoi prototipi documentando tutto il processo sui social (ha quasi 3 milioni di follower su Instagram e 3,1 milioni su TikTok).

È stata una scelta naturale, tutto ciò che ho fatto l’ho fatto interagendo con la community. E dal mondo digitale siamo anche passati a quello fisico, dato che alcune macchine le ho costruite materialmente insieme ad alcuni follower. È una vera e propria community condivisa, dove tutti sono parte del progetto e dove ciascuno porta la propria prospettiva. Questo per me significa crescere insieme e provare a cambiare le cose.

E adesso sta girando il mondo per raccontare ciò che sta facendo.

Per me è una diretta conseguenza del mio lavoro. Imparare e vivere le diversità, apprendendo anche il maggior numero di lingue possibile, è un modo per connettermi con le persone.

Ultima curiosità: che penna è quella che si vede spesso nei suoi video e che porta appuntata al petto?

È di un scarlet macaw (in italiano ara scarlatta, ndr). È un animale bellissimo e mi ricorda quanto sia splendido questo nostro Pianeta.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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