Storie

Il mossiere bresciano al Palio di Siena: «Eppure la corsa la vedevo in tv»

Bartolo Ambrosione racconta la sua ventennale esperienza a Siena: «Lì in piazza non mi sono mai sentito solo, ma parte di una festa straordinaria con tutta la città. Un privilegio»
Alessandro Carini

Alessandro Carini

Vicecaposervizio

Bartolo Ambrosione sul verrocchio, il palco da dove si dà il via al Palio
Bartolo Ambrosione sul verrocchio, il palco da dove si dà il via al Palio

Diciannove volte sul verrocchio. E poi via veloce, scortato dalla Digos verso l’auto che lo porta in albergo mentre in piazza del Campo si corrono i tre giri che assegnano il palio più famoso del mondo. Anzi, il Palio, con la «P» maiuscola, quello di Siena. Bartolo Ambrosione, 67 anni, bresciano, è stato per diciannove volte mossiere, il giudice che dà il via alla corsa dei cavalli che chiude i quattro giorni di un rito identitario senza eguali al mondo. Solo Guido Guidarini, con 28 presenze tra il 1935 e il 1957, ne conta più di lui.

Diciannove mosse (così si chiamano le partenze), appunto, tra il 2004 e il 2024, e mai una volta che abbia potuto vedere i cavalli correre: «Sì, la gara del Palio non l’ho mai vista dal vivo. Dopo il via scendo dal verrocchio e vengo accompagnato dagli agenti all’auto che mi porta in albergo. La ascolto alla radio, poi la rivedo in televisione». Ragioni di sicurezza e ordine pubblico…

Ambrosione, come cominciò questa storia?

Fui contattato nel 2004, una delegazione di capitani mi diede appuntamento a Modena per una colazione. Per la verità in quell’occasione mi spiegarono pochissimo e mi fecero la proposta, che poi sarebbe dovuta passare dall’assemblea dei capitani delle 17 contrade. La nomina fu quindi sancita, come da regolamento, dall’Amministrazione comunale, appunto su proposta dei capitani. Arrivai a Siena per il Palio di Provenzano, quello del 2 luglio, ed ebbi la fortuna di un approccio semplice: c’era una contrada molto favorita, tutto filò liscio, la mossa non creò polemiche. Feci bella figura con poco merito. Fui richiamato per il Palio dell’Assunta dello stesso anno, il 16 agosto: la mossa fu più difficile ma non venni contestato, tanto che mi richiamarono per l’anno dopo, ma non potei andare. Rientrai nel 2010, feci quattro edizioni di fila e poi decisi di staccare la spina: non bisogna abusare del ruolo, approfittai di due Pali ben riusciti per uscirne con una certa soddisfazione.

Si era fatto apprezzare, tanto che la richiamarono...

Nel luglio 2012 la mossa fu un mezzo disastro, decisero di cambiare mossiere e si rivolsero a me. Feci sette edizioni di fila, andarono bene, anche grazie ad una grossa dose di fortuna. Pensai: voglio uscire sui miei piedi, senza essere cacciato, anche perché sognavo di tornare da spettatore con la mia famiglia. Staccai, rientrai nel ’19, poi arrivò il Covid che fece annullare le edizioni del ’20 e del ’21 e mi colpì nel luglio del ’22, costringendomi a rinunciare. Tornai nell’agosto di quell’anno e continuai fino al luglio del 2024. Qui ci fu una polemica forte per un mio errore, una mossa troppo "giovane", affrettata. I capitani mi confermarono anche per il Palio dell’Assunta, ma preferii passare la mano.

Che caratteristiche deve avere un mossiere?

Dev’essere (per regolamento) una persona non di Siena, competente di cavalli e che ami la festa. Il Palio o lo ami in toto o non puoi starci. Io me ne sono innamorato subito, pur non conoscendolo. Per quel ruolo serve una persona che venga dal mondo dell’equitazione e non dell’ippica, perché se no sarebbe troppo vicino ai fantini. Io, appunto, dal mondo dell’equitazione arrivo, ho fatto dieci anni di gare a livello importante e mi sono tolto delle belle soddisfazioni, su tutte le partecipazioni alle Olimpiadi di Los Angeles 1984 (fu 30° nel concorso completo individuale e 7° in quello a squadre, ndr) e di Seul 1988 (11° nell’individuale, ndr). Poi sono tornato a fare l’agricoltore, sempre a contatto con i cavalli.

La partenza del Palio dell'Assunta del 2013: a destra il mossiere Bartolo Amrosione
La partenza del Palio dell'Assunta del 2013: a destra il mossiere Bartolo Amrosione

Ha mai sofferto di solitudine in quella piazza?

C’è una responsabilità importante, e si sente. Salendo sul verrocchio sei tu con le tue emozioni, ma anche con un senso di privilegio che io ho sempre sentito in maniera enorme. Alla mia età emozionarmi così mi fa sentire una persona fortunatissima: non mi sono mai sentito solo, ma la parte privilegiata di una festa pazzesca, meravigliosa. Come la settimana che la precede: le loro tradizioni - antichissime, gelosamente custodite ed assolutamente intoccabili - sono di una potenza straordinaria, dalla benedizione del Palio a qualla dei cavalli, dalla "tratta" (l’assegnazione dei cavalli) alle sette prove, tra cui quelle all’alba, quando ancora è buio. Tutto si svolge con una sincronia pazzesca, è una macchina di lavoro precisa come un orologio svizzero. E tu, ripeto, sei privilegiato a farne parte. Arrivi sei giorni prima, non puoi muoverti liberamente, sei sempre accompagnato da un funzionario del Comune che ti dice: "In questo bar puoi entrare, in quest’altro no, è un bar di contrada". Bisogna assolutamente rispettare queste sensibilità. Nei primi anni avevo paura a salutare persone che avevo conosciuto perché temevo che qualcuno giudicasse male, poi credo che la città abbia capito che io ho sempre cercato di essere super partes e così mi sono sentito libero di abbracciare ex capitani o ex priori. Avevo acquisito fiducia e autorevolezza ai loro occhi.

Qual è stato il momento più difficile in questi vent’anni?

Siamo alla terza prova di un Palio del 2013. La partenza mi era parsa buona, si sganciò il canape ma quattro cavalli caddero con i fantini ed erano ancora a terra quando stava finendo il primo giro. Feci scoppiare i mortaretti e fermai la corsa. Per tutta la sera ebbi un’ansia enorme, avevo il terrore di aver fatto un errore enorme. Poi parlai con un amico giornalista che mi rincuorò: il canape era stato pestato da un cavallo, la mossa era buona. La mattina successiva andammo a rivedere le immagini, che lo confermarono.

Come si fa a gestire i fantini?

Ho sempre cercato la loro collaborazione, di essere un riferimento sicuro per loro, e non ho mai guardato in faccia nessuno, inesperto o plurivincitore che fosse. Dicevo loro che in me avrebbero trovato un alleato, se avessero fatto le cose giuste, se no sarei stato intransigente. È il ruolo dell’arbitro. Io in mezzo ai cavalli ci sto da sempre, so leggere i loro atteggiamenti, ma lì in piazza è diverso, ci sono le strategie e le rivalità. Il mossiere cerca il rispetto delle posizioni, l’allineamento perfetto, ma questo è esattamente il contrario di quello che certe contrade cercano, interessate a far partire la corsa quando altri sono chiusi o girati. Perché più che vincere è importante che non vinca la contrada rivale. E questo complica la mossa.

La soddisfazione più grande?

Quando, dopo le prove ma ancor più dopo il Palio, si torna in Comune a rivedere le immagini e hai l’impressione che tutto sia andato bene: è una gioia enorme. Altra cosa bellissima è stato vivere il Palio con la mia famiglia e le mie figlie: per loro è stata un’esperienza quasi fiabesca, ospitate e coccolate con grande sensibilità dall’Amministrazione comunale. E poi a Siena ho stretto amicizie e conosciuto persone meravigliose.

Qual è il vero protagonista del Palio?

Il cavallo. È l’anima del popolo senese, l’anima della corsa. Se si fa male il cavallo i contradaioli piangono, se si fa male il fantino, che di fatto è un mercenario, no. È amato in modo viscerale ed è sempre più tutelato dal Comune con protocolli di carattere veterinario. Certo la pista è una piazza con dislivelli e qualche incidente si verifica. Un cavallo infortunato è portato subito alla clinica e se poi non è più in grado di correre finisce in una bellissima pensione. Io che amo i cavalli in modo viscerale non avrei potuto accettare questa parte del Palio se non avessi visto quanto amore, cura, attenzione e prevenzione tutta la città dedica loro. Sono altre, a mio avviso, le situazioni di sfruttamento becero dell’animale.

Una spettacolare fase del Palio del 2 luglio 2006
Una spettacolare fase del Palio del 2 luglio 2006

Dopo la corsa come ci sente?

Io avverto un senso di meravigliosa soddisfazione, insieme ad un po’ di scarico della tensione. Poi torno a casa e rientro nel tran tran quotidiano, anche se in realtà penso al Palio tutti i giorni: sento un tamburo e mi rivedo in piazza, vedo un cavallo e pure mi immagino là. E poi quando accompagno a scuola le mie due figlie più piccole le interrogo sui colori delle contrade e sulle alleanze...

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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