Il 2000 – l’anno del cambiamento di millennio e di quello strano brivido che, superata l’ansia da Millennium Bug, accompagnò l’ingresso in un nuovo periodo futuristico e scintillante – per Brescia fu anche l’anno dell’ultima Adunata nazionale degli alpini in città. Se in quel momento veniva naturale guardare al futuro, oggi è il momento di un po’ di amarcord. Chiusasi l’Adunata nazionale di Genova il pensiero va al 2027, quando Brescia ospiterà nuovamente il grande e chiassoso raduno delle penne nere, ma il ricordo di quel fine settimana di maggio di inizio millennio si fa molto nitido.
L’Adunata 2000
Era il 2000, quindi, quando gli alpini invasero pacificamente la città e la provincia, piantando le tende in tutti i giardini e giardinetti che trovarono e sfilando poi per le vie del centro. Visitarono anche i musei della città (ad andare per la maggiore fu quello delle armi in castello), distribuirono Tricolori come il pane e cucinarono la polenta in mezzo alla strada. Il centro venne chiuso, i bus deviati, Campo Marte fu riservato a loro, così come molte altre zone. I numeri chiariscono il perché: a sfilare domenica 14 maggio furono 90mila alpini, ma quelli arrivati a Brescia furono 350mila.

Il ricordo è questo: un’onda di feltro grigio verde, di penne nere e di camicie a quadri che riempì tutte le vie della città, portando con sé baccano e, allo stesso tempo, ordine militare. In mezzo al baccano ciò che si sentì fu la rivendicazione dei valori che gli alpini da sempre vogliono portare avanti.
La difesa della leva
Quell’anno, in particolare, come riportano anche le cronache dell’epoca il leit-motiv del raduno fu la difesa del servizio di leva obbligatorio, che in quegli anni sentiva la minaccia di una legge che entrò effettivamente in vigore nel 2005, abolendo il servizio militare obbligatorio per i giovani. Gli ultimi a essere chiamati alla naja furono i ragazzi del 1985.
Gli striscioni che si videro durante la sfilata e che rimarcavano il pensiero alpino sulla leva erano diversi: «Leva maestra di vita», «Senza leva società analfabeta», «La leva è garanzia di fedeltà alle istituzioni»...

Tra i momenti più istituzionali e ufficiali ci fu l’incontro del sabato sera al Teatro Grande in corso Zanardelli. Fu qui che le istituzioni cittadine accolsero i rappresentanti delle penne nere: c’erano il sindaco di allora, Paolo Corsini, il comandante delle truppe alpine Pasquale De Salvia, il presidente dell’Ana Beppe Parazzini e tutti quelli delle sezioni di Brescia, Breno e Salò (ovvero Rossi, De Giuli e Pasini).
La sfilata
Il clou fu però la sfilata della domenica intorno al ring che durò dieci ore e a cui partecipò come spettatore l’allora ministro della Difesa Sergio Mattarella, nella tribuna d’onore insieme alle altre istituzioni, contro cui ci furono alcune contestazioni e fischi. Di nuovo, il discorso tornò sul servizio di leva: Mattarella ai cronisti rispose che il ruolo degli alpini «non è in alcun modo in discussione nell’esercito italiano».

Dal reduce di Russia ai più giovani appena congedati, gli alpini arrivarono da tutta Italia. La sfilata durò fino al tardo pomeriggio, davanti a decine di migliaia di persone che si erano assiepate lungo le strade fin dalle prime ore del mattino.

Il Giornale di Brescia raccontò di un’Adunata rumorosa, travolgente, piena di cori, fanfare, brindisi e incontri spontanei tra bresciani e alpini di tutta Italia. Per tre giorni la città cambiò volto, trasformata in un enorme accampamento. «Grazie bresciani, non vi dimenticheremo», ripetevano molti alpini durante la sfilata.
Nel suo messaggio ufficiale, il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi definì gli alpini custodi di una tradizione ricca di solidarietà, servizio e attaccamento alla patria. La sezione di Brescia sfilò per penultima, nello stesso ordine dell’Adunata organizzata trent’anni prima. E a chiudere il corteo furono gli alpini di Genova, che diedero appuntamento all’edizione successiva. Un cerchio che pare chiudersi.




