Una lunga storia d’amore. Un grande artista di queste parti, Gino Paoli, un pezzo con questo titolo l’aveva scritto quasi quarant’anni fa. Non s’offenderà, dalle acque del mare in cui le sue ceneri sono state disperse, se quel titolo ci permettiamo di mutuarlo e riproporlo, con il dovuto rispetto, nell’attacco di questo assai più modesto pezzo.
Il fatto è che qui a Genova è andata in scena la novantasettesima Adunata nazionale dell’Ana e la città della Lanterna, per la sesta volta nella sua storia epicentro dell’orgoglio alpino, si è fatta felicemente invadere dalle Penne nere, rinsaldando un rapporto che, più forte anche di recenti polemiche, è qualcosa di più di un’amicizia: appunto, una lunga storia d’amore.
Ieri c’è stato il gran finale con la sfilata di centinaia di gruppi provenienti da tutta Italia e non solo. Onda su onda (per dirla con Bruno Lauzi, un altro genovese, per quanto nato in Eritrea, che con le parole in musica ci sapeva fare) si sono succeduti sul percorso cittadino, dalla partenza in piazza Corvetto al passaggio sotto il palco delle autorità allestito in piazza Unità d’Italia, di fronte alla Scalinata delle Caravelle.

Qui per l’occasione, accanto alla Nina, alla Pinta e alla Santa Maria disegnate sull’erba, è stato portato un enorme cappello alpino in legno, realizzato su iniziativa del gruppo bellunese di Agordo, Taibon e Rivamonte. E non serve certo un moderno Cristoforo Colombo per andare a scoprire chissà quali novità inesplorate: l’affetto per gli Alpini si sente, si sente eccome, dal rumore degli applausi e dai complimenti urlati con tutte le cadenze d’Italia.
Se volete è un copione che si ripete, di Adunata in Adunata, di città in città, in un mix di memoria da coltivare e di futuro da costruire. Quando passano gli Alpini in divisa storica o gli striscioni che ricordano vecchie battaglie, viene naturale ripercorrere nella mente «La ballata dell’eroe» di Luigi Tenco, genovese d’adozione che studiò proprio qui di fronte al palco, al ginnasio Andrea Doria, compagno di banco di Lauzi. E poi pensare che oggi quella carica innegabilmente antimilitarista si può certamente conciliare con i messaggi di pace e di speranza nel futuro che ripetutamente vengono proposti da chi sfila.
Il mondo alpino si racconta, come ha fatto sin da giovedì tra le vie della città e anche nei campi allestiti nei paesi attorno al capoluogo. Lo fa a modo suo, nei momenti ufficiali così come in quelli amichevolmente conviviali. Lo fa mettendo per una volta all’anno in vetrina le tantissime, apprezzate attività che i membri dell’Associazione Nazionale Alpini svolgono a favore delle comunità di riferimento dei vari gruppi.
Ed ecco sfilare i gruppi di Protezione civile, ecco il ricordo ancora vivo del grandissimo aiuto che gli Alpini seppero portare cinquant’anni fa – l’anniversario tondo ricorre proprio in questi giorni – nel Friuli devastato dal terremoto, ecco centinaia di sindaci a ribadire anche plasticamente il ruolo decisivo che le Penne nere rivestono nel territorio sul piano sociale.
Sono venuti sin qua per farlo presente verso il futuro, quel futuro messo al centro del motto di questa Adunata. Sono arrivati per lo più con le montagne negli occhi, ma ciascuno percorrendo la sua «Creuza de mà» ed i carrugi. E così ieri sera, giù verso il porto, con la suggestione irresistibile di De Andrè nelle orecchie e nella testa sembrava quasi di scorgere un pescatore con la penna alpina e sotto il cappello un solco lungo il viso, come una specie di sorriso.




