Storie

Quei 61 bresciani che novant’anni fa si batterono per una Spagna libera

Il 17 luglio l’insurrezione di Francisco Franco: alla fine della guerra, soltanto dieci di loro fecero ritorno in provincia
Gianfranco Porta
Uno scontro nelle vie di una città durante la Guerra civile
Uno scontro nelle vie di una città durante la Guerra civile

Il 17 luglio 1936 le truppe al comando del generale Francisco Franco insorsero contro il governo spagnolo democraticamente eletto. Fu l’inizio di una tragica, sanguinosissima guerra civile che anticipò il secondo conflitto mondiale. In appoggio del «pronunciamento» franchista si schierarono infatti la Germania e l’Italia, che inviò un corpo di spedizione di circa 75.000 uomini. Il governo repubblicano poté contare sull’aiuto sovietico e di volontari accorsi da una cinquantina di Paesi. Tra essi anche 61 bresciani. Grazie all’appassionante, accuratissima ricerca di Roberto Cucchini («I soldati della buona ventura. Militanti antifascisti bresciani nella guerra civile spagnola 1936-1939», Gam Editrice, 2009), ne conosciamo oggi identità, condizione sociale, livelli d’istruzione, appartenenza politica e percorsi.

Repubblicani combattono contro le truppe franchiste
Repubblicani combattono contro le truppe franchiste

Chi erano

Con un’età media di 35 anni, erano per lo più nati e vissuti in piccoli paesi. In netta maggioranza si trattava di lavoratori manuali con bassissima scolarità. Solo tre erano diplomati, uno aveva frequentato il liceo e un altro una scuola agraria. Secondo le carte del Casellario politico centrale, 25 erano comunisti, dieci socialisti, otto anarchici, sei antifascisti, uno repubblicano. Dati che hanno un valore puramente indicativo, per i frequenti passaggi da un partito all’altro e per la tendenza della polizia ad attribuire la patente di comunista agli oppositori del regime. Soltanto una parte di essi si era segnalata in patria per un’attiva militanza nelle organizzazioni della sinistra. Quattro – Zeffirino Bianchi, socialista, Luigi Mombelli e Cesare Ragni, anarchici, e Italo Nicoletto, comunista – erano stati inviati al confino o condannati dal Tribunale speciale.

Italo Nicoletto
Italo Nicoletto

Fuoriusciti

Tratto comune ai volontari bresciani fu l’esperienza dell’emigrazione per motivi politici o di lavoro. Quasi tutti, infatti, ad eccezione di Nicoletto, partirono per la penisola iberica dagli Stati nei quali da anni si erano stabiliti: soprattutto la Francia, ma anche il Belgio, la Svizzera e il Lussemburgo. Due erano già presenti in Spagna prima dell’inizio della guerra civile. Per molti che in patria non avevano dato luogo a particolari rilievi le pesanti condizioni di vita e di lavoro, la frequentazione degli ambienti del fuoruscitismo aveva stimolato il formarsi di una coscienza politica o ne aveva rafforzato una già latente. Diversi avevano alle spalle vite precarie e avventurose, spostamenti da un Paese all’altro, espulsioni, lunghi periodi di clandestinità.

Felice Vischioni
Felice Vischioni

Le vittime

Il prezzo di un’esperienza che li vide impegnati nella difesa di Madrid e in alcune delle battaglie più importanti del conflitto spagnolo fu di quattro morti (Paolo G. Ambrosi, Giacomo Baldo, Pietro Garatti e Giovanni Premoli), due dispersi (Giovanni Bozzoni e Giacomo Platto) e venti feriti. Ma le conseguenze della loro scelta si prolungarono nel tempo. Una ventina furono rinchiusi nei terribili campi di internamento allestiti dai francesi per i miliziani reduci dalla Spagna. Dodici, rimpatriati in Italia dopo l’armistizio franco-italiano, vennero assegnati al confino. Parecchi di loro, una volta tornati in libertà, parteciparono alla Resistenza in Francia, in Belgio e in Italia, pagando un ulteriore tributo di sangue.

Alla fine della guerra soltanto dieci fecero ritorno a Brescia o nel suo territorio. Due ebbero ruoli di rilievo nella vita politica locale. Nicoletto fu segretario della Federazione provinciale del Pci, deputato, consigliere comunale nel capoluogo e sindaco di Quinzano d’Oglio. Felice Vischioni, membro della Costituente nel 1945, fece parte della segreteria della Camera del lavoro cittadina e fu consigliere comunale e provinciale del Psi.

L’ex legionario fiumano

Un caso particolare, che merita di essere ricordato, fu quello di Enrico Brichetti, interventista, capitano durante la prima guerra mondiale, uno dei sette ufficiali dei legionari che il 28 agosto 1919 a Ronchi giurarono di riunire Fiume all’Italia, repubblicano, tra gli organizzatori a Brescia degli arditi del popolo, comandante del Battaglione Matteotti sul fronte aragonese. Nel 1939, quando da tempo era rientrato in Francia, si scoprì che da anni era un informatore della polizia politica fascista con la quale aveva fatto il «compromesso» dopo l’arresto avvenuto nel 1932 durante un viaggio in Italia per organizzare una rete cospirativa clandestina.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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