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Quando 50 anni fa il Lanificio di Gavardo fu occupato per 468 giorni

Camillo Facchini
A marzo ricorre l’anniversario della protesta che coinvolse oltre 500 operai e che cambiò la storia industriale locale
Il corteo durante una manifestazione contro la riduzione del personale - © www.giornaledibrescia.it
Il corteo durante una manifestazione contro la riduzione del personale - © www.giornaledibrescia.it
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Dopo che negli anni Sessanta tra Villanuova e Roè Volciano l’industria tessile era arrivata ad occupare più di cinquemila persone, con uomini e donne che provenivano principalmente da Gavardo, Sopraponte, Villanuova e Vallio ma anche dall’hinterland gardesano, nel decennio successivo iniziò un forte ridimensionamento degli occupati.

Ciò anticipò il definitivo declino di tre aziende storiche del territorio, dopo che gli addetti del cotonificio De Angeli Frua a Vobarno, a Gavardo quelli del Lanificio (aperto nel 1891 come racconta Emilia Nicoli nel libro «Il Lanificio di Bostone») e a Villanuova del cotonificio Ottolini, erano scesi da 5000 a 1500.

Antefatto

A metà degli anni ’70 si colloca così in questo clima l’occupazione che durerà più di un anno del Lanificio di Gavardo a Bostone di Villanuova, decisa nel febbraio 1976 dal sindacato e dai lavoratori per resistere ai licenziamenti. Stava infatti per essere progressivamente azzerata una storia industriale gloriosa, frutto di investimenti tecnici importanti, realizzati dalla fine dell’Ottocento in avanti per la vicinanza del Chiese e dell’abbondante acqua del fiume, «materia prima» per le centrali elettriche degli stabilimenti.

Gli stabilimenti erano espressione di un’architettura industriale nuova per l’epoca: tetti a shed (tra i nomi dei progettisti l’ingegner Quarena, l’architetto Bertuetti, gli ingegneri Gmür e Sossich e Berlucchi); innovazione degli impianti, un progetto di housing sociale con le case operaie, battezzate con nomi suggestivi come Siberia, Brede, Casermone del Mulino. Come innovativi erano gli asili aziendali o l’azienda che remunerava i depositi (volontari) dei dipendenti con un tasso (allora) dell’8,5%.

La progressiva chiusura dei tre stabilimenti ormai inutilizzati è rimasta per molti anni testimonianza di un passato industriale che non sarebbe più tornato, se non con trasformazioni che avrebbero dato spazio a un terziario nuovo e diversificato.

Cosa successe

È così che prende forma a Gavardo negli anni Settanta una storia sindacale che fu reazione alla riduzione di personale, che si opponeva a trasferimenti o licenziamenti massicci dei dipendenti. Una storia che tra pochi giorni compie 50 anni: l’occupazione dello stabilimento iniziata, dopo che per alcune settimane era proseguita la discussione se occupare o non occupare, alla fine di marzo del 1976 per concludersi 468 giorni più tardi.

Ma è stata anche una storia industriale forte, per il peso che a lungo ha avuto sul lavoro del territorio, sulla ricchezza generata per molti anni nella comunità, sulle famiglie, sulle amministrazioni, ma anche sulla tecnologia da cui derivava la qualità dei prodotti, oltre che sull’interruzione di nuove culture di lavoro portate da dirigenti d’Oltralpe nella filatura, nella tintoria, nella meccanica per il tessile.

La conclusione

Il Giornale di Brescia, il 28 marzo 1976 titolava «Tutti licenziati dal 1° aprile. Domani si occupa il lanificio» dopo che in febbraio era stato occupato anche il Comune di Villanuova. In fabbrica a Bostone erano rimasti 537 operai.

La complessità industriale, finanziaria e sociale dei problemi da risolvere aveva intanto fatto entrare in campo anche un altro attore: lo Stato con Ipo-Gepi, finanziaria pubblica istituita nel 1971 con l’obiettivo di salvare, ristrutturare e privatizzare aziende private in difficoltà.

La Gepi operava principalmente intervenendo in situazioni di crisi industriale (spesso diventando azionista temporanea) affiancando azionisti privati: decise di entrare anche nel Lanificio di Gavardo, allargando a 15 in quegli anni il numero delle aziende italiane che avrebbero usufruito dei fondi di rifinanziamento statali. Con il piano Gepi e con l’ingresso di un socio privato, l’occupazione si concluse nella primavera del 1977 con i primi 50 riassunti cui se ne aggiungeranno altri 350. Quel che verrà dopo è un’altra storia.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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