Dai campi alle fabbriche: com’è cambiato il lavoro bresciano in 70 anni

Cambiare pelle senza tradire, se vogliamo, la propria storica vocazione. Potremmo identificare così il processo di mutazione che, dal 1951 al 2021, ha interessato il tessuto economico-produttivo bresciano. Un’evoluzione vorticosa, questo è fuori di dubbio, ma che ha comunque visto la «sopravvivenza» di alcuni ambiti strettamente legati alle tradizioni della terra bresciana.
Alle origini
Iniziamo dal principio. Il secondo dopoguerra, contrassegnato da uno sforzo enorme per la ricostruzione post Seconda Guerra mondiale, rappresentò anche l’inizio del cosiddetto miracolo economico italiano. La storia recente, vista a partire dal 1951 attraverso i Censimenti generali, è un viaggio che attraversa le trasformazioni economiche e sociali. Eppure, Brescia, nonostante le tumultuose trasformazioni, ha mantenuto la marcata vocazione manifatturiera nel contesto regionale nazionale e conserva una presenza significativa delle attività legate all’agricoltura, all’allevamento e alla filiera alimentare.

Certo è cambiato il mondo. Basti pensare che, nel 1951, considerando la popolazione residente «in età da 10 anni in poi», quasi 107.990 persone erano attive in «agricoltura, caccia e pesca», a fronte delle 111.667 impiegate nelle attività estrattive e manifatturiere. Tra i principali comparti dell’economia si contavano 41.417 persone occupate nel commercio e altri servizi, poco meno di 30mila nelle costruzioni e 23.619 nella Pubblica amministrazione. E ancora: delle 326.704 persone attive, un terzo era occupato nelle attività manifatturiere ed estrattive e un terzo in agricoltura, con il terzo restante diviso tra commercio e servizi (12,5), costruzioni e impianti (9,2%) e pubblica amministrazione, che occupava il 7,2% dei bresciani.
Guardando ai tre grandi macro settori dell’economia, il 33% degli occupati operava nel settore Primario, il 44% nel Secondario (industrie e costruzioni) e il restante 23% nel cosiddetto Terziario, che comprende tutto ciò che non è agricoltura o industrie. La popolazione attiva era meno numerosa di quella «non attiva», che contava 371.088 persone.
Settori
Passando a tempi ben più recenti, se guardiamo ai 563mila occupati censiti nel 2022, solo 17mila, il 3% opera in agricoltura, contro gli oltre 202mila, quasi il 36% del complesso delle attività industriali (estrattive, manifatturiere, utilities, costruzioni) mentre il 61% opera nel vasto e articolato universo del terziario, quasi 344 ila persone.
Nel corso degli ultimi 70 anni l’occupazione crolla in agricoltura, si riduce nel complesso delle attività industriali ed esplode nei servizi, dal commercio alla ristorazione, dai trasporti ai servizi alle imprese e alle persone, alla pubblica amministrazione.
Il crollo dell’occupazione in agricoltura si manifesta negli anni ’50 e ’60, poiché in un ventennio gli addetti si riducono ad un terzo, da quasi 108mila ai 35mila del 1971, per poi decrescere di altre 10mila persone negli anni ’70 e stabilizzarsi, sotto quota 20 mila, nei decenni successivi. Tra il 1951 e il 1981, l’incidenza dell’occupazione nel settore primario scende dal 33% al 6%, per poi declinare gradualmente all’attuale 3%, con poco più di 17mila occupati.
In quegli anni il «travaso» di lavoratori dall’agricoltura alle attività industriali, ed in particolare a quelle manifatturiere, è assai rilevante se consideriamo che tra il 1951 e il 1981 gli occupati nelle attività industriali aumentano di oltre 84mila, passando da 143mila ad oltre 228 mila, un incremento di quasi il 60%.
Ovviamente cresce la rilevanza dell’occupazione nelle attività industriali, che sale dal 44% del 1951 ad oltre il 55% nel 1981, un trend costante che permetterà di superare, nel 1991, i 232mila occupati, che rappresentavano da soli oltre la metà del totale provinciale (51,5%). Nel decennio successivo, l’occupazione industriale segna una prima contrazione di meno di 6mila unità fino a che, nel Censimento del 2001, si concretizza il sorpasso: gli addetti all’insieme delle attività dei servizi superano per la prima volta quelli delle attività industriali, arrivando ad essere 234.832, ossia il 49% del totale.
Tra il 2001 e il 2021 gli occupati nelle attività industriali si riducono di oltre 24mila, pur restando oltre 202mila (36% del totale) ma, nello stesso arco temporale, gli occupati nelle attività del terziario lievitano ancora: 296mila nel 2011 e quasi 344mila nel 2021, fino a superare il 61% del totale degli occupati, a fronte del 36% del complesso delle attività industriali e del 3% dell’agricoltura.
Scelte e tecnologia
Certo, nel corso degli anni le trasformazioni tecnologiche hanno cambiato la natura delle produzioni e dei servizi, rendendo spesso labile la distinzione, un tempo più netta, tra attività di trasformazione industriale e erogazione di un servizio. Ma, al di là di tutte le considerazioni del caso, resta il fatto che anche Brescia, nonostante la sostanziale tenuta delle attività manifatturiere, ancor più se raffrontata al contesto regionale nazionale, si è ampiamente terziarizzata.
Nuovi lavori e nuovi servizi che coabitano e talvolta crescono anche grazie al robusto tessuto industriale e ad un’agricoltura, che, ridotta nei numeri, mantiene aperte filiere produttive di qualità. Certo, rispetto al 1951 è un altro mondo, nel quale, tra l’altro, si riducono coloro che attendono alle cure domestiche ed aumentano i «ritirati dal lavoro», 116 mila persone - considerate nelle statistiche solo dal 1981 - che oggi chiamiamo pensionati e che, nel 2022, erano quasi 248 mila.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@Buongiorno Brescia
La newsletter del mattino, per iniziare la giornata sapendo che aria tira in città, provincia e non solo.
