Ai tempi del liceo, per difendermi da un primo quadrimestre deficitario, scherzosamente dicevo a mia madre che la mia era una tattica: partivo piano, perché in tal modo i professori avrebbero premiato i miei sforzi nel tentativo di recupero. Marcell Jacobs ha avuto il problema opposto, perché se al grande palcoscenico ti approcci con l’oro olimpico dei 100 metri seguito subito dopo da quello della staffetta, la gente poi si aspetta sempre e solo che tu stravinca.
Per questo negli anni post Tokyo, pur raccogliendo un discreto bottino (un oro mondiale e un argento continentale indoor, due titoli europei individuali e un altro di squadra, un argento iridato nella staffetta) si è sempre trovato nella scomoda posizione di dover quasi giustificare i suoi insuccessi. Un pubblico avvezzo solo al trionfo (che siano Giochi, Europei o Coppa del Nonno, poco cambia) e non all’approfondimento delle motivazioni spesso lo ha additato di essere una meteora, giusto per usare il termine più elegante.
Differenze
Qualcosa è però cambiato quest’anno, perché il ritorno su determinati tempi e con una corsa fluida - a pochi mesi dai propositi d’addio usciti di getto ai Mondiali di Tokyo - ha ridato credibilità a Jacobs agli occhi dell’opinione pubblica. In molti erano risaliti sul carro negando anche di averlo scaricato quando il cronometro era diventato un nemico impietoso, di certo in molti negli ultimi mesi avevano dovuto ricredersi sulle etichette appiccicategli frettolosamente addosso in questi cinque anni, in cui a Jacobs si poteva imputare un solo limite, quello di non sapersi esprimere al top quando le stelle (si legga libertà mentale e feeling con l’allenatore di turno in primis) non erano perfettamente allineate.
Non è arrivato il terzo, storico oro europeo. Ma la delusione di Birmingham ha anche un risvolto positivo: il Jacobs pronto ad abbattersi dell’anno passato ha lasciato spazio ad un leone desideroso di mettersi nuovamente in competizione nell’arena.




