Lo stadio che (forse) si farà: nel 2026 la chance per il Rigamonti-bis
Di questa storia si parla da circa 35 anni. Trentacinque. Ogni volta cambia qualcosa – gli attori, il contesto, l’urgenza – ma la domanda è sempre la stessa: «E lo stadio nuovo?». Una di quelle che tornano puntuali, come il tormentone estivo. Solo che stavolta, tra i corridoi dei palazzi comunali, ha smesso di essere solo una suggestione.
«O adesso o mai più», ripetono pressoché tutti, a mezza voce. Non c’è ancora nulla di scritto – né carte, né conferenze imminenti – ma i contorni si stringono. E il tema è tornato all’ordine del giorno. Il 29 settembre, mentre a Palazzo Marino il Consiglio comunale votava la vendita di San Siro, anche Brescia era in aula. Un incrocio simbolico, che ha fatto drizzare qualche antenna: Milano si libera del suo monumento più «ingombrante». E Brescia? Dopo mesi di caos societario, dopo la perizia più chiacchierata di sempre, ha intenzione di tornare a parlarne davvero? Le risposte, per ora, sono nei sottintesi. Ma qualcosa si muove.
Si ragiona – questo sì, apertamente – di una proposta da formalizzare nei primi mesi del 2026 (spoiler: febbraio è la data simbolica segnata sull’agenda, con l’intenzione di mettere a terra l’operazione nell’arco di tre anni). Il patron dell’Union Brescia, Giuseppe Pasini, sarebbe intenzionato a presentare alla Loggia un progetto per la trasformazione totale del Rigamonti, seguendo la legge stadi.

Il punto di partenza è semplice, quasi banale: conviene a tutti. Alla parte pubblica, che in questo modo evita l’asta al massimo ribasso e mantiene il controllo su un bene strategico. A chi investe, perché la legge impone tempi e condizioni certe: sessanta giorni per dire sì o no, senza rimbalzi né rinvii. Nessuno può giocare a rimpiattino. Nessuno può più far finta di nulla.
Sul tavolo, l’idea non è quella di un nuovo stadio da costruire altrove, ma di una ristrutturazione radicale dell’attuale impianto di Mompiano. Il modello, più che quello inglese o arabo, è la New Balance Arena di Bergamo. Lì l’Atalanta ha lavorato per fasi, curva per curva, senza mai abbandonare il campo. A Brescia si potrebbe replicare lo schema: un cantiere per moduli, che non costringa il club a traslocare. Ma con più ambizione.
Il progetto
Il confronto con Bergamo, qui, si ferma ai cantieri. Perché se la casa dell’Atalanta è costata circa 35 milioni, il progetto bresciano potrebbe spingersi oltre. Non solo uno stadio, ma un’area capace di generare indotto: con i concerti certo, ma anche con residenze per i calciatori, centro medico, spazi commerciali, una spa con riabilitazione e – perché no – con uno studentato. Alcune suggestioni risalgono al vecchio progetto firmato dagli australiani, mai decollato. Ma alcune idee non scadono.
E oggi – con Pasini solido alla guida del club, il Comune in ascolto e la legge stadi come filo conduttore – sembrano tornare sul tavolo con più concretezza. La concessione? Anche questa sarebbe già definita: 99 anni. Come da prassi in questi casi. Insomma, un’operazione pensata per durare e per tenere insieme rigenerazione urbana e sostenibilità economica. Il Rigamonti diventerebbe il perno di un quartiere nuovo.
Rumors, sì. Ma non vaghi. E non più all’anno zero. C’è una finestra politica, amministrativa e sportiva che potrebbe non tornare più. E la sensazione – condivisa tra chi ascolta e chi muove i pezzi – è che se si torna indietro stavolta, quel tormentone lungo 35 anni («e lo stadio nuovo?») sarà semplicemente archiviato e basta.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@Sport
Calcio, basket, pallavolo, rugby, pallanuoto e tanto altro... Storie di sport, di sfide, di tifo. Biancoblù e non solo.
