San Siro abbattuto, Altobelli: «Così muore la storia di Milan e Inter»

Luci a San Siro non ne accenderanno più. Era l’ultimo verso della canzone con la quale nel 1971 si fece conoscere Roberto Vecchioni. Che in mente non aveva lo stadio che di lì a poco (1979) sarebbe stato intitolato a Giuseppe Meazza, bensì il quartiere che ancora oggi lo ospita, insieme all’ippodromo.
Approvata la vendita
Costruito a partire dal 1925, inaugurato a settembre del 1926, lo stadio il prossimo 6 febbraio ospiterà la cerimonia di apertura dei Giochi olimpici invernali di Milano Cortina. Che potrebbe essere il suo canto del cigno dopo l’approvazione a maggioranza da parte del Consiglio comunale di Milano della vendita dell’impianto a Inter e Milan: fondamentale l’uscita dall’aula di Forza Italia, per abbassare il quorum della votazione.
Se tutto andrà come previsto, lo stadio sarà abbattuto per far posto a un centro commerciale, parcheggio, ristoranti e un albergo cinque stelle. Il nuovo stadio, da 71mila posti, 700 milioni di investimento, dovrebbe essere costruito a fianco di quello attuale che, in origine, era di proprietà del Milan. Il Comune di Milano lo acquistò nel 1935 e negli anni Cinquanta, con la costruzione del secondo anello, la capienza fu portata addirittura a centomila posti. Celebrati da Adriano Celentano in una canzone del 1968: «...se non sbaglio lei ha visto l’Inter-Milan con me, ma come fa a non ricordare, noi eravamo in centomila, allo stadio quel dì...».
Il grande ex

A proposito di derby, in quello del 18 marzo del 1979, «Spillo» Altobelli, segnò di tacco ad Albertosi che in precedenza gli aveva parato un rigore. E oggi l’ex centravanti dell’Inter e della Nazionale dice: «Io mai avrei dato il permesso per abbattere un monumento, mai darei il permesso per abbattere il Duomo di Milano per farne uno nuovo. È la peggior cosa che potessero fare per la città, muore la storia di Inter e Milan».
La storia
Più che il Duomo però, San Siro è stato «la Scala del calcio». Accostamento nato nei primi anni Sessanta quando le milanesi dominavano l’Europa del pallone e la Scala allestiva opere di risonanza mondiale. Una Scala proletaria, dove il 27 maggio del 1965 la «Grande Inter» vinse la sua seconda Coppa dei Campioni, con un tiro di Jair che fece rimbalzello sul prato ridotto ad acquitrino prima di scivolare sotto le gambe di Costa Pereira, portiere del Benfica, che poi uscì per infortunio.
Gianni Brera ammoniva i giovani che esordivano a San Siro, avvertendoli che in quello stadio popolato di palati fini, un bisbiglio dal loggione diventava tuono. Sul quadrato allestito su quel prato, nel 1961, Duilio Loi batté Carlos Ortiz davanti a 53mila spettatori e, quattro anni dopo, Benvenuti e Mazzinghi se le suonarono di santa ragione in una sfida che proseguì per la vita anche fuori dal ring.
Poi nel 1980 la «Scala» divenne rock: Bob Marley aprì l’era dei concerti facendo ballare il pubblico sulle tribune, che sussultavano come ci fosse il terremoto. Dopo di lui Springsteen, Dylan, Vasco Rossi, i Rolling Stones e altri ancora. Nel 2009 ci giocarono pure gli All Blacks, che gli azzurri strapazzarono in mischia senza tuttavia guadagnarsi la soddisfazione di una vittoria. Quando in vista di Italia ’90 costruirono il terzo anello e la copertura, l’erba, privata di un bel po’ di luce naturale per qualche tempo non crebbe più. Là dove c’era l’erba, domani ci sarà un altro pezzo della nuova civiltà.
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