Una serata tra ricordi, aneddoti ed emozioni per ripercorrere oltre mezzo secolo di ciclismo attraverso la voce di uno dei suoi più grandi protagonisti. A 50 anni dalla storica medaglia d’argento conquistata ai Giochi Olimpici di Montreal 1976, Giuseppe Martinelli è stato protagonista di un incontro organizzato dall’associazione Educare Futuro, nella sala della Comunità Mons. Zenucchini di Rovato.
Viaggio nel tempo
Un appuntamento che ha richiamato tantissimi appassionati, con il teatro gremito per ascoltare i racconti del campione, dalle prime pedalate fino ai successi da direttore sportivo al fianco di fuoriclasse come Pantani e Nibali. A riportare indietro le lancette del tempo è stata anche quella maglia di un blu ancora acceso, con il tricolore al centro, indossata sul podio olimpico, lontanissima dai tessuti tecnici attuali, rimasta in bella vista per tutta la serata. «Quel giorno sul podio è salita un’intera comunità», è stato ricordato dagli organizzatori in apertura dell’incontro.
Una carriera a ritroso

Martinelli ha ripercorso gli inizi di una carriera nata quasi per caso. «Vengo dalla campagna, all’inizio non avevo nemmeno una bici. Me l’aveva prestata un amico». La prima vittoria arrivò a Ospitaletto, con una fuga da lontano che sorprese gli avversari. «C’era un certo Zoni che vinceva sempre. Partii da lontano e il gruppo pensava fosse lui in fuga, invece ero io», ha ricordato sorridendo. Poi una crescita costante fino alla convocazione per Montreal, nonostante una frattura della clavicola rimediata pochi mesi prima.
Rimpianti
Proprio sulla gara olimpica, a distanza di 50 anni, resta qualche rimpianto. «Non dico di aver buttato via la medaglia d’oro, ma in quel periodo volavo. Avrei potuto raggiungere il primo e magari giocarmi la vittoria in volata». E la voglia di vincere non si esaurì nemmeno dopo l’impresa olimpica. «Quattro giorni dopo ero già a Rimini per correre. Vi lascio immaginare raggiungere la Romagna il 1 agosto. Arrivai che la gara stava per partire, mi aspettavano tutti».
La carriera da Direttore sportivo

Terminata la carriera agonistica iniziò una seconda vita da ds, destinata a portarlo ai vertici. «Volevo fare il muratore. Sceso dalla bicicletta, il lunedì avevo già preso il furgone per andare a lavorare», ha raccontato. Tra i ricordi più intensi quelli legati a Marco Pantani, con cui conquistò la storica doppietta Giro-Tour nel 1998. «Con Marco c’è sempre stato un grande feeling. Mi ascoltava spesso, o almeno ci provava». Ma accanto ai trionfi sono riaffiorati anche i momenti più dolorosi, in particolare quelli legati a Campiglio nel 1999. «È stata la pagina più brutta della mia carriera. Mi emoziono ancora a parlarne, Marco non si è più rialzato mi diceva che la gente gli dava del drogato, io gli rispondevo di non ascoltare, che tutti gli volevano bene».
I momenti più belli

Il racconto è proseguito con i successi ottenuti insieme a Simoni, Cunego e poi con l’Astana. Tra i momenti più emozionanti, la vittoria di Vincenzo Nibali al Giro del 2013, con l’arrivo in piazza della Loggia a Brescia. «Vincere è bello, ma farlo a casa propria è fantastico. Vincenzo è stato il corridore che mi ha fatto gioire di più». Tra i capolavori tattici, invece, la Vuelta conquistata da Fabio Aru. «Con lui non avrei mai pensato di vincere un grande Giro. Quando ci sono riuscito mi sono detto che potevo fare tutto».



