Martinelli, 50 anni fa l’argento: «Quei Giochi cambiarono la mia vita»

Il tecnico di Lodetto conquistò la medaglia nella prova su strada alle Olimpiadi di Montreal
Paolo Venturini

Paolo Venturini

Giornalista

Foto storica: Martinelli mostra la medaglia d'argento conquistata a Montreal - foto archivio Giornale di Brescia
Foto storica: Martinelli mostra la medaglia d'argento conquistata a Montreal - foto archivio Giornale di Brescia

Ci sono momenti nella vita di un atleta che rappresentano una svolta nella propria vita. Per Giuseppe Martinelli, pluridecorato tecnico di Lodetto di Rovato lo «sliding doors» furono le Olimpiadi di Montreal, nel 1976, esattamente 50 anni fa (la data è il 26 luglio). «Un ricordo ancora vivo in me, ma molti, anche i miei corridori, ignorano questo fatto che invece mi riempie di orgoglio».

Facciamo un passo indietro. Come arriva al ciclismo Martinelli?

Nasco in una famiglia contadina, il ciclismo mi era sconosciuto da ragazzo finchè a scuola mi cimento nei Giochi della Gioventù, fase provinciale. Correva l’anno 1969. Avevo un fisico da atleta e infatti vinco nella marcia, nei 100 metri e poi mi iscrivono alla prova di ciclismo. Non avevo neppure la bici per correre, me ne prestano una con i cambi. Ricordo che mi feci spiegare come funzionava il cambio lo azionai su un cavalcavia, riuscii a staccare tutti in salita e arrivai solitario al traguardo.

Poi cosa accadde?

Quella mia performance ai Giochi della Gioventù non passò inosservata. Poco dopo giunse a casa mia il ds Valentini che mi propose di iniziare a correre per l’Europack di Villa Pedergnano. E così iniziai la gavetta, da Esordiente nel 1970 la prima vittoria a Ospitaletto.

Quando capì che il ciclismo poteva essere il suo avvenire?

Da Allievo secondo anno mi imposi in 7-8 gare, poi da dilettante credo di essere stato uno dei più forti della mia generazione. Un anno giunsi quinto al Giro dilettanti. Anche in campo internazionale mi imposi nel prologo della Berlino Varsavia, una corsa che per i corridori dell’Est all’epoca valeva quanto un Tour oggi. Naturale quindi la chiamata in Nazionale.

I giornali dell'epoca raccontano l'impresa olimpica  di Martinelli - foto Giornale di Brescia
I giornali dell'epoca raccontano l'impresa olimpica di Martinelli - foto Giornale di Brescia

Veniamo a quelle Olimpiadi.

Andavo forte in quel periodo e naturalmente cercavo una medaglia. Pensavo di poter vincere l’oro quando mi sono infilato nella fuga decisiva composta da 15 corridori, poi siamo rimasti in 6. Si correva sul tracciato davvero impegnativo che sarà teatro anche del prossimo Mondiale e che conoscevo per averci corso due anni prima il mio mondiale. Quando vidi lo svedese Johanson scattare sullo strappo dell’Università tergiversai un attimo di troppo, speravo che qualcuno lo inseguisse, invece l’oro se ne andò. Cercai di aggiudicarmi almeno una medaglia e fui fortunato.

In che senso?

Perché un giudice di gara si era posizionato a 200 metri dall’arrivo e vide distintamente che il tedesco Klaus Peter Thaler mi aveva afferrato la maglietta e si era lanciato all’americana superandomi al fotofinish. Così il tedesco fu immediatamente squalificato e mi assegnarono l’argento.

Giuseppe Martinelli mostra la sua medaglia d'argento olimpica - Foto Giornale di Brescia
Giuseppe Martinelli mostra la sua medaglia d'argento olimpica - Foto Giornale di Brescia

Dopo quel trionfo cosa accadde?

La medaglia alle Olimpiadi ti cambia la vita, anche se all’epoca non ci fu tantissimo clamore mediatico se non per il fatto che l’Italia a quei Giochi conquistò davvero poche medaglie (13 in tutto record negativo). Mi aprì le porte al professionismo, anche se io una specie di contratto da pro l’avevo già siglato nel 1974 con la Scic di Colnago, ma il mio passaggio fu fermato dal blocco olimpico (applicato agli atleti di interesse olimpico). Nei giorni seguenti al mio ritorno a casa ci fu un via vai continuo di direttori di formazioni di grido. Per me era motivo di stress e alla fine firmai con sollievo il contratto la Jolly Ceramica. La scelsi perchè era la squadra di Bertoglio che aveva vinto l’anno prima il Giro d’Italia, c’erano altri bresciani, Gavazzi e Antonini. Mi sembrava di restare a casa.

Scelta giusta?

Per niente. A metà stagione la squadra chiuse i battenti e dovetti ricominciare daccapo.

Nonostante questo fu una buona carriera da professionista.

Sì, ma passai troppo tardi, nonostante tre tappe al Giro, una alla Vuelta e una Milano Torino ritengo di aver vinto meno di quanto valevo.

Diverso il discorso da Ds.

Ho avuto la grande fortuna di allenare tanti campioni, da Fondriest a Visentini, Bontempi, Roche, Chiappucci, Pantani, Cunego, Contador, Nibali, Aru fino a Cavendish.

E adesso è con i giovani dell’Ecotek.

Più che direttore sportivo mi vedo come loro accompagnatore in grado di dare loro qualche consiglio.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Le notizie della sera

Il riassunto della giornata, con le principali notizie e gli approfondimenti della redazione.

Canale WhatsApp GDB

Breaking news in tempo reale

Seguici
Caricamento...
Delitti Bresciani, il podcast del GdBDelitti Bresciani, il podcast del GdB

I grandi casi della cronaca nera e giudiziaria che hanno varcato i confini della provincia e sono diventati casi nazionali

ASCOLTA
Impara l’inglese in un meseImpara l’inglese in un mese

La nuova edizione in cinque volumi è in edicola con il GdB ogni giovedì fino al 20 agosto

SCOPRI DI PIÙ