Da Zamora a Balogun, da Mussolini a Trump: il calcio piegato alla politica

La squalifica sospesa all’attaccante statunitense riapre il tema delle pressioni dei potenti nello sport, con un parallelo tra il Mondiale del 1934 e quello di oggi
Folarin Balogun - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Folarin Balogun - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Don Rodrigo Trump ordina, il Griso esegue. «Florin Balogun ha da giocare», tuona il Marchese del Grillo che gli americani hanno mandato alla Casa Bianca. E la Fifa di Infantino si adegua, trasformando in una sospensione con la condizionale la squalifica di un turno che l’attaccante degli Usa avrebbe dovuto scontare con il Belgio dopo l’espulsione rimediata nel match contro la Bosnia Erzegovina.

Balogun è un giocatore di origine nigeriana, americano solo perché alla madre, incinta di sette mesi, a New York fu impedito di salire sull’aereo che avrebbe dovuto riportarla a Londra dove abitava.

Nato a Brooklyn, dove è restato solo per i suoi primi due mesi, il giocatore è considerato cittadino statunitense perché nato sul suolo del Paese. Un tipico caso di quello Ius Soli che i moderni dittatori vogliono abolire. Ma siccome Balogun fa gol e Trump sogna di fare grande l’America anche col pallone rotondo, di cui ignora le regole e la storia, ecco l’ordine politico di farlo giocare in questo ottavo di finale, creando uno scompiglio cui Infantino si adegua.

Nel 1934

I potenti non contemplano l’idea di non poter decidere essi stessi chi ha il diritto di partecipare al loro gioco. Nel 1934, Benito Mussolini, «che ha fatto anche cose buone», come far vincere l’allora Coppa del Mondo agli azzurri, volle il torneo organizzato in Italia per celebrare la grandezza del regime. «Noi del Governo siamo tutti sportivi», disse. Perché il suo trionfo d’immagine fosse completo, bisognava però che la nazionale si aggiudicasse il torneo.

Di mezzo però, si mise la Spagna del leggendario portiere Ricardo Zamora che, nel quarto di finale disputato a Genova parò l’impossibile, inchiodando l’Italia sull’1-1. All’epoca un match finito in parità, non veniva ancora risolto ai rigori. Semplicemente la partita si ripeteva.

Zamora nel primo incontro era stato pestato per bene dagli attaccanti italiani, anzi il gol del pareggio era stato favorito da una carica sul portiere di Piola. Alla vigila del rematch trapela la voce che Zamora sia acciaccato, ma che anche dolorante difenderà la porta degli spagnoli.

Si dice che, al quel punto, da Palazzo Venezia sia partita una telefonata che abbia sconsigliato ai tecnici della Spagna di farlo giocare. Un ordine? Una minaccia velata?: a Madrid governa in modo precario una coalizione ultra conservatrice cui presto si opporrà la rivolta dei minatori delle Asturie. Il paese è sull’orlo della guerra civile che esploderà due anni dopo. Ha bisogno di appoggi internazionali e il Duce fa pesare il suo peso politico: Zamora non gioca.

«Se dovesse fallire»

Alla vigilia della partita Mussolini chiama a rapporto il ct Vittorio Pozzo: «Lei è l’unico e solo responsabile di questo successo. Ma se dovesse fallire, che Dio la aiuti». La squadra recepisce il messaggio, l’arbitro, lo svizzero Mercet, pure. Sul campo sono botte da orbi, Mercet chiude un occhio o due e, al ritorno in patria, alla fine del torneo, sarà radiato.

Gli azzurri vincono 1-0 e poi si aggiudicano il Mondiale. Mussolini ha avuto il suo trofeo. Quello che Trump, a meno di miracoli, non potrà festeggiare. Sempre che lui e Infantino non si inventino qualche altra cosa.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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