Rendimento interno e primi tempi: cosa non va in casa Brescia

Di questi tempi il Brescia vive di paradossi: Corini ha foderato con questa definizione il fastidio per la sconfitta di sabato col Renate, «nella gara qualitativamente migliore da quando sono qui», a suo avviso. Ce n’è uno ancor più grande, perché l’aria di casa continua evidentemente a essere ostile alla sua Union.
E questo sì che è un paradosso, se si considera che a inizio stagione il fattore ambientale, amplificato dai numeri trionfalistici della campagna abbonamenti, doveva costituire un vantaggio netto rispetto alle presenze risicate allo stadio di quasi tutte le avversarie (escluso solo il Vicenza).
Il dato
Invece no, al Rigamonti il Brescia continua stentare. Quattro ko su quattro sono arrivati a Mompiano. Il ritmo è di un punto e mezzo a partita, la metà esatta dei tre tondi del Vicenza, che al Menti ne ha vinte dodici su dodici. Fanno 36 punti a 18, poco più della voragine che separa le due squadre nella classifica reale: i biancorossi l’hanno scavata nel loro fortino, l’Union si è bruciata nella lotta al vertice esagerando con le cortesie per gli ospiti.
Oltre ai veneti, altre cinque squadre (Lecco, Pro Vercelli, Trento, Cittadella e Alcione) hanno un rendimento casalingo migliore dei biancazzurri. In questo campionato il Brescia non ha ancora vinto tre gare consecutive davanti al proprio pubblico: Corini c’è andato vicino battendo subito Inter Under 23 e Trento, poi si è impantanato come il suo predecessore.
Le pressioni
Le due velocità di questa squadra tra casa e trasferta (dove nessuno, nemmeno la corazzata Vicenza, fa invece meglio dell’Union) sono un vecchio refrain stagionale, ma alla lunga questa forbice rischia di essere insostenibile. Soprattutto in ottica dei probabilissimi play off, nei quali il conforto di casa dovrà essere una granitica certezza e non una friabile illusione. Tocca fare i conti con le pressioni che giocare in un ambiente del genere comporta, abituarcisi e farsene forza. Per qualcuno il processo è evidentemente ancora in atto.
I primi tempi
Nel primo sestetto di gare nell’era Corini emerge un altro elemento di debolezza: la carestia di gol nei primi tempi. Con Diana si viaggiava a una media di 0,41 a frazione: pochino, tant’è che in tutto il girone hanno trovato meno reti prima dell’intervallo soltanto Giana Erminio (7), Cittadella (7), Triestina (6) e Pro Patria (4). Il Brescia è a quota 8, ma con Eugenio quel ritmo già asfittico è crollato: da quando è in panchina nelle prime frazioni è arrivato un solo gol, quello di Cazzadori contro il Trento, peraltro in sospetto fuorigioco.

Di buono c’è che l’Union concede altrettanto poco negli stessi segmenti di gara: sette reti, terza miglior difesa nei primi 45’ dopo Vicenza e Lecco. A proposito delle prime due della classe: se le partite finissero all’intervallo sarebbero prime in classifica, appaiate a 44 punti, mentre il Brescia sarebbe a 26 e addirittura fuori dai play off. È un gioco, chiaramente, ma aiuta a comprendere questa tendenza.
In prospettiva

L’indole prudente dell’Union ha pagato a dicembre, quando è stata il presupposto per gli strappi finali, nelle vittorie di spirito in barba all’emergenza. Lo scivolone col Renate dimostra però che quello non può essere il paradigma sul quale impostare il girone di ritorno. Perché gli avversari si chiudono e speculano.
Perché se all’inizio la fiamma è bassa si rischia di non arrivare a cottura al novantesimo. Ora che la prospettiva è avere più opzioni in tutti i reparti, serve metterci qualcosa in più dall’inizio. È soprattutto lì che il suo Brescia deve migliorare: Corini lo sa, e lavora per trasmettere questo concetto alla squadra.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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