Ulivieri: «Italia al top nelle selezioni giovanili, manca l’ultimo passo»

Il presidente del sindacato dei tecnici: «Fabregas illuminante, mette lo spettacolo al primo posto, e la sua squadra vince»
Daniele Ardenghi

Daniele Ardenghi

Giornalista

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Ulivieri: "Incentivi contro la crisi del calcio"

Viviamo le ore delle candidature avanzate alla presidenza della Figc. La Lega serie A ha scelto Giovanni Malagò, con l’appoggio di 18 club, contrari solo Lazio e Verona. Per la presidenza è sceso in campo anche Giancarlo Abete, numero uno della Lnd.

Ospite

Renzo Ulivieri, 85 anni, dal 2006 presidente dell’Associazione Italiana allenatori calcio, ha parlato del tema e – più in generale – della crisi del pallone tricolore a margine dell’incontro «A che gioco giochiamo? La tutela dei minori, priorità dello sport giovanile», organizzato ieri in San Barnaba dal Brescia Calcio Femminile.

«La nostra posizione è simile a quella dell’AssoCalciatori – afferma il toscano –. Non si va su una figura senza conoscere l’uomo, le sue capacità e i suoi programmi. Poi, ogni componente ha le proprie esigenze. Noi allenatori vorremmo che in questo mandato il nuovo presidente si prendesse cura del fatto che in ogni squadra, da quelle composte da giocatori più piccoli fino ai team di adulti, ci fossero allenatori diplomati, col patentino. Anche bimbi di 5-6 anni hanno il diritto di avere a che fare con persone che hanno studiato per stare con loro. Correggere i mali del nostro calcio? Si inizi a studiare e ad aggiornarsi».

Venendo a ciò che ha fatto esplodere la crisi, l’ennesima mancata qualificazione ai Mondiali: si può parlare davvero di «pochezza» del nostro movimento? «Sono un po’ un bastian contrario – sorride l’ex tecnico, tra le altre, di Cagliari, Vicenza e Bologna –. La prova è nei numeri e nei risultati dalle Nazionali giovanili. Che vincono. I talenti ci sono. Il problema si manifesta nell’ultimo passaggio, dalla Primavera alla prima squadra».

Esempio Como

Ulivieri racconta di averne parlato con Cesc Fàbregas, attuale guida del (forse nemmeno troppo) sorprendente Como. «"Noi abbiamo altri principi" mi spiegava. Quali? "Prendiamo un giocatore giovane e il giovane gioca. Non una partita, ma diverse partite. Poi, in caso, si vede. In Italia questa cosa non si fa».

Sempre dal dialogo con lo spagnolo, erano emersi altri temi interessanti. «Qui l’allenatore ha tre obiettivi, gli spiegavo – racconta Ulivieri –: il risultato, lo spettacolo e la crescita del singolo atleta. Fabregas si disse sostanzialmente d’accordo. Ma non con l’ordine di importanza. Al primo posto mette lo spettacolo. I risultati del Como sono da vedere...».

Per migliorare

Il punto è che non è facile affidare la crescita del sistema a un’unica società... «Stando alle norme non è possibile. Ci dovrebbe essere un patto d’onore tra presidenti. Forse l’unica via è il dare incentivi che stimolino a far giocare di più i nostri ragazzi. Potrebbe funzionare. I giovani crescono bene a livello dilettantistico. Nei settori giovanili delle squadre professionistiche si esprimono altrettanto bene. Poi...».

Un grande allenatore deve essere stato anche un ottimo giocatore? «Non è così. Si pensi a Sacchi e Zeman, grandi maestri. Lasciamo stare il sottoscritto. Ho passato anni nelle giovanili della Fiorentina e mi chiedevo perché mi tenessero lì. Non ero all’altezza di giocare».

Un pensiero al ct ad interim Silvio Baldini, a sua volta toscano, passato pure per Brescia (1998-1999). «In primo luogo è un amico – ammette –. Gli auguro ogni bene. Non so se allenare la Nazionale, adesso, sia proprio un augurio...».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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