Nel ricordo del Brescia «migliore di sempre» l’abbraccio commosso all’«allenatore di tutti»

In Italia ci sono 60 milioni di allenatori. Ma questi 60 milioni, hanno un solo allenatore: Carlo Mazzone. È ufficiale: lui è stato di tutti. Delle squadre che ha diretto, dei giocatori che ha lanciato e formato, dei campioni che ha svezzato e rilanciato, dei tifosi che rappresentavano i suoi colori del momento. Ma pure di tutte quelle squadre alle quali non si è avvicinato, di quei giocatori con i quali non ha lavorato, dei tifosi di altre fedi pallonare. E anche di tutti coloro, di tutte le età e i generi, che il calcio non lo frequentano, ma che chi era Carlo Mazzone lo sapevano ugualmente. Troppo trasversale, troppo capace di uscire dai confini di un mondo, quello del calcio, sinceramente piccolo per contenere la straripante umanità di Carlo Mazzone. Che è stato capace di uscire dagli schemi - e persino dal suo tempo che non era dei social e dell’immagine -, senza derogare mai dai suoi di schemi: fatti di rigore, rispetto, semplicità e schiettezza.

Non ha mai allenato una grande - la Roma che allenò lui era ancora una «Rometta», grande lo era solo nel nome -, ma il tecnico che ha guidato il Brescia più bello di tutti i tempi - viene omaggiato e ricordato come e più di chi in carriera ha vinto scudetti e alzato coppe. Omaggi post mortem, di quelli che di solito costano poco e vengono facili: ma è stato difficile leggere solo circostanza nelle migliaia e migliaia di attestati che si sono susseguiti.
Dall’ultimo dei tifosi al più potente del calcio («Inarrivabile» lo ha definito il capo della Fifa Gianni Infantino), in ogni parola scritta o pronunciata si può cogliere un sincero dispiacere, tristezza reale.
I pensieri
«Tutti noi sappiamo quanto è stato grande come allenatore, ma come marito, padre, nonno, bisnonno e suocero è stato ancora più grande» ha scritto la famiglia - la squadra della vita di Mazzone - che oggi alle 16.30 nella chiesa di Francesco ad Ascoli si prepara ad accogliere una folla commossa. Ci saranno tantissimi volti noti. Ci saranno alcuni tra i suoi scudieri, con Sandro Calori in prima fila. Poi in ordine sparso - per quanto riguarda i «nostri» - sono annunciati Federico Giunti, Andrea Sussi, Gianluca Nani, Leonardo Mantovani, Maurizio Micheli (erano nel gruppo degli osservatori di Nani, oggi sono gli uomini forti al Napoli), Giacomo Violini e chissà quanti altri. Ci sarà anche una delegazione del Brescia calcio. Il Brescia di oggi forse per la prima volta vicino a quello di ieri: un miracolo di Carlo Mazzone, che fu peraltro il primo allenatore ingaggiato a Cagliari da Massimo Cellino presidente. E a proposito di miracoli, o di regali, il signor Carlo ne ha fatto un ultimo e postumo al Brescia: in queste ore ne ha riportato in alto il nome. Fiero e alto. Una botta di orgoglio, di ritrovata autostima: nel vedere e rivedere lo stemma del Brescia riportato, anche se solo con i ricordi e attraverso le immagini d’epoca, su palcoscenici dei quali ci eravamo scordati.Del resto va sempre a finire così quando poi «di mezzo» ci sono Baggio e Guardiola. Che però se sono «di mezzo», del resto, è proprio perché - e si torna al punto uno - prima di tutto «di mezzo» c’è stato Carlo Mazzone.
Quanto stride, tutto quel bel vedere che si riferisce ai tempi che furono dentro uno sguardo tra il malinconico e triste in questi giorni di dolore, rispetto a un presente al ribasso in cui si fa fatica anche a sognare.
Perciò grazie, una volta di più, a Carlo Mazzone per il dono di una nuova ribalta, per poterci ritrovare a dare una rimescolata alle carte delle emozioni, dei sentimenti e dell’empatia. Come una scintilla. Ma quanto fa rabbia non poter vedere anche il popolo di Brescia potersi alzare dal proprio seggiolino ad applaudire il suo condottiero in cima alla lista dei preferiti come in qualunque altro stadio d’Italia tra serie A e serie B perché qui, anche se per colpe altrui, il campionato è ancora chiuso.
L’etichetta
No, non ha mai allenato una grande in senso stretto. E chissà perché. Certamente perché non possedeva il «physique»: sempre in tuta, sempre in romanesco. E quindi per questo, non era probabilmente considerato credibile. Perché in fondo nel calcio funziona da sempre così: l’etichetta che ti appiccicano dal giorno uno, varrà fino alla fine.

Non importa quante evoluzioni tu possa avere. E soprattutto, il contenuto spesso arriva secondo, dietro al contenitore. E poi, era troppo popolare: e questo da che calcio è calcio, se da un lato fa comodo quando c’è da farsi scudo, dall’altro soprattutto fa paura a chi tiene i comandi. Si potrebbero fare mille analisi, si potrebbero cercare mille ragioni sul perché Carlo Mazzone si sia fermato, o lo abbiano fatto fermare, alla dimensione di provinciale. Ma poi: provinciale a chi? Non all’allenatore di 60.000.000 di allenatori.
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