Giù il sipario. Si chiude il Mondiale «diffuso» (Usa, Canada, Messico) che dà appuntamento tra quattro anni ad un’altra Coppa del Mondo «divisa in tre» (Marocco, Portogallo, Spagna). La prima domanda: cosa faranno ora i nottambuli, coloro che non prendono sonno per le notti tropicali, senza le partite giocate a orari (europei) improbabili?
Seconda domanda: agli italiani è davvero interessato questo Mondiale? L’ennesima mancata presenza degli azzurri, sommata proprio a match spesso tra le 22 e le 3 del mattino, ha probabilmente fiaccato una voglia di calcio comunque in calo rispetto a qualche anno fa. Meglio un panino alla sagra che Uruguay-Capo Verde.
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Terza domanda, che nasce da questa ultima riflessione: è stato davvero un successo il Mondiale a 48 squadre? Wenger, guru degli allenatori europei, ha promosso la scelta, ma le perplessità di molti rimangono, a partire da un torneo iniziato l’11 giugno e finito ieri. Molto, troppo lungo con alcune, forse troppe partite di cui si sarebbe fatto volentieri a meno.

Spaventa l’idea di arrivare a 64 squadre già nel 2030, ancor di più il fatto che ciò possa non andare ad aumentare la presenza europea. Non tanto per l’Italia, quando perché soltanto una Fifa miope sarebbe pronta a sorvolare sul fatto che tre delle quattro semifinaliste siano state del Vecchio Continente. Una delle immagini belle che resta negli occhi arriva invece dagli stadi sempre pieni, negli Usa come in Canada come in Messico.
In questo sì, il Mondiale è stato davvero una festa globale. Cerchiamo di non rovinarla del tutto, abbiamo davanti quattro anni per evitarlo.




