Calcio

L’ex Brescia Lucescu è tornato in panchina sfidando anche la malattia

In Turchia ha guidato la nazionale della Romania nello spareggio mondiale dopo tre ricoveri in ospedale
L'ex tecnico delle rondinelle Mircea Lucescu, in panchina con la Romania in Turchia - Foto Ansa/Epa Tolga Bozoglu © www.giornaledibrescia.it
L'ex tecnico delle rondinelle Mircea Lucescu, in panchina con la Romania in Turchia - Foto Ansa/Epa Tolga Bozoglu © www.giornaledibrescia.it
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«Non potevo scappare, non potevo fare la figura del codardo». Una carriera in una frase. Mircea Lucescu, a 80 anni e 240 giorni il più anziano dei ct, è uno dei giramondo del calcio. Giocò da capitano della Romania i Mondiali 1970, sfidando Pelé («ho ancora la sua maglia, mai lavata»), poi una carriera da tecnico tra nazionale e tanti club, con una bella e lunga parentesi al Brescia. Oggi è tornato protagonista, alla guida della sua Romania in Turchia nella semifinale dei play off mondiali (sconfitta di misura per 1-0): una partita sfidando anche la malattia che da mesi lo tiene lontano dalla squadra per lunghi periodi, con tre ricoveri in ospedale. L’ennesima sfida per il tecnico che Gino Corioni scelse a inizio degli anni ‘90 per portare un gioco spumeggiante all’ombra del Cidneo.

«Quando i medici mi hanno detto che potevo continuare ad allenare, mi sono concentrato su ciò che dovevo fare per la Romania», ha raccontato prima della gara odierna al giornale inglese Guardian, senza rivelare la natura del male contro il quale sta lottando. Italia, Turchia, Romania, Ucraina, Russia: Lucescu ha conosciuto il calcio di mezza Europa ed è stato a lungo il tecnico più titolato dietro Alex Ferguson, anticipando col suo tiki-taka le invenzioni di Guardiola. Dal 2024 è tornato alla guida della sua nazionale. Neanche le cure alle quali si è dovuto sottoporre lo hanno fermato.

«Ho parlato con la federazione e mi hanno detto che non riuscivano a trovare una soluzione alla situazione. Non sono nella mia forma migliore, mi sarei fatto da parte se ci fosse stata un’altra opzione. Ma insisto: non posso andarmene da codardo», aveva racconto alla vigilia.

«Nel ’70 portammo il nostro gioco, che era fatto di possesso palla - ricorda Lucescu - Dopo ’80 e ’90, gli anni d’oro, con la caduta del muro i nostri migliori talenti andavano all’estero. Ho ripresa la nazionale due anni fa - spiega - era un dovere per tutto ciò che il calcio rumeno mi ha dato. Ero in debito. Non si è mai trattato di soldi o vittorie, ne ho abbastanza: voglio semplicemente cambiare la mentalità del nostro calcio».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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