Tomasini, 80 anni da Palazzolo a Cagliari: «Lo scudetto mi cambiò la vita»

Cifra tonda per l’ex difensore: «Il Mondiale del ’70 saltato? La mia fortuna, altrimenti mi avrebbero portato via dalla Sardegna»
Fabio Tonesi

Fabio Tonesi

Giornalista

Giuseppe Tomasini (secondo da destra) con la squadra del Cagliari campione d'Italia nel 1970 © www.giornaledibrescia.it
Giuseppe Tomasini (secondo da destra) con la squadra del Cagliari campione d'Italia nel 1970 © www.giornaledibrescia.it

Ottant’anni, da Palazzolo a Cagliari. Nel caso di Giuseppe Tomasini, dire che lo scudetto conquistato con i sardi gli ha cambiato la vita non è un’iperbole, perché è stato davvero così. Con quel trionfo del 1970 - ancora adesso una delle imprese più epiche del calcio italiano – non ha trovato solamente la gloria sul campo, ma un gruppo di amici veri con cui ha condiviso anche la scelta di abbandonare le radici al Nord per fare della Sardegna la sua vera casa. A Cagliari, Tomasini è stato calciatore, poi fieramente gestore di un’area di servizio con ristorante annesso. Ora, a 80 anni tondi tondi compiuti il 28 settembre scorso, vive in maniera attiva la pensione. E in Sardegna continua ad essere uno degli eroi che sconfissero la potenza calcistica del Nord.

Giuseppe Tomasini nella sua area di servizio, gestita per anni sulla strada per l'aeroporto di Elmas © www.giornaledibrescia.it
Giuseppe Tomasini nella sua area di servizio, gestita per anni sulla strada per l'aeroporto di Elmas © www.giornaledibrescia.it

Tomasini, 80 anni è un bel traguardo: come l’ha vissuto?

Non l’ho festeggiato un granché, solo in famiglia. Li porto ancora bene fisicamente, faccio tutti i giorni sei chilometri a piedi. L’ultima festa vera l’ho fatta per i 70: c’erano ancora Gigi (Riva, ndr) e tanti altri amici che ora non ci sono più.

Con Riva, come con altri ex rossoblù, ha condiviso la scelta di restare in Sardegna anche dopo la carriera da calciatore. Come mai?

Per prima cosa perché si vive bene. Anche da voi non si sta male, ma ai miei tempi a Palazzolo c’era la nebbia da settembre a gennaio, a Cagliari invece vivere è una cosa meravigliosa. Per il clima e per la gente.

In che senso?

Quella squadra si è davvero cementata con l’ambiente. I sardi sono gente brava e il tifoso cagliaritano difficilmente fischia, piuttosto non viene allo stadio. Dopo aver smesso di giocare eravamo rimasti in sei, ancora adesso ci ricordano per quell’impresa epica.

Ma è vero che non voleva andarci, a Cagliari, quando il presidente del Brescia Lupi la cedette in serie  B nel 1968 per 120 milioni e il cartellino di Vescovi in cambio?

Non era per Cagliari, era perché venivo da due anni di prestito alla Reggina. Calcisticamente andò bene, avevo Maestrelli come allenatore, mi faceva giocare e segnai l’unico gol, nel derby con il Catanzaro. Ma vivere in Calabria era così così… Pensavo fosse la stessa cosa in Sardegna, mi sbagliavo: si stava meglio, il cagliaritano è intelligente, ci ha sempre lasciato in pace.

Seconda metà degli anni '60: Giuseppe Tomasini con la V sul petto  © www.giornaledibrescia.it
Seconda metà degli anni '60: Giuseppe Tomasini con la V sul petto © www.giornaledibrescia.it

Torniamo però un attimo indietro. È nella sua Palazzolo, che partì tutto sul campo da calcio?

A 15 anni giocavo già in Promozione, gli osservatori delle squadre vicine venivano a vedermi, alla fine mi prese il Brescia quando avevo 18 anni. Dopo i due anni alla Reggina, tornai nel ’67 e con Azeglio Vicini allenatore mi sono evoluto come libero.

E perplessità ambientali a parte, come nacque il suo trasferimento a Cagliari?

L’allenatore Manlio Scopigno prese un anno di riposo dalla panchina per fare l’osservatore per l’Inter, mi volle subito.

Tomasini (terzo in piedi da destra) ai tempi del Brescia © www.giornaledibrescia.it
Tomasini (terzo in piedi da destra) ai tempi del Brescia © www.giornaledibrescia.it

Promozione in A al primo colpo, poi secondo posto e infine il trionfo: come è stato possibile?

Quella era un gruppo unico. Eravamo tutti amici, basti pensare che dei titolari ben 7 su 11 vivevamo in foresteria. Facevamo una vita normale, da ragazzi giusti. Altrimenti lo scudetto le milanesi e le torinesi mica te lo regalano…

Già nel ’69 arrivaste secondi dietro alla Fiorentina. Di soli quattro punti, no?

Sì e il presidente viola Artemio Franchi era in corsa per diventare numero uno dell’Uefa in quel periodo. Dopo così tanto tempo possiamo dirlo che perdemmo punti nelle partite clou con la Fiorentina…

Avete dovuto attendere un anno, ma nel ’70 completaste l’impresa. Che squadra era quel Cagliari?

Irripetibile. Sei o sette di noi erano in Nazionale e davanti avevamo uno che faceva un gol ogni tre tiri in porta. Se hai un attaccante come Riva è tutto più facile. Ma eravamo anche forti in difesa, subimmo solo 11 reti in 30 partite.

Merito anche del tecnico Manlio Scopigno?

Aveva un’intelligenza spaventosa, capiva che non serviva caricare di tensioni i giocatori. Non ci dava pensieri in settimana, mi parlava solamente un’ora prima della partita: “Mi raccomando Tomas, non stoppare palla in area”…

Quali erano i suoi metodi?

Il dialogo, in primis. Non abbiamo mai fatto una volta la lavagna tattica. Ora ci perdono tre ore al giorno, poi abbiamo una Nazionale che non va tre volte ai Mondiali ed è lo specchio del nostro calcio.

Ci racconti qualche aneddoto, come fu quella festa tricolore il 12 aprile del 1970?

Ricordo che Riva mise la mano nella torta e me la buttò in faccia. Abbiamo riso e scherzato tutta la sera. Eravamo un grande gruppo di amici: non posso raccontare tutto, mi limito a dire che dopo quel tricolore, anche dopo la carriera da giocatori, quando uno aveva bisogno noi c’eravamo.

Il suo unico rimpianto è aver saltato il Mondiale in Messico del 1970?

Mi infortunai contro la Sampdoria alla prima di ritorno, fui operato. A marzo il ct Ferruccio Valcareggi venne e disse che puntava su me e Nicolai. Avevo 23 anni, ero in ascesa ed ero il libero più giovane, ma non mi ripresi. Forse è stata la mia fortuna: se fossi andato al Mondiale, mi avrebbero portato via dalla Sardegna.

Non le dispiace non esser più andato in Nazionale?

Forse quello è l’unico vero rammarico. Avevo vinto i Giochi del Mediterraneo con la squadra olimpica, ma l’Italia A era un’altra cosa. Avevo mezza porta aperta, non si aprì l’altra metà.

Ha giocato in rossoblù dal 1968 al 1977, il primo anno dopo la retrocessione in B. Perché poi non è rimasto nel calcio?

Fu una scelta oculata. Quando c’era Cellino in società c’era anche Riva e comandava, mi chiese di andare ma gli dissi di no perché quando avrebbero mandato via lui, avrebbero fatto lo stesso con me. Cellino fece bene a Cagliari, ma noi non ci poteva vedere: buttò via anche le foto dello scudetto…

Ha citato spesso Gigi Riva: non è stato solo un compagno, ma anche suo testimone di nozze e un amico vero per sessant’anni. Ne sono passati quasi tre dalla sua scomparsa, quanto le manca?

Tanto. Negli ultimi anni non usciva più, allora andavo a trovarlo io con un amico. Tutte le settimane gli dicevo che doveva uscire. Se l’avesse fatto, col fisico che aveva campava cento anni.

Che giocatore e che uomo era, Rombo di Tuono?

Aveva un sinistro micidiale. E soprattutto non ho mai visto un’altra persona di così alto grado essere così onesta. Aveva una serietà incredibile, in foresteria non l’ho mai visto rientrare alle 23, al massimo alle 22.15. Avrebbe potuto fare quello che voleva, ma è stato un esempio per tutti noi perché oltre a essere un gran giocatore era una persona modesta e di una correttezza spaventosa.

Si vede ancora con qualcuno di quel gruppo?

«Ricky» Albertosi doveva scendere a Cagliari per il mio compleanno, ma ha avuto un problema. A volte con Cera. Poi mi sento con Dominighini, anche se lui è un bergamasco doc e io un bresciano… Quello scudetto, in ogni caso, ci ha davvero unito.

Tomasini ad un evento pubblico nella sua Palazzolo nel 2018 © www.giornaledibrescia.it
Tomasini ad un evento pubblico nella sua Palazzolo nel 2018 © www.giornaledibrescia.it

Nel 2020 il Covid vi impedì però di festeggiare nella data giusta il cinquantesimo, vale la pena aspettare il 2030 per il sessantesimo?

Noi il 12 aprile lo festeggiamo sempre, in qualche modo. Ma spero di arrivare al 2030 comunque.

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