Dieci anni senza Corioni, la moglie: «Aveva previsto il calcio di oggi»

Casa Corioni parla sempre di calcio. Anche oggi, a dieci anni dalla scomparsa di Gino. Lo dicono le foto ai muri, i gagliardetti, le parole della moglie Anna Maria e della figlia Antonella. Di coloro insomma che con il pallone hanno avuto a che fare volenti o nolenti. «Per stare con lui – ricorda la signora Anna, come la chiamano tutti – ho dovuto accettare anche il calcio. Ancora oggi però non so perché venga fischiato il fuorigioco...».
Ma Anna Maria Bottazzi a casa e non solo di allenatori e campioni («Quando ho letto che Baggio stava andando alla Reggina ho detto a Gino: "Ma scusa, se possono prenderlo loro perché allora non noi?"») ne ha visti passare; per qualche anno è stata anche presidente dell’Ospitaletto ai tempi del «pres» a Bologna. E senza amare il prato verde, ha imparato a conoscerlo e a conviverci. Per amore del marito, conosciuto nel ’63 e sposato tre anni dopo.

Signora Anna, come è stato condividere la vita con un uomo di calcio come Gino Corioni?
«Guardi, ricordo una battuta che facevo spesso alle amiche quando Gino era ancora in vita: "Ragazze, io sono vedova di un marito vivo". E lui ridendo rispondeva: "Vedi, se metti insieme gli anni in cui ci siamo visti e quelli che le squadre mi hanno portato via, siamo insieme da poco". In parte ho mal digerito questa storia del calcio perché dal punto di vista della coppia mi ha portato via tanto. È stata una vita "vera" grazie al pallone, però avrei preferito averla sì molto piena, ma diversamente».
E con i figli come è stata?
«Premetto che non ha mai fatto mancare nulla né a me né a loro, abbiamo una famiglia stupenda e ne sono fiera e felice. Però avendo un figlio ogni due anni (quattro femmine, un maschio, ndr) non si è posto molto il problema se ero una donna in grado di sostenere questi ritmi. E andavo pure in azienda».
Ma lei è appassionata di calcio?
«Onestamente no, ho dovuto appassionarmi per stare con lui, è diverso. A forza di sentire "Cara, scusa ma vado dai ragazzi" che non erano i nostri cinque figli ho pensato che per stare insieme dovevo seguire le squadre. Gino non era uno che mi faceva complimenti, ma non dimenticherò mai la gioia che ho visto nei suoi occhi ogni volta in cui gli ho comunicato che ero incinta».

Anche qui però c’è un aneddoto, calcio e pallone che si intrecciano.
«Quando ho iniziato ad avere le contrazioni di Ilaria, l’ultima della famiglia, era domenica e tanto per cambiare mio marito stava allo stadio, a Rovato. Mio genero è andato a chiamarlo, lui è venuto a prendermi e in macchina verso l’ospedale mi ha detto: "Per nascere di domenica, all’ora della partita, non può che essere femmina". Infatti...».
Lei ha patito di più l’acquisto dell’Ospitaletto, del Bologna o del Brescia?
«Premessa: mio marito non ha mai cercato queste società, i proprietari di allora ogni volta hanno cercato lui. Io però ho patito l’arrivo a Brescia, non volevo. Perché? Perché allora contavano tanto gli incassi e la gente non andava allo stadio, per i risultati e per un impianto che ancora oggi è improponibile in una città come la nostra. E lo capii ancora di più facendo due chiacchiere con Baribbi una volta che venne a Bologna a vedere una partita».
Lo stadio, un pallino di suo marito.
«È incredibile, siamo ancora qui a parlarne nel 2026. Credo che se negli anni passati avessimo avuto un sindaco come Bruno Boni oggi ci sarebbe. Ma possibile che non vi sia la possibilità di un impianto dignitoso? Quando con Gino parlavamo di Baggio, di Guardiola, prima ancora di pensare agli ingaggi lui diceva: "Ma con che coraggio li faccio giocare al Rigamonti?"».
Nella vostra casa sono passati decine e decine di giocatori e allenatori: c’è qualcuno a cui è rimasta legata?
«I ragazzi dell’Ospitaletto che ancora oggi passano a trovarmi, ma anche calciatori con cui si è subito creata un’empatia: penso a Marco Zambelli e Pep Guardiola su tutti. Ho poi un ricordo di Hagi, che io chiamavo scarpette rosse perché la prima volta si presentò nella casa al lago con appunto delle stranissime scarpe rosse. In una partita il Brescia andò sotto, e lui che era la stella camminava per il campo. Il martedì sera ci vedemmo a cena e gli dissi: "Gica, ma ti sembra il caso?". Arrossì e rimase zitto».

E Baggio?
«Mi colpì una sua intervista. Si allenava da solo a Caldogno, avrebbe potuto dire che era il risultato del rapporto con gli ultimi allenatori avuti. Invece sottolineò che il calcio riserva anche momenti così. Dissi a Gino che oltre al calciatore stava prendendo un uomo. Come Brescia avremmo dovuto sfruttare di più e meglio il fatto che fosse qui».
Dopo dieci anni cosa le manca di suo marito?
«Un abbraccio, di quelli alle spalle, forte. Parlo con lui spesso guardando le foto, ma non è ovviamente la stessa cosa».
Che rapporto ha lei oggi con il calcio?
«Nullo, alla morte di Gino ho abbassato la saracinesca. Ho fatto indigestione».
Però in fondo ne capisce e tanto.
«C’è una cosa che mi ricorderò per sempre: io appena iniziava la partita dai movimenti dei calciatori in campo capivo se avremmo vinto o perso».
Non lo segue, ma che idea ha del calcio di oggi?
«Che mio marito aveva previsto tutto, era avanti. Penso agli stadi di proprietà, agli incassi che arrivano ormai solo dalle tv, giusto per dirne due. Le cose su cui lavorava oltre trent’anni fa ora sono fondamentali».
Suo marito è stato dimenticato dal calcio?
«In molti non si sono mai ricordati di lui in questi 10 anni. Ma dico grazie all’Ospitaletto e al presidente Taini per aver intitolato lo stadio a Gino».
Oggi Giuseppe Pasini porta avanti il progetto di un Brescia dei bresciani...
«Quello che avrebbe voluto Gino e che non è riuscito a fare forse per invidia di imprenditori molto più grandi, ma che avevano meno visibilità. Perché il calcio ne dà tantissima. Sono contenta di ciò che Pasini sta facendo, mi fa effetto ma non meraviglia. E mi lascia un pochino di amaro in bocca. Era il sogno di mio marito, non lo ha realizzato, lo sta facendo Pasini: magari Gino da lassù sorride».
E se invitassero lei e la sua famiglia al Rigamonti?
«Non credo ci andrei, sarebbe come riaprire una ferita».
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